EVENTI/TELEVISIONE Quando la Rai serve il pubblico

di Filippo Brunamonti

Italia: pizza e mafia", si diceva in una superata visione dello Stivale. Ebbene, quando la fantasia sceglie la zona cronachista per sigillare l'evoluzione iconica, quando si parte dalla fiction per marchiare e dire "no", il vecchio detto puzza ancora di scomodo, di stantio. E se l'anno televisivo italiano è stato una dodici mesi di rivisitazioni a base di clan e criminalità, non si può certo dire che lo scoglio del pregiudizio (polemica annessa) sia superato. Caso di questi giorni, "La vita rubata". Dopo un appello al presidente della Repubblica Napolitano, due rinvii, e un terzo chiesto dai magistrati di Messina, ha debuttato lunedì su RaiUno la fiction di Graziano Diana, con Beppe Fiorello, che ricostruisce la storia di Graziella Campagna, uccisa dalla mafia il 12 dicembre 1985.

Non sono bastati "Il capo dei capi", "L'ultimo dei Corleonesi" e "L'ultimo padrino". Il bizzarro mondo della distribuzione e del visto censura è andato in tilt una volta di troppo, con la preoccupazione che il personaggio di Provenzano incitasse all'associazione mafiosa invece che destarne il disprezzo ("Il capo dei capi" appunto), e con altri amari commenti sulle ricostruzioni e loro attendibilità (ma il valore aggiunto della fiction non è quello di tradire un testo o un evento realmente accaduto per trasformarlo in cinema?). Per "La vita è rubata" il problema era un altro: il film ha subìto due stop il 27 novembre e il 24 febbraio per non turbare la serenità dei giudici della Corte d'Assise di appello che devono emettere la sentenza.

"La vita rubata" ci fa innamorare di Graziella Campagna: parte anagraficamente da quando aveva 17 anni e lavorava in una lavanderia. Un giorno due clienti si presentano come l'ingegner Cannata e il geometra Lombardo, di Palermo. Graziella non sa che, in realtà, dietro quella bautta da uomini onesti si celano due latitanti mafiosi: Gerlando Alberti junior (nipote di Gerlando Alberti senior, ‘u paccarè, il furbo, spalla fidata di Pippo Calò) e Giovanni Sutera. Ecco poi il punto di non ritorno: Graziella trova in una giacca un'agendina; questo decreterà la sua fine. Il 14 dicembre, il cadavere viene trovato a Forte Campone, uccisa con cinque colpi di lupara. A questo punto, entra in scena il fratello Pietro Campagna, carabiniere. Tutti lo ricordano perché non si è mai arreso, nonostante i depistaggi, il silentium della gente: a distanza di 23 anni, il processo d'appello contro Alberti jr. e Sutera condannati in primo grado a trent'anni, ma poi scarcerati per decorrenza termini, è ancora in corso a Messina: la sentenza è prevista per il 18. "L'omicidio di Graziella è una bestemmia" ha detto Graziano Diana al quotidiano La Repubblica. "Prima di scrivere il film, ho fatto un viaggio in Sicilia per conoscere Pietro e sono stato con lui a Forte Campone. Lì ho capito che questa storia andava raccontata".

Insomma, nessuno (dal cast alla regia) voleva che la storia rimanesse sepolta. Solo alcuni giorni fa i magistrati di Messina hanno inviato una lettera di ripensamento. Per il consigliere di amministrazione Nino Rizzo Nervo "la Rai ha fatto davvero servizio pubblico. È sbagliato pensare che un film o un'inchiesta possano influenzare giudizi in corso. Il film mostra una realtà che questo Paese ha voluto spesso dimenticare".

Alla conferenza stampa in Rai, l'attore Beppe Fiorello (che ha tallonato il suo personaggio nella vita quotidiana come un'ombra per capirlo a fondo) ha detto: "Ho accettato questa parte con difficoltà perché temevo raccontasse ancora una volta della mia Sicilia come terra di mafia ma quando ho capito che si trattava di una grande storia d'amore, ho fatto un passo indietro e ho capito di poter dare un senso più alto al mio mestiere. Quella di Graziella è una piccola storia ma noi abbiamo il potere e il dovere di farla conoscere al mondo".

Il 28,5 % di share dimostra che quando la Rai fa servizio pubblico (premiando l'impegno civile), stereotipi e proteste arrancano nel nostro sguardo sotto il peso della loro inutilità.