A modo mio

Morto il Mastellotti. W il Berlusconi

di Luigi Troiani

Si è detto, nelle settimane che hanno preceduto la prova elettorale, di un accordo tra Berlusconi e Veltroni (il Veltrusconi), finalizzato a ridurre le minoranze al silenzio e il paese in riga per un governo di ordine e sviluppo. L'elettorato, che decide per suo conto, si è espresso in modo diverso, rendendo alla Repubblica un servizio di chiarificazione e semplificazione della vita politica: 5 soli gruppi alla Camera, 4 al Senato. Può essere un buon punto di partenza per fare del nostro un paese "normale", dove la politica sia messa in condizione di funzionare nell'interesse dei cittadini.

   Berlusconi riceve dal voto anche più di quanto sperasse, e relega Veltroni in un'opposizione difficile e inaspettatamente solitaria in quanto priva della stampella della sinistra, e della "paternità" di Prodi dimessosi da presidente del Pd. Fatto storico, scompaiono dal Parlamento le estreme neofascista e neocomunista , deludendo i nostalgici delle due esperienze totalitarie del Novecento. Via anche i socialisti, traditi più che dagli elettori, dall'incoerenza e inconsistenza del suo gruppo dirigente, in particolare del segretario Boselli. Gli eredi di Nenni e Pertini sono riusciti dove neppure Mussolini aveva potuto: cancellare dalla scena la gloriosa testata dell'Avanti! e successivamente il partito che con Craxi aveva conosciuto il massimo della gloria e dell'ignominia. Eliminate dalla politica le componenti infedeli del centrosinistra prodiano, quelle che in preda ad autodistruzione, avevano accompagnato alla porta il professore: Mastella non ha trovato chi lo candidasse, Bertinotti ha pilotato il naufragio della sinistra nuovamente extraparlamentare.

   Da soli Pd e Cdl arraffano il 70 per cento dei consensi ma nel totale della somma, rispetto alla vigilia, cambia l'ordine degli addendi, e, contrariamente a quanto recita il teorema sulle addizioni, anche il risultato. Non il Veltr-usconi sperato dai timidi del centrosinistra, ma un Berlusc-oni secco, che ha già iniziato ad imporre il proprio gioco esclusivo, promettendo di tirare diritto per la propria strada. Se il presidente del consiglio in pectore manterrà il messaggio di moderazione e rispetto per le istituzioni che si affanna a far passare in questi giorni, le cose andranno bene, per lui e per l'Italia. Difficile, comunque, immaginare che non finisca per influenzare contenuti e stile dell'azione di governo il ruolo pesante della Lega, premiatissima dall'elettorato. Se così fosse, potrebbero essere dolori: impossibile che l'attuale Ue, con i problemi che soffre, possa accettare un'Italia ondivaga in materia di finanza pubblica, immigrazione, sicurezza interna, politica estera, le questioni sulle quali la Lega tenderà a farsi sentire di più.

   Intanto la politica estera italiana emigra nelle mani di chi, in passato, fu antieuropeo, filoamericano acritico, amico di Putin in Russia ed Erdogan in Turchia. Capire cosa questo governo farà su questioni chiavi come il sostegno all'euro, la lotta all'inflazione, il rigore fiscale e finanziario, la partecipazione alle azioni di peace-keeping internazionale, è uno degli interrogativi di questi giorni a Bruxelles e nelle capitali europee. Inaccettabile la riedizione di certi comportamenti e posizioni. Nessuno meglio di Frattini, che risulta chiamato a lasciare il posto di membro della Commissione per tornare alla guida della nostra diplomazia, saprà spiegare al capo del governo che il paese non può prescindere dai vincoli europei, pena l'esclusione dal giro che conta. Sarkozy e Zapatero, partner meridionali nell'Ue, hanno offerto per primi a Berlusconi sorrisi e auguri: è auspicabile che, con loro innanzitutto, l'Italia possa fare una politica di interesse nazionale, fondata sulla scelta euro-atlantica e centrata sul rilancio del Mediterraneo.