Arte

Troiani tra i fiumi di Babilonia

di Ilaira Costa

Nato a Roma, Massimiliano Troiani è figlio d'arte. Ha iniziato la sua carriera artistica ed il suo apprendistato fotografico seguendo proprio le orme di suo padre, direttore della fotografia che ha collaborato negli anni Cinquanta e Sessanta con registi del calibro di Orson Welles, Luchino Visconti ed il grande documentarista olandese Ioris Iven.

La sua mostra intitolata "By the Rivers of Babylon", cosponsorizzata dal Circolo Culturale Italiano dell'ONU e dall'Istituto Italiano di Cultura di New York, è un'esposizione raccolta, poetica e struggente allo stesso tempo, composta da 60 foto-in bianco e nero incorniciate da legno grezzo dal sapore tribale, scattate viaggiando per il mondo. Sarà in visione fino al 21 Marzo nel Quartier Generale delle Nazioni Unite nella hall principale del "Palazzo di Vetro".

L'artista nel nostro incontro dice di considerarsi più che fotografo soprattutto documentarista. Dopo aver abbandonato foto e cinema per alcuni anni si è dedicato esclusivamente al teatro - dove è stato tra l'altro anche burattinaio e direttore di diverse produzioni teatrali - per poi tornare all'uso della fotografia ed al video quali mezzi espressivi e strumenti di indagine privilegiati della sua vocazione documentaristica.

Viaggia costantemente per il globo con un bisogno interiore di documentare- attraverso la sua arte- storie di emerginazione dei cosidetti paesi in via di "sviluppo", definizione peraltro non particolarmente cara all'autore. In particolare ha trascorso molti anni tra Asia Africa ed America Latina dirigendo documentari video e realizzando foto reportage incentrati su tematiche di popoli emarginati, culture esoteriche e tradizioni tribali.

L'evocativo titolo dell'esposizione richiama in modo struggente direttamente il versetto di apertura del Salmo 137 particolarmente caro all'artista che recita così: "Lungo i fiumi laggiù in Babilonia, sulle rive sedemmo in pianto".

I fiumi e l'elemento dell'acqua sono stati e continuano ad essere per Massimiliano Troiani una costante fonte di ispirazione visiva e metaforica, fondamentale in tutta la sua ricerca e la sua attività di documentarista. Molte delle foto presenti in questa mostra sono state scattate sul fiume Sabarmati in India, lo stesso fiume che scorre sotto l'Ashram dove il Mahatma Gandhi visse per vent'anni (ad Ahmedabad) prima di iniziare la sua "marcia del sale".

Sono proprio le parole introduttive scritte dall'artista nell' elegante catalogo che accompagna la mostra -pubblicato dalla Secop Edizioni- a guidarci nel percorso espositivo, aiutandoci ad entrare più a fondo nello spirito che ha animato i passaggi visivi esposti: ‘a rivederle a distanza di tempo, lungo le rive dei fiumi di Babilonia, queste fotografie sono appunti sulla solitudine, bozze di ritratti che nelle acque di quei fiumi si specchiavano e intanto sembravano sussurrare "Ormai ci siamo..."

L'autore prosegue descriverndo la genesi ed il significato degli scatti definendoli come "immagini che hanno cercato di essere racconti, ritratti e paeasaggi come ballate che dietro (prima e dopo) ogni scatto si domandavano se alla fotografia sia ancora possible raccontare" .

Camminando tra i pannelli della mostra, l'impatto visivo ed emotivo sullo spettatore aumenta. E' come un viaggio metaforico tra i ritratti fotografati dall'artista per essere una costante denuncia delle miserabili condizioni di emarginazione nei differenti continenti del globo.

Particolarmente suggestiva è la serie di fotografie che raffigurano i volti di alcuni eunuchi indiani, realizzata dall'artista nel 2002 in occasione di una delle sue numerose spedizioni artistiche in India, in cui Troiani girò un documentario interamente dedicato alla vita degli eunuchi .

A questo proposito anche l'introduzione del catalogo di Erri De Luca ci aiuta a decifrare il significato di questi volti e dei sentimenti di Troiani nell'atto di fotografarli:

"Tutta la superficie del pianeta è stata perlustrata e cartografata, dagli abissi oceanici alle cime himalayane. Restano le facce. Troiani va verso di loro con lo spirito dell'esploratore, ma senza la sua pretesa, varcati i confini delle mappe conosciute, di piantare bandiere di conquista... A Troiani stanno a cuore le facce. In un mondo di città dove ci si incrocia ad occhi bassi, bisogna viaggiare per guardarle. Lui si riserva il diritto di metterle a fuoco... Prima di ogni fotogramma si è svolta un'opera di avvicinamento, di ospitalità, infine di fiducia. Sollevare agli zigomi un apparecchio fotografico per Troiani è l'ultimo atto di un viaggio da pellegrino sopra una terra estranea."

Questa mostra dunque è un atto di fede, ma al tempo stesso una messa in discussione del mezzo fotografico e delle sue odierne possibilità espressive, come ci testimonia lo stesso Troiani: "fotografare e' diventato più  difficile. Le possibili inquadrature, come gli accordi musicali non sono infinite nemmeno a Babilonia. E non sono le tecnologie più fresche a dare una mano: qui ci vorrebbero occhi nuovi per guardare e fotografare,... occhi antichi...pre-babilonesi".