THEATERLAB/ SCATOLA BIANCA DA SCOPRIRE A NEW YORK

di Samira Leglib

Una scatola completamente bianca. Uno spazio bianco. La pagina bianca di un testo non ancora scritto. "Appereance- A Suspense in Being", la performance di cui vi avevamo accennato la settimana scorsa messa in scena presso Theaterlab da Carlo Altomare e Orietta Crispino, è esattamente questo: un box bianco al cui interno il protagonista è l'attore ma, si precisa, l'attore, di per sé, non il personaggio.

In uno spazio delimitato dove intorno il bianco regna sovrano, quasi a aprire, espandere, invece che contenere, quattro figure di donna animano la scena. Le silhouettes intenzionalmente vestite in total-black si stagliano contro le pareti di fondo, contro le luci che entrano a far parte del cast diventando attrici a loro volta, muovendosi sulla terza dimensione di un palcoscenico che volutamente scherza e balzella tra le prime due. Di seguito le attrici sfilano come su di una passerella presentando a turno interpretazioni, letture, trasposizioni di un unico comune denominatore: il sé. Non c'è testo, non c'è linguaggio, non c'è coreografia che si possa definire statica e predefinita. C'è l'improvvisazione dell'attore, il suo lavoro sulla recitazione e le sue tecniche, c'è il movimento del gesto che parte senza necessariamente avere un punto d'arrivo a cui tendere. "I hear my blood singing in its prison, between stillness and motion" (Sento il mio cuore cantare nella sua prigione, tra l'immobilità e il movimento).

Questa è quella che Carlo Altomare e Orietta Crispino chiamano "Jazz-Acting", la quale si riassume, utilizzando le parole della stessa Crispino, «nel tentativo di investigare l'idea di che cosa è recitare, cos'è un'azione, un gesto. Qual è la relazione tra il sé e il pubblico». Allo scopo di focalizzare ancora più l'attenzione sull'essenzialità dell'azione e non sul suo significato si è arrivati alla scelta di non servirsi di un testo teatrale e, spingendosi ancora più all'estremo, di sopprimere l'uso del linguaggio: «Abbiamo lavorato mesi intorno all'idea di non essere dominati dal linguaggio», continua la Crispino, che per questa performance entra a far parte del cast oltre che ad esserne regista, «Cosa c'è oltre il linguaggio quando le parole non sono più centrali ma diventano un elemento tra gli altri? Se hai un testo a cui attenerti tutto quello che devi fare come attore è semplicemente leggerlo. Le letture possono essere differenti, ma fondamentalmente le risposte le hai già. Il nostro spettacolo è invece interamente improvvisato, il qui ed ora sono le uniche coordinate a disposizione che, successivamente, attraverso lo strumento della ripetizione e recitazione oggettiva prendono forma, corpo, nell'espressione dell'attore. Mancando le parole, è quasi come un gioco tra sé e sé: l'attore muove una mano, produce un suono, inizia un'azione e solo dopo, solo dopo essersi fermato ad osservarla, ad ascoltarla, realizza come essa continuerà». 

Il concetto del "Jazz-Acting" nel lavoro di Altomare e Crispino, si lega tenacemente alla "Biomechanics" di Meyerhold, ovvero allo studio applicato delle tecniche della biomeccanica al gesto umano. Meyerhold sosteneva che "la vita del personaggio nasce dal corpo e non dalla psiche", ponendosi inevitabilmente in contrasto con il metodo Stanislavskij, diversamente centrato su un lavoro introspettivo dell'attore che si cala totalmente nel personaggio nel tentativo di dargli vita propria. «In Meyerhold l'attore è sempre presente come individuo e non solo come personaggio», continua a spiegarci Crispino. «L'attore passa dall'espressione di un sentimento di gioia, a quello di sforzo o di perplessità in maniera subitanea, senza dramma. Che è di base quello che facciamo anche noi nella vita». In un susseguirsi di stati d'animo, azioni, gesti non preventivati, improvvisati, liberi, che solo una volta compiuti, interpretati, vissuti, ci regalano il testo della nostra giornata, età, vita. Mai prima.