PUNTI DI VISTA/ Sognando di poter riavere le mille lire...

di Toni De Santoli

Non può negarlo nessuno. E' crisi. Crisi sociale, morale, economica, politica. Ora più che mai, capi e sottocapi di partito - a eccezione, forse, di Walter Veltroni, leader del Pd - rivelano tutta la loro mediocrità. Più che altro, sono presi, assorbiti (ben più di quanto lo fossero quarant'anni fa gli Andreotti, i Rumor, i Saragat) da vicende di partito, da confronti tra correnti interne, da equilibrismi fra uno schieramento e l'altro. Trovano tuttavia il tempo e il modo per parlarci di riforme. Riforme che sarebbero essenziali per tutti loro, nessuno escluso. A parte il fatto che di riforme sentiamo discutere da oltre trent'anni, non vediamo che cosa debba essere riformato (secondo i loro cànoni...) in Italia. Abbiamo fatto le Regioni, creato il sacrosanto Statuto dei Lavoratori, istituito le Usl (ora Asl). Alcune Regioni funzionano, molte altre, no; lo Statuto dei Lavoratoriè ridotto a brandelli, le Usl/Asl vanno a seconda di chi le dirige.

Per molti di questi signori, la riforma più prodigiosa, più luminosa ha un nome che, sulle prime, può esercitare un certo fascino: federalismo. Ma ve la immaginate un'Italia federalista? Sarebbe la rovina. Da una parte regioni ricche, o abbastanza ricche (Lombardia, Val d'Aosta, Trentino); dall'altra, regioni sempre più povere: Basilicata, Puglia, Calabria, perfino la Sicilia, riaffonderebbero in una miseria seicentesca. Alla lunga, le regioni ricche (ma anche là tira ora una brutta aria) non vorrebbero aver più nulla a che fare con quelle povere. L'Italia, già avvelenata, debilitata, barcollante, cesserebbe di esistere come Stato, nazione, popolo.

Non c'è, no, bisogno di riforme in Italia. Non c'è bisogno del federalismo. Per avere la speranza di uscire, magari a fatica, dalla crisi generale aggravatasi col secondo governo Berlusconi e col governo di centrosinistra uscente, non c'è che un modo: disincagliarsi dall'Unione Europea, gettare quindi al macero l'euro e tornare alla lira. Prendere una decisione di questa portata richiederebbe, tuttavia, fegato, presenza di spirito, audacia. Immaginate che inferno scatenerebbero, nella circostanza, i grandi quotidiani, le grandi reti tv, gli istituti di credito. Un presidente del Consiglio che dichiarasse coi fatti la propria sfiducia nella Ue e ai suoi ministri e al Parlamento chiedesse di sancire l'uscita dalla Ue, verrebbe preso per un lunatico, un mentecatto, un folle. Qualcuno potrebbe anche chiederne l'interdizione... A tanto siamo arrivati.

Eppure è questa l'unica strada. Altre non ce ne sono. L'Italia tornerebbe a essere arbitro di se stessa, riscoprirebbe virtù e capacità dimenticate, verrebbe percorsa da un anelito di ricostruzione non tanto dissimile da quello che si manifestò fra il 1946 e il 1960. L'Italia sarebbe padrona delle proprie merci, delle proprie risorse. Capirebbe d'avere uno scopo, un grande scopo. Capirebbe, e finalmente vorrebbe - come cinquanta o sessant'anni fa - fare da sé. Fare da sé in base alle attitudini dei cittadini, alla natura del suolo; in base alla sua posizione geografica. Sarebbe finalmente libera. Libera di produrre quanto vuole, di individuare mercati esteri a lei vantaggiosi. Libera di rimettersi a lavorare con la lena e l'ingegno d'un tempo.

Ma per realizzare tutto questo non ci vorrebbe certo un illusionista della destra o del centro. Ci vorrebbe un socialista, un bel socialista il quale non avesse affatto paura d'essere accusato di tradire la causa internazionalista.

Tutto ciò, comunque, è un sogno. Altro non è, purtroppo, che un sogno...