Analisi

Le scelte per la disfatta

di Valerio Bosco

La marcia su Roma è finita. Nel migliore dei modi per gli ex-fascisti. Con quella presa del Campidoglio e dell'amministrazione della città di Roma che neppure il movimento sociale italiano (M.S.I.) appena sdoganato da Silvio Berlusconi nei primi anni ‘90 era riuscito a sfiorare. Liquefattosi nel partito del Cavaliere, l'ex partito di Alleanza Nazionale ha portato uno dei suoi uomini migliori e più preparati, Gianni Alemanno, alla guida della capitale, mettendo così fine ad oltre un quindicennio di amministrazioni romane di centro-sinistra. Assieme alla presidenza della Camera di Gianfranco Fini, la conquista del Campidoglio completa il processo di legittimazione dell'ex-estrema destra che, con questi passaggi istituzionali, assume definitivamente il profilo di forza conservatrice di governo, plasmata ormai ad immagine e somiglianza del leader del partito delle libertà.

Le contraddizioni però, diciamolo subito, non mancano. Quell'esercito di braccia tese e croce celtiche riunite in piazza del Campidoglio a festeggiare la presa di Roma non è stato un bello spettacolo. Per un Paese la cui immagine internazionale è già ampiamente logorata dallo scandalo dei rifiuti, dalla crisi di Alitalia e delle mozzarelle, dalla condizione stagnante dell'economia, l'iconografia fascista che ha accompagnato il successo di Alemanno non ha certo offerto una sensazione di modernità. Aldilà di questo dato di costume, la modernità e la novità della proposta politica del neo eletto sindaco di Roma è stata però chiara. Ha infatti lanciato con successo un segnale di discontinuità e rottura che, pur strumentalizzando con eccessiva audacia i temi della sicurezza, della legge e dell'ordine, è stato apprezzato dall'elettorato romano.

Il dato politico più interessante della rivoluzione romana è evidentemente la gravità della debacle elettorale del partito democratico e della sconfitta politica sofferta dalla cultura del centro-sinistra. Una sconfitta nella quale elementi locali e nazionali si fondono per indicare i ritardi e le incognite che ancora pesano sul PD. Un primo dato importante a livello locale che scuote però l'immagine di Veltroni come leader nazionale è la percezione diffusa del fallimento del "modello-Roma". Un modello tutto immagine, spettacolo, mostre, cinema, cultura, concerti. Un modello che, pensando ai piaceri e ai passatempi borghesi ha inevitabilmente sottovalutato i dolori e l'emarginazione delle periferie romane, espressesi in grande maggioranza per il centro-destra.

Nella disfatta di Francesco Rutelli possono però essere lette anzitutto le  contraddizioni di un processo, quello del partito democratico, rimasto a metà del guado, perché ancora privo di un'identità politica e organizzativa completamente nuova e moderna. Il PD è nato con quel grande esercizio di partecipazione democratica rappresentato dalle primarie. Da questa "innovazione americana", il PD ha tratto forza, ottenuto consensi e si è imposto, con la scelta di recidere il cordone ombelicale con l'estrema sinistra, come grande novità della politica italiana. Eppure, assecondate da un sistema elettorale fondato sulla cooptazione, le decisione operate dal segretario Veltroni in materia di candidature sono state davvero infelici. L'operaio, l'imprenditore, la ricercatrice precaria: è stato portato in Parlamento un personale politico in molti casi impreparato e rispetto al quale gli elettori non hanno potuto esprimere alcun giudizio preciso. Le liste del PD sono state pensate come un bel quadro chiamato a suscitare simpatie e curiosità tra gli elettori. Anche in questo caso, come nella sua esperienza di sindacatura a Roma, Veltroni ha curato molto l'immagine della sua proposta politica. Ed assai meno la sostanza. Certo, il tempo, tra la fine della passata legislatura e il voto, era davvero poco. Ma  quel che sembra essere mancato è proprio uno sforzo concreto di disegnare con maggiore precisione l'identità del nuovo partito. La scelta di ricandidare Francesco Rutelli, già sindaco di Roma per 8 anni (due mandati), ha del resto indicato una logica davvero troppo tradizionale. Ha anzi insinuato negli elettori un'idea peggiore: quella di una concezione dinastica e patrimoniale del governo della capitale, pronto ad essere passato di mano in mano tra i principali leaders del centro-sinistra nazionale. Che hanno così dato un'immagine di se come una casta chiusa, ricandidatatasi contro l'outsider Alemanno. Appare evidente come una parte degli elettori romani, quella raccoltisi attorno all'Italia dei valori di Antonio Di Pietro, ma anche quella desiderosa di assistere ad un cambio di passo nella gestione tutta "nani e ballerine" della capitale, abbia preferito la novità Alemanno, capace di intercettare con particolare efficacia il sentimento dell'antipolitica. Roma avrebbe sicuramente reagito in maniera diversa alla candidatura del centro-sinistra se la personalità indicata come nuovo sindaco fosse stata portatrice di un messaggio - oltre ché  di un volto - nuovo. O ancor più, se fosse stata selezionata attraverso le famigerate primarie.

Ebbene, proprio la generalizzazione delle primarie per la selezione delle candidature a tutti livelli - locali, amministrativi, nazionali - è quel manca al PD per completare un processo politico che archivi definitivamente le procedure dettate dalle tradizionali oligarchiche di partito proiettandolo verso quella condizione di forza a vocazione maggioritaria ad oggi espressa in modo ancora incompleto. Questa scelta organizzativa potrebbe d'un sol colpo risolvere le contraddizioni di un partito che non ha ancora risolto il nodo della sua collocazione politica a livello europeo e di un'identità sospesa tra la socialdemocrazia tradizionale, laica e aperta alla società civile e il profilo di un laburismo democratico e d'ispirazione cristiana.