Visti da New York

Alla riscoperta di Benedetto

di Stefano Vaccara

Limitato dalle "dead line", il nostro mini sondaggio su uno spaccato di opinioni che i newyorkesi, cattolici e non, hanno su Papa Benedetto XVI, con risposte prese a caso nelle strade e nella subway, nelle piazzette o nei caffé del Village, probabilmente risente del tempo di quando certi giudizi sono state raccolti, cioè prima dell'arrivo del Pontefice in città. Perché, affiora il dubbio, se queste stesse domande fossero state poste alla fine della visita, avremmo avuto qualche risposta favorevole in più nei confronti del pontefice tedesco? Non che non ci siano state quelle benevole, ma leggendo appunto quelle raccolte dalle valorose giornaliste Michelina Zambella e Eleonora Mazzucchi, risaltano molto di più quelle opinioni che esprimono diffidenza fino alla piena ostilità nei confronti di Ratzinger. Ma quanto "fotografato" a poche ore dalla visita resta sempre valido e importante, perché registra un umore che, riteniamo, è stato finora diffuso, almeno nella capitale morale dell'Occidente, nei confronti del successore di Papa Wojtyla.

Certo il sospetto che certi spietati giudizi due giorni dopo sarebbero stati già un po' diversi, meno duri almeno nei toni se non proprio nella sostanza, lo vogliamo esprimere perché anche chi scrive queste righe avrebbe espresso, diciamo almeno fino a mercoledì, una opinione ben diversa su Benedetto XVI. Già giovedì, alla notizia degli incontri fuori programma di Washington che il Papa ha avuto con alcune vittime degli abusi sessuali perpretati da preti spesso recidivi - perché, per carità, non si dimentichi che la giustizia americana ha dimostrato che alcune gerarchie ecclesiastiche invece di proteggere quei bambini vittime di abusi denunciando ed espellendo i sacerdoti criminali, optarono per un vergognoso "cover up" col risultato di provocare la perpetuazione del crimine e l'aumento delle vittime- e quindi dopo il discorso di venerdì ascoltato nella stracolma Assemblea Generale dell'Onu, ecco Benedetto XVI ci appare diverso. Quest'uomo di 81 anni che appariva ancora più vecchio della sua età, che finora era apparso freddo, intellettualmente congelato nella scontata rigidità di alcune sue posizioni, ora in questo viaggio in Usa d'un tratto appare come "ringiovanito", come se la missione nell'America delle troppe contraddizioni ma pur sempre terra delle grandi conquiste democratiche dell'umanità, sia riuscita a far emergere un tratto finora rimasto più nascosto del carattere di Ratzinger. Ci sembra più moderno, più flessibile, più recettivo e in sintonia con i problemi dell'umanità, ma senza per questo far mancare la coerenza con i precetti etici e morali della Chiesa romana.

Scorrendo però alcuni giornali stranieri e soprattutto italiani, quando si accenna allo "scandalo della Chiesa americana", e alle giuste esortazioni che il Papa ora fa nei suoi confronti, sembra come se lo scandalo dei preti pedofili sia stato un malessere "soltanto" americano, attribuibile a certe disfunzioni della società Usa, che insomma certe crimini sarebbero un problema indigeno di cui dover prendere provvedimenti, ma appunto un problema "americano". Lo avevamo scritto nei terribili anni 2002-03 e lo ribadiamo: la vastità di quello che è emerso nella Chiesa americana non va attribuita soltanto a certe "debolezze" della società Usa che renderebbe certi preti "già malati". Crediamo invece che lo scandalo è emerso prima qui e in tale vastità più che altrove nel mondo, perché qui la giustizia e, altrettanto importante, col supporto della libera informazione, ha evitato i facili "insabbiamenti" o le rassegnate omissioni da parte delle vittime. Insomma, che la Chiesa di Roma (e infatti vogliamo credere e sperare che il Papa nel discorso di San Patrick non alludesse alle chiese "soltanto" americane) non si illuda e non illuda: quel male va cercato ed estirpato dappertutto. Anzi, la vigilanza da parte delle gerarchie romane dovrebbe essere maggiore in società dove certi "cani da guardia" come quelli Usa sono molto più deboli o semplicemente non esistono.

Infine, applauso convinto al discorso del Pontefice alle Nazione Unite. L'ho ascoltato dentro un'Assemblea Generale che ha accolto Ratzinger con una partecipazione mai vista in oltre dieci anni di frequentazioni del Palazzo di Vetro. "Responsabilité de proteger", l'ha ripetetuto più volte questo principio il Papa, in francese, nel discorso pronunciato nell'aula gremita dell'Assemblea Generale, "Responsability to protect," in inglese direttamente al personale dell'Onu. Una frase già dell'allora premier britannico Tony Blair (così come accettata anche dal nostro ministro Massimo D'Alema). Perché sarebbe vano e ipocrita sostenere il rispetto dei diritti umani e, come fa il Papa, affermare come la loro salvaguardia sia il vero antidoto contro ogni degenerazione violenta di qualsiasi comunità, se poi non si è pronti ad intervenire per difendere il popolo cui questi fondamentali diritti vengono calpestati proprio da chi dovrebbe salvaguardarli. Benedetto XVI ricalca qui il pensiero già di Giovanni Paolo II, di una dottrina di pacifismo convinto della Chiesa ma che non si spinge alla cecità difronte al diritto di ogni popolo ad essere protetto dalla "famiglia" che può soccorrerlo. Le Nazioni Unite sono lì per quello, per dare legittimità a quel diritto per ogni popolo di essere difeso. Ratzinger lo ha ricordato soprattuto a coloro che pensano che l'Onu esista per proteggere la non interferenza nelle questioni nazionali. Sui diritti umani, chi li vorrà veramente difendere, avrà nella Chiesa di Ratzinger un convinto alleato.