Il rimpatriato

Gioventù bruciata

di Franco Pantarelli

"Ce l'hai una sigaretta?", mi chiede un tizio tempo fa, quando sono ancora fresco del mio arrivo a Roma dopo i venti anni trascorsi negli Stati Uniti. Quasi automaticamente metto la mano in tasca per cercare il pacchetto, a mo' di celebrazione della "libertà di vizio" ancora presente da queste parti, in contrasto con il proibizionismo americano - sano ma ai miei occhi un po' eccessivo - che mi sono lasciato alle spalle. Poi però realizzo che la richiesta del tizio è stata decisamente scortese, arrogante e perfino minacciosa, oltre al fatto che mi ha dato del tu senza conoscermi. Così mi trovo a rispondere seccamente "No". Lui si sorprende, sembra sul punto di replicare qualcosa, ma poi rinuncia e decide di allontanarsi senza dire una parola. Archivio la cosa in uno scaffale secondario della memoria, dove infatti quell'insignificante episodio non ha lasciato traccia. Fino a pochi giorni fa, quando l'orribile storia di Verona, mi costringe a considerare che forse quel giorno, con il mio "no" al maleducato postulante, ho inconsapevolmente rischiato la pelle.

Di questa vicenda avrete sicuramente già letto. Alcuni giovinastri di Verona avvicinano una ragazzo appena più anziano di loro, gli chiedono una sigaretta, lui dice di no e quelli lo massacrano di botte. Muore dopo alcune ore. L'Italia è il Paese dei dibattiti e questa storia ne provoca molti. C'è chi se la prende con il Nord ricco e arido, adagiato sul suo benessere recentemente acquisito e quindi abbarbicato ai limiti tipici del "new money"; chi con i genitori di oggi che ormai sono troppo impegnati a spendere i loro soldi per impegnarsi a stabilire con i figli un rapporto fecondo, capace di trasmettere loro dei valori; chi ancora con la scuola che non insegna abbastanza ("Mi sento sconfitto ma non complice", dice il preside del locale liceo frequentato sia dalla vittima che dai suoi assassini); chi infine attacca la televisione con le sue vuote fantasmagorie di una vita facile in cui tutto è permesso, sicché l'unico valore che conta non è quello di costruirsi un'esistenza concretamente utile e appagante, bensì quello di "apparire" nel piccolo schermo, sia pure fugacemente e magari in mutande.

C'è anche chi individua nel comportamento dei giovinastri assassini una certa dose di fascismo, per esempio la vigliacca prepotenza (erano cinque contro uno) che ricorda da vicino le camicie nere di tanti anni fa, sempre pronte alle "spedizioni punitive" in forze nei quartieri popolari delle città e altrettanto pronte a scappare se la risposta risultava più vigorosa del previsto. Ma poi esce fuori che l'aspetto culturale è perfettamente associato con quello politico. I giovinastri infatti sono militanti neonazisti. Ecco allora nuovi dibattiti sul "perché mai" qualcosa del genere possa accadere, e via con il problema che questi ragazzi non sono interessati alla costruzione del proprio futuro nei confronti del quale non nutrono nessuna fiducia, oppure con il fatto che - in contrasto con la permissività dei loro genitori, che apprezzano a parole ma nei fatti vogliono essere guidati - finiscono per seguire ciecamente il primo "leader" che capiti loro a tiro.

Giusti, sbagliati questi spezzoni di spiegazione di ciò che sta accadendo in questo Paese? Una risposta ovviamente non ce l'ho. Ho solo un desiderio e un timore. Il desiderio è che quei ragazzi vengano processati e condannati (visto che sulla loro colpevolezza non ci sono dubbi) e soprattutto che scontino regolarmente la pena prevista dal codice penale. Il timore è che questo desiderio sia in controtendenza.