Cinema

SPECIALE/ Anche “Il Divo” può aver paura

di Filippo Brunamonti

Chi ha paura di Giulio Andreotti? Solo lui, forse, che all’anteprima del film di Paolo Sorrentino, in gara anche per la Palma d’Oro a Cannes, non riesce a capacitarsi della malignità del suo doppio di celluloide (l’attore Toni Servillo), dice “è una mascalzonata, è un personaggio cattivo, non sono così”, e furibondo, tenta di alzarsi dalla poltrona per lasciare la sala. Uno specchio, “Il Divo”, che ha resettato ogni luccicanza; un cavallo cinematografico che ha messo in stand by qualsiasi galoppo di riscatto. Non era a Cannes, il senatore a vita ritratto nel film. Si trovava nella saletta al Museo degli strumenti musicali a Roma e ha visto se stesso con fatica, dolore, disprezzo. Quasi in cattività, Andreotti ha (ri)conosciuto Andreotti. Ma quanto è fiction e quanto è realtà?
Il film di Sorrentino, in concorso a Cannes assieme a un’altra pellicola scomoda (“Gomorra” di Matteo Garrone tratto dal bestseller di Roberto Saviano), racconta l’Italia dalla fine della Prima Repubblica al processo per mafia contro l’ex premier. Tutto intorno, un casting di comparse vive e in trapasso: la moglie Livia, la segretaria Enea, i morti di quel periodo, e ancora, Moro, Dalla Chiesa, Ambrosoli, Falcone, Sindona, Lima. Un universo iperpolitico con Andreotti-fulcro assoluto.
Adesso l’Andreotti di Sorrentino è a Cannes, il 28 maggio arriva in Italia. Eppure, il vero film nel film è stato a Roma. Quando si sono riaccese le luci, ha scritto il cronista di “Repubblica” Goffredo De Marchis, Andreotti è ancora sotto shock, bolle di rabbia. Il giornalista ha raccolto alcune sue parole: “Il personaggio cerca di ribaltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai frequentato”. Gli ricorda che il film è anche un omaggio al suo potere, e il senatore risponde: “Mah. Si può dire che è esteticamente bello, ma a me dell’estetica non frega un bel niente. Capisco che la storia va caricata. Il regista doveva girare così. La mia vita è talmente tranquilla che ne sarebbe venuto fuori un prodotto piatto e senza pepe. Ma la mia corrente, per esempio, beh non era un giardino zoologico come la rappresenta il film. C’erano le invidie, gli scontri, gli scavalchi, la carriera, ma questa è la politica”.
Testa mangiata dalle spalle, la nota montatura degli occhialetti, orecchie a sventola. Servillo è anima oltre che corpo di Giulio Andreotti. Il monologo in cui recita i nomi dei tanti uccisi in quegli anni ha una progressione così incalzante che, quando la telecamera scavalca le lapidi in bianco e nero e tocca appena i fiori (unica matrice di colore), sembra di assistere a una fusione perfetta e pensata di recitazione e dosaggio di climax. Una scena densa anche metaforicamente, come se fosse il Potere a galleggiare sulla morte, a determinare le macchie di colore e quelle della sua assenza.
“Magari chiederò i diritti d’immagine. Per darli in beneficenza, s’intende. Forse dirò a mia moglie di non andare a vederlo, anche se lei al cinema va ancora”, è un altro commento andreottiano raccolto da Repubblica. L’unica assoluzione Andreotti l’ha data alla descrizione del rapporto con Livia, interpretata da Anna Bonaiuto. “Non sono romantico, ma le ho sempre voluto bene. Abbiamo cresciuto bene i figli, abbiamo costruito una bella famiglia”. Di Aldo Moro invece dice: “Non è corretto raccontare la sua morte come se ci fosse dietro qualcosa oltre le Br. La politica ci ha diviso. E le correnti, certo. Ma io e Moro ci conoscevamo da una vita, lui non voleva neanche fare politica ma studiare. È stato lui a disegnarmi come successore della Fuci. I giorni del suo rapimento sono stati durissimi e restano una ferita aperta. Anche per me”.
Un film marchiato di ferite è anche “Gomorra”, dall’omonimo libro-inchiesta di Saviano, molto atteso a Cannes e non solo. A recitare anche qui Toni Servillo (nei panni di un manager di rifiuti), nella produzione della Fandango non c’è la lingua italiana ma un dialetto serratissimo con sottotitoli. Un’apocalisse girata nei fortini delle cosche mafiose, quella strappata (con grande rispetto) dalle pagine di Roberto Saviano. La forza del film di Garrone è proprio la terrà senza legge che prende vita tra gli abitanti delle Vele, in cui tutto brucia, tutto muore. Un Cannes italiano fatto di contraddizioni e colpi duri è sempre meglio di un Cannes senza italiani. Due fruste infiammate (“Il Divo” e “Gomorra”), insomma, con personaggi e racconti vividi. Daltronde, non tutte le maschere fanno ridere.