Il rimpatriato

Il sequestro del giornalismo

di Franco Pantarelli

L'altro giorno è cominciato a Milano un processo che ha del clamoroso: ventisei agenti della Cia e l’intero vertice dei servizi segreti italiani devono rispondere in tribunale dell’accusa di avere organizzato il rapimento di un cittadino egiziano residente in Italia e di averlo trasferito in Egitto dove è stato a lungo torturato per indurlo a confessare non si sa bene cosa. I capi d’accusa sono molti: c’è l’abuso di potere e la violazione dei diritti umani, il mancato rispetto dei trattati internazionali esistenti e quello delle leggi italiane, per non parlare dell’attentato al comune buon senso. A tutt’oggi questa è l’unica delle tante “renditions” organizzate dall’amministrazione Bush di cui si sia riusciti a sapere parecchio, o comunque abbastanza per portarne gli autori in tribunale, ma quelli che hanno parlato più e meglio di questa storia sono stati i giornali americani, mentre quelli italiani erano impegnatissimi ad alimentare la polemica innestata dal “caso Travaglio”, cioè di un giornalista (Marco Travaglio, appunto) colpevole di avere ricordato che il nuovo presidente del Senato, Renato Schifani, ha avuto rapporti - di amicizia ma soprattutto di affari - con personaggi poi risultati mafiosi e per questo regolarmente processati e condannati.
Basterebbe questo, il raffronto fra la prima notizia semi-trascurata e la seconda fornita di grandi titoli, per cominciare a piangere sullo stato in cui versa in questo periodo il giornalismo italiano, ma c’è di più. Il “caso”, infatti, non è consistito nella scoperta che sull’uomo destinato a coprire la seconda carica dello Stato incomba un’ombra del genere, bensì nella prova di “cattivo gusto” data dal giornalista che quell’ombra l’ha segnalata proprio in un momento in cui i vincitori delle elezioni non fanno altro che auspicare il “dialogo” fra maggioranza e opposizione. Qual è stata, infatti, la prima risposta di Schifani? Ha gridato la sua innocenza? Ha accusato il giornalista irriverente di avere detto il falso? Lo ha denunciato per calunnia? Lo ha sfidato a fornire le prove delle sue affermazioni? Neanche per sogno. Ha semplicemente detto che così facendo il giornalista ha voluto “minare” per l’appunto il “dialogo”. I giornali stipendiati da Silvio Berlusconi lo hanno subito seguito, i giornali che da Berlusconi non sono stipendiati (ma erano seccati dal fatto che loro non erano stati capaci di rivelare le frequentazioni di Schifani) lo hanno seguito anche loro e così quello che aveva tutta l’aria di diventare il “caso Schifani” è diventato il “caso Travaglio”.
Ma neanche questa capriola logica basta a indicare il livello cui è sceso il sistema dell’informazione italiana. A creare tutto il trambusto, infatti, non sono state di per sé le “rivelazioni” di Travaglio. In fondo erano già state pubblicate in un paio di libri, uno dei quali - documentatissimo - scritto da Lirio Abbate, un giornalista che fa onore alla sua professione e alla sua Sicilia (è stato pubblicamente elogiato dal presidente Napolitano e gli è stata asegnata una scorta dopo che la mafia ha minacciato di farlo fuori). A creare il trambusto è stato il fatto che Travaglio la storia di Schifani e dei suoi amici sia andato a raccontarla in televisione. E ciò innesta la considerazione più deprimente di tutte, riassumibile più o meno così: raccontano in un libro le mie amicizie sconvenienti? E che me ne importa. Tanto i libri non li legge nessuno. Raccontano le stesse cose su un giornale? E che me ne importa. Anche i giornali in fondo sono roba per intellettuali. Basta che io me ne stia tranquillo e nessuno se ne accorgerà. Ma se quelle cose le raccontano in tv io sono fregato. E poi come si permettono, proprio ora che la tv è diventata mia, o meglio del mio gran capo Silvio Berlusconi? E infatti ecco che varie sedie alla Rai hanno cominciato a tremare sotto al sederino dei suoi dirigenti e sotto a quello di Fabio Fazio, il conduttore del programma in cui Marco Travaglio è stato invitato a parlare. Fazio ha chiesto pubblicamente scusa, i dirigenti Rai hanno fatto lo stesso ma non è sicuro che basti a far loro conservare il posto di lavoro. Quanto alla domanda più ovvia: le notizie sulle frequentazioni di Schifani sono vere o false?, nessuno si è ricordato di porla.