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Camorra, super industria d'Italia

di Laura Caparrotti

L'IO SO pasoliniano che Roberto Saviano ha messo in atto nel suo ormai famosissimo e vendutissimo "Gomorra", è giunto fino in America. È arrivato sotto forma di libro tradotto dalla casa editrice Farrar Strauss Giraux, è arrivato grazie alla presenza durante il Pen Festival di Saviano stesso a New York, e arriva adesso ai lettori di Oggi7 grazie ad una intervista rilasciataci dall'autore nella sala di un albergo di una trafficata via newyorkese.

Come l'avvento di internet ha cambiato sia i rapporti all'interno della camorra, sia la diffusione delle informazioni sulla camorra?

«Internet cambia tutto, permette a tutta una serie di informazioni di essere accessibili, e l'accessibilità di informazioni per la mafia è un pericolo. Faccio un esempio concreto. Se si mette on line una inchiesta della magistratura con nomi e cognomi e meccanismi, i giornalisti che ne vogliono parlare da NY a Torino potranno accedere a quelle informazioni che finiscono di essere informazioni locali per giornalisti locali o per chi ha seguito da vicino la vicenda; questo fa impazzire questo potere che si basa sulla sporadicità delle informazioni. Però il web è colonizzato anche da loro. Ci sono vari siti che sembrano anti mafia, ma che in realtà sono siti molto locali, che spesso hanno il nome della città che si racconta e che hanno l'obiettivo assoluto - questo è interessante - non di dire falsità, ma di portare l'interpretazione dei fatti solo su una dimensione squisitamente criminale e mai economica e politica. Il crimine è crimine, gente che spaccia cocaina, che fa usura e basta. Attraverso i siti la mafia tenta anche di screditare l'immagine di chiunque parli contro di loro - anche io sono con mio grande orgoglio attaccato da loro. Come diceva Falcone, prima delle pallottole, loro devono distruggere l'immagine di una persona, distruggerla in ogni singolo passaggio. Se internet ha il merito di non filtrare informazioni, per loro è anche un vantaggio perché possono scrivere qualsiasi cosa. Come sono esposti, sanno anche cavalcare l'onda della possibilità di attaccare. Lo fanno anche molto bene, quando devono diffamare le persone, loro sanno che questi siti non sono frequentati, che sono siti dei loro paesini, allora che fanno? Mettono nella pagina di attacco quanto più possibile il nome della persona da attaccare, così il fan o chi segue quella persona, troverà l'articolo segnalato da google alert che segnala al fan, che mette il tuo nome, l'articolo su di te. Solo mettendo il tuo nome venti, trenta volte in una pagina, fanno sì che chi ti cerca legga una marea di articoli contro di te. Così è successo con magistrati, presidenti anti-mafia e così via».

Come si fa a discernere le informazioni giuste da quelle false?

«È la solita questione di internet, l'autorevolezza della fonte. Senza dubbio non mi sento di dire che un ragazzo dall'oggi al domani possa mettere informazioni sul web dicendo la verità e pensando di essere ascoltato. La tua autorevolezza dell'informazione anti-mafia nasce dal tempo e dal non urlare. Spesso urlare diventa battaglia politica, diventa altra cosa rispetto all'informazione».

 

Come si fa a dire che non è giusto per la popolazione stare da quella parte? Si riesce a fare cambiare idea o non c'è speranza?

«Certamente la concezione che si ha di stato e anti stato è superata. Loro non sono l'anti stato, sono parte integrante dello stato e lo dichiarano anche i pentiti prendendo le distanze dai corleonesi, che si considerano anti stato; loro si sentono una parte imprenditoriale dello stato. I dati sono impressionanti da questo punto di vista. In Italia si tratta di un esercito di 25.000 diretti affiliati delle tre mafie - e per tre mafie intendiamo Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra (La Sacra Corona unita, quella pugliese -ci dice Saviano- sembra essere in profonda crisi, quasi istinta ed è per questo che ci sono pochi dati, ndr.) - ci sono circa 10.000 morti negli ultimi 30 anni, numero che supera quello della striscia di Gaza, e circa 200.000 diretti fiancheggiatori. Una parte di popolazione sta sempre con loro perché sono l'economia che vince, che lavora, che costruisce ricchezza. C'è questa accusa che loro fanno sempre alla Roma che saccheggia e ruba, come i leghisti, uguali, perchè loro sanno di essere l'economia vincente. Costruiscono l'Emilia Romagna, costruiscono l'Umbria, la Lombardia, sono i primi investitori dell'Est Europa, hanno comprato centinaia di negozi in Germania, hanno rilanciato il turismo in Spagna, in Inghilterra. Si tratta della più importante economia di questo paese, economia che vive sul doppio binario, illegale e legale. L'illegale è quello che ci fa più impressione, ad esempio la rivolta a Scampia quando arrestano il boss ci fa schifo, ma in realtà non ci genera fastidio quando a Milano viene sequestrato un palazzo in via Santa Lucia, palazzo costruito dalla Camorra, e nessuno di quelli che aveva fatto offerte per comprare le case si ritira. Anche se sui giornali c'è scritto che era un palazzo della Mafia, nessuno si ritira. Perchè dobbiamo pretendere allora che la signora di Scampia a cui gli tolgono il salario al figlio, perchè se arrestano il boss il figlio rimane senza stipendio, non deve rivoltarsi e invece passa innocuo che grandi agenzie e assicurazioni in quel palazzo della camorra a Milano ci saranno lo stesso. Ad esempio, qui a New York, alcune imprese di quelle che hanno buttato giù i resti dei palazzi colpiti dagli aerei sono della mafia italo-americana, come ha provato una inchiesta. È interessante il fatto dell'11 settembre. Il 12 settembre 2001 venne intercettata una telefonata fra boss napoletani che dicevano ‘Hai visto che si è liberato al centro di NY?' perchè si era liberato un posto fondamentale. Loro - come ha provato una inchiesta di Napoli due mesi fa - subito hanno lanciato una offerta per comprare parti delle azioni per la ricostruzione. Poi hanno saccheggiato il rame che hanno trovato nelle discariche delle Twin Towers, visto che il rame si trova sempre meno, che in Cina lo richiedono sempre di più. Loro hanno preso il rame da qui, lo hanno spedito in Cina, guadagnando delle cifre di milioni e milioni di dollari. Dunque, la situazione in questi paesi della Camorra è che loro vedono un sistema che funziona. Riguardo la morale, loro rispettano secondo loro la morale, perchè dicono di uccidere soldati. Hanno accettato certe regole, sono soldati e la morte è parte dell'essere camorristi. L'unico problema lo hanno quando ammazzano persone estranee: il prete, il magistrato, il poliziotto. Lì entrano in crisi tutti i killer, tanto è vero che devono sempre sminuirti, ridurti al grado di infame che è meno di soldato».

È uscito un libro in Italia pochi mesi dopo il tuo, ma che parla della mafia in Sicilia. Il libro - "I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento" di Lirio Abbate e Peter Gomez - però ha avuto meno pubblicità del tuo. È perchè la Mafia siciliana è più stato nello stato e la Camorra è più economia dello stato?

«I complici ha avuto un grande successo, ha venduto sessantamila copie, che per un libro di saggistica è una bomba. Il mio è più leggibile come un romanzo, questa è la grande differenza. I nomi eccellenti nel libro provengono da inchieste che ancora non si sono chiuse ed è per questo che anche Lirio vive sotto scorta. Il giornalista che parla della politica nella mafia traccia una strada e non agisce come cassa di risonanza, come ho fatto io con le storie di Camorra che sono note, ma che io ho pubblicizzato, diciamo, mentre Lirio parla di storie non note e indica che bisogna andare fino in fondo. I nomi eccellenti ci sono e i rapporti fra politica e criminalità ci sono sempre stati; come ha dimostrato il processo Andreotti, alla fine non si è mai concluso nulla. Per questo io ho scelto un'altra strada: indipendentemente dalle relazioni politiche, il potere criminale è un potere economico che determina il quotidiano di un paese. Poi che ci sia l'assessore, il sindaco, il ministro sono ad un secondo livello. Mi ero infatti accorto che la camorra non aveva rapporti con i grandi politici. Gli accordi si fanno con i politici locali e poi li dirigi, come General Motors dirige il presidente, lo dirigi attraverso la pressione della tua economia. La ‘Ndrangheta e Camorra per quindici anni hanno votato a sinistra, forse le ultime elezioni no, ma hanno sempre votato a sinistra a differenza di Cosa Nostra che è sempre stata verso destra. Hanno votato a sinistra perchè ritenevano vaccinasse contro i magistrati».

Dopo il tuo successo, ci sono altri ragazzi che hanno detto ANCHE IO SO?

«Il libro ha permesso proprio di dare luce a ragazzi che già lo dicevano, questo secondo me è stato il vero senso del mio lavoro, di dare cittadinanza a tutta una serie di forze che c'erano e ci sono state e che venivano marginalizzate. Io ora vado molto nelle scuole, cerco di incontrare ragazzi giovani, magari quindicenni o sedicenni che hanno il mito del boss, del mafioso e io parlo soprattutto con loro, per cercare di capire fino in fondo se addirittura il libro rischia di mitizzare certi personaggi ancora di più. Siccome è vero che sono personaggi affascinanti, che si portano dietro leggende e che non nego affascinano anche me, gli smonto il mito, piuttosto che negarlo. Smonti cosa c'è dietro. Racconti ai ragazzi i salari, il lavoro immane, senza sosta, i modi, questo è smontare il mito. Non bisogna dire che sono soldi sporchi o che non si fa, perchè i ragazzi non ti credono. Io nelle scuole inizio sempre i miei incontri dicendo ‘è bello essere criminali', spiazzando tutti. Poi piano piano gli racconto il bello a che prezzo arriva. Non faccio discorsi morali, forse li farò più in là. Ora non ci riesco, cerco ora di fargli capire che è una vita orrenda, tremenda».

Fra poco, al Festival di Cannes, verrà presentato "Gomorra" di Matteo Garrone, film tratto dal libro in cui cinque storie si intersecano fra loro. Non si rischia secondo te di romanzare ancora di più gli eventi da te raccontati?

«Si, certo. però Garrone lo ha fatto crudo, senza epiche, senza concedere niente allo spettatore, usando come attori anche persone che sono vicini ai mafiosi. I bambini nel film non ti fanno tenerezza, non fanno simpatia, anzi, l'opposto. Il film mi sembra segua il racconto di Rossellini, crudo, senza ammiccamenti. È un film molto duro. C'è quella realtà fotografata e raccontata. La sfida è stata di guardare attraverso la fessura il mondo; non stiamo raccontando Secondigliano, stiamo raccontando il mondo. Perchè quello che accade nei luoghi del mondo influenza il resto del mondo, è questa la cosa che è importante sottolineare. La mafia non è solo un problema italiano, è un probelma mondiale e fin quando non si capirà questo, non cambierà nulla. Ad esempio, ad oggi, la ‘Ndrangheta è la mafia maggiore, chiamata dai ragazzi Cosa Nuova, perchè è quella che ha più forza e più peso fra tutte le mafie al mondo. Ma pochi, pochissimi parlano della ‘Ndrangheta e anche questa fa parte della loro forza».

Il futuro di Roberto Saviano, a questo punto, quale è?

«Continuare a scrivere, non solo di mafie, e poi riuscire presto a uscire da questa situazione (quella della scorta continua) perchè così non è vita... »

Lasciamo Roberto a New York e vi riporteremo su queste pagine di lui e anche di Umberto Eco al PEN, la prossima settimana.