A modo mio

In principio fu un re d'Italia

di Luigi Troiani

Da mesi, in molti paesi poveri, avvengono scioperi sommosse e manifestazioni per il cibo che scarseggia o è improvvisamente rincarato. Haiti, Vietnam, India, Indonesia, Tailandia, Egitto, Messico, Argentina, Camerun, Filippine, Burkina Faso, Cina, sono sui giornali per questa ragione. Talvolta, come è successo in Egitto, il conflitto sociale ed economico diventa questione di ordine pubblico o di insorgenza politica. La polizia, o peggio l'esercito, spara, e ci scappano morti e feriti.

          Ci scandalizziamo per come si possa uccidere chi si lamenta per fame, e critichiamo governi che, in omaggio a un astratto principio di pubblica sicurezza, rispondono con la forza ai manifestanti che chiedono pane o riso. Abbiamo la memoria corta, altrimenti ricorderemmo che sono stati uccisi affamati anche nel nostro paese, quando lo stivale era sotto la monarchia sabauda. In memoria delle vittime e a disonore degli assassini, vediamo come sono andate le cose nelle due occasioni più crudeli nelle quali il potere costituito ha risposto con la violenza gratuita alla domanda di cibo.

          Il primo ricordo va a quanto accaduto, giusto centodieci anni fa, a Milano. In una situazione di alta disoccupazione e bassi salari, l'Italia stava subendo gli effetti dell'aumento del costo del grano da 35 a 60 centesimi a chilo. Alle rivolte popolari di Romagna e Puglia di fine aprile, erano seguite manifestazioni, con esiti luttuosi, in altre città. Il 2 maggio era finito in stato d'assedio Firenze, il 4 era toccato a Napoli. In questo clima, il 6 maggio 1898 lo scontro sociale arrivò alla Pirelli di Milano, con l'arresto di alcuni operai e l'intervento sulla polizia del deputato e leader socialista Filippo Turati. Sassaiole e scontri tra polizia esercito e dimostranti portarono alla morte due operai e un poliziotto. Sabato 7 maggio il popolo di Milano (una cittadina che all'epoca non contava più di mezzo milione di abitanti) scese in sciopero e si riversò in strada. Da una parte barricate, dall'altra la cavalleria. Nel pomeriggio il governo di Antonio di Rudinì scelse lo scontro, decretando lo stato d'assedio e i pieni poteri al generale Fiorenzo Bava Beccaris, che elesse a quartier generale una tenda da campo in piazza Duomo, manco fosse alle manovre nel deserto africano. Contro 40.000 manifestanti, si schierarono 20.000 soldati.

          Domenica 8 e lunedì 9 i cannoni spararono ad alzo zero sulla folla con l'evidente intenzione di realizzare un'esemplare  carneficina. Restarono al suolo almeno un centinaio di morti e migliaia di feriti, donne bambini e vecchi inclusi. Sul terreno anche due soldati: uno vittima di proprio errore, l'altro fucilato sul posto per rifiutarsi di sparare sulla gente. Per il "grande servizio reso alle istituzioni ed alla civiltà", Bava Beccaris ricevette da re Umberto I la Croce di Grand'Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia, e ottenne il 16 giugno un seggio al Senato. Turati, e la compagna Anna Kuliscioff finirono in carcere.

          Il secondo ricordo è per una data più vicina, la sommossa per il pane di Torino dell'agosto 1917, al cui scatenarsi contribuirono le notizie da San Pietroburgo sul colpo bolscevico e l'attivismo del nucleo comunista cresciuto sotto la Mole: i vari Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca, Luigi Longo. Finì con sessanta morti: una decina di militari, e operai ragazzi casalinghe anche in età avanzata.

          I Savoia sono stati mandati via per la complicità col fascismo e per aver condannato a morte i cittadini italiani di religione ebraica con le leggi speciali. Già prima avevano mostrato di disprezzare la nazione che avevano unificato, rispondendo con cannonate e pallottole alla povera gente che chiedeva un tozzo di pane.