Analisi

TUTTI GLI UOMINI E LE DONNE DI BERLUSCONI / Subito le sfide in Medio Oriente

di Valerio Bosco

I tempi eccezionalmente rapidi che hanno accompagnato la formazione del governo Berlusconi IV hanno costituito una novità politica di grandissimo rilievo. Una novità che si intreccia tuttavia con le luci e le ombre di una compagine di governo che, alla luce della schiacciante vittoria elettorale del partito della libertà, era lecito attendendersi più aperta all'esterno e dal profilo più dinamico e innovativo. Nella squadra di governo sono infatti presenti molti colonnelli del Premier: Sandro Bondi alla Cultura, Angelo Alfano alla Giustizia, Alfredo Vito ai rapporti col Parlamento. Poche le donne: solo quattro su 21 ministri. Tre indubbiamente all'altezza dell'incarico - Giorgia Meloni (Politiche Giovanili), Stefania Prestigiacomo (Ambiente) e Maria Stella Gelmini (Pubblica Istruzione) - e una, l'ex showgirl Mara Carfagna (Pari Opportunità) che suscita un misto di sorpresa e sgomento. Speriamo di poterci ricredere.

Interessanti e felici sono senza dubbio le nomine del riformista Maurizio Sacconi al Welfare e quella del brillante Renato Brunetta alla Pubblica Amministrazione: personalità che sono in grado di assicurare capacità e intelligenza nella difficile opera di modernizzazione del mercato del lavoro e di svecchiamento della macchina statale. Oltre a celebrare la centralità della Lega Nord nei nuovi equilibri politici - Umberto Bossi alle riforme, Roberto Maroni agli Interni, Calderoli alla delegificazione - il Presidente del Consiglio ha deciso di confermare altri due fedelissimi in due ministeri chiave: Giuilio Tremonti alle Finanze e Franco Frattini alla Farnesina. Assieme ad Ignazio la Russa, il braccio destro di Gianfranco Fini, divenuto Ministro della Difesa, Tremonti e Frattini, saranno i membri del governo più esposti nella elaborazione della politica internazionale del Paese.

Sull'asse Berlusconi-Tremonti dovrà in primo luogo essere risolto il delicato caso Alitalia. Un caso ormai internazionale che in Europa sta sollevando preoccupazioni per i vecchi metodi anti-liberali e anti-concorrenziali che il nuovo governo si appresterebbe ad usare per risollevare la compagnia e scongiurarne la "caduta" in mani straniere. Se durante la campagna elettorale Berlusconi aveva indubbiamente sfidato tutte le regole del sistema borsistico internazionale - diffondendo voci infondate su offerte nazionali mai formalizzate per l'acquisto della compagnia aerea di bandiera - il prestito ponte per Alitalia pensato dall'ex ministro Padoa Schioppia, 150 milioni di euro, dovrebbe raggiungere, con il nuovo esecutivo, i 300 milioni. Una mini-ricapitalizzazione finalizzata ad allontanare gli acquirenti esteri e pianificata come grande occasione di rilancio e riorganizzazione del capitalismo italiano. Ancora a Tremonti spetterà il compito di sfruttare in maniera positiva la sospensione della procedura di infrazione decisa dalla Commissione Europea per merito dell'azione di risanamento dei conti pubblici condotta dal suo predecessore.

Dopo gli ultimi tre anni di esperienza presso la Commissione dell'UE, Frattini torna invece alla guida della Farnesina. Una carica che aveva ricoperto nel periodo della guerra in Iraq, quando la politica estera italiana aveva indubbiamente privilegiato l'asse con Washington contribuendo ad accrescere le divisioni all'interno dell'UE. Proprio sull'Iraq, l'Italia potrebbe essere chiamata a compiere una scelta delicata. È di qualche settimana la richiesta formulata dall'ONU ai Paesi Membri dell'Organizzazione di contribuire con addetti ed esperti militari alla formazione e all'addestramento delle forze di sicurezza irachena. L'ipotesi di un contributo italiano potrebbe riaprire il tema di una  nuova e più diretta partecipazione (militare) dell'Italia alla stabilizzazione del Paese. Ma è soprattutto su Libano e Afghanistan che Frattini e La Russa saranno chiamati a dare risposte precise. In piena campagna elettorale, alcuni esponenti del partito della Libertà hanno avanzato l'ipotesi di una crescita dello sforzo militare italiano in Afghanistan, dove da più di un anno la NATO chiede ai Paesi membri di accrescere il proprio impegno nel contrasto all'insorgenza talebana. È stato in particolare l'ex ministro della Difesa Antonio Martino a sottolineare come, nel caso dell'Italia, poiché tra Balcani e Medio Oriente, il nostro sforzo militare e finanziario avrebbe ormai raggiunto limiti di sostenibilità, l'ipotesi di una crescita del ruolo dei nostri militari nella guerra al terrorismo talebano debba coesistere con la necessità di ridurre il contributo nazionale ad UNIFIL, la forza di pace dell'ONU in Libano, comandate proprio dal generale italiano Claudio Graziano. In un momento in cui la crisi in corso a Beirut sta velocemente degenerando verso un nuovo scenario di guerra civile, un ridimensionamento della nostra presenza in UNIFIL creerebbe non solo un problema di riorganizzazione della missione ONU, ma rischierebbe altresì di danneggiare l'immagine dell'Italia, la cui mediazione diplomatica era stata fondamentale nella definizione di un tregua tra Libano e Israele dopo il conflitto dell'estate 2006.

Sempre per restare in Medio Oriente, infine, il nuovo governo sarà chiamato a salvaguardare il nuovo prestigio guadagnato dall'Italia nel mondo arabo, ottenuto sia con il contributo ad UNIFIL che con le aperture di credito, talora davvero troppo audaci, operate dell'ex ministro degli esteri Massimo D'Alema nei confronti degli elementi moderati di Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina. In queste ultimi giorni le reazioni libiche alla presenza del leghista Calderoli nel governo Berlusconi - in qualità di ministro, qualche  anno fa, si era già distinto per le deprecabili provocazioni compiute verso l'intero mondo islamico - hanno peraltro già riacceso uno dei temi tradizionali della politica mediterranea dell'Italia. Le relazioni con la Libia di Gheddafi, apertamente  accusata da Bossi di alimentare l'immigrazione clandestina in Italia, rischiano di entrare in una nuova delicatissima fase e di minacciare la presenza economica italiana nell'ex-colonia.

Sarà però presumibilmente un nuovo riequilibrio in senso filo-israeliano a contrassegnare la politica mediorientale del nuovo governo. Un riequilibrio che potrebbe risultare ancora più significativo di quello compiuto negli anni 2001-2005. Oggi, infatti, Alleanza Nazionale, ormai confluita nel Popolo della Libertà, non comprende più quelle componenti anti-israeliane vicine a Francesco Storace -  ministro della Sanità del Berlusconi III - che ha sempre respinto l'idea che la destra italiana dovesse fare ammenda per le leggi razziali approvate dal regime fascista nel 1938.

Sulla dimensione per noi più interessante, quella relativa ai rapporti con gli Stati Uniti, è chiaro che non ci saranno particolari novità. La presidenza Bush è ormai agli sgoccioli e al momento, la special relationship da sempre cercata da Silvio Berlusconi con Washington dovrà attendere le elezioni del prossimo autunno. McCain sarebbe certamente un presidente più adatto di Obama - il democratico in testa alle primarie - alle esigenze berlusconiane. Perché? È stato in fondo uno dei leader del Popolo della Libertà, l'attuale Presidente della Camera Fini, a ritenere gli Stati Uniti non ancora pronti per avere un presidente come Obama. Cioè afro-americano. Un'affermazione che ancora oggi lascia perplessi chi, come noi, non sottovaluta la grande capacità di sorprendere che questo Paese continua ad avere.