Analisi

POLITICA ITALIA. Candidature con mercanti in fiera

Valerio Bosco

La rottura con la sinistra comunista, la decisione di andare da soli, con l'eccezione della compagnia dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. La strategia elettorale del Partito democratico sembrava buona; la capacità di comunicazione del segretario Walter Vetroni poteva assicurare se non una vittoriosa rimonta, almeno una gloriosa sconfitta. La pubblicazione delle liste elettorali del PD è stata tuttavia un'amara sorpresa. La lista dei candidati scelti a tavolino dalla neo-nata burocrazia del partito lascia davvero perplessi. Per carità, quella di aprire il partito alla società civile, di portare in Parlamento l'imprenditore Fabio Colaninno e l'operaio sopravvissuto alla tragedia della Tyssen, archiviando per sempre la tradizionale visione del conflitto capitale-lavoro della "sinistra storica", è stata un'ottima idea. Decisione importante è stata certamente anche quella di candidare il generale Mauro del Vecchio, ex comandante delle truppe NATO in Afghanistan: si è trattato della conferma del tentativo di contaminare la cultura del PD con quell'expertise militare di alto livello che ha materialmente contributo al protagonismo italiano nelle missioni internazionali di pace.

Al di là di queste scelte felici, la lista del PD stupisce però in senso negativo. In primo luogo perché sembra davvero pensata e finalizzata nel bel mezzo di una partita al "mercante in fiera": c'è il precario, il giornalista (quello non manca mai), il chirurgo, la telefonista del call center, la giovane ricercatrice (mancano il fanciullo e l'ancella). Senza voler fare l'elogio degli esperti e neppure quello del politico della casta, un interrogativo sorge spontaneo: ci sarà nella prossima legislatura,  nelle file del PD, "un materiale umano" capace di compiere un serio lavoro parlamentare fatto di proposte e disegni di legge, idee di riforma, interpellanze al governo? Il fatto che la giovane ricercatrice candidata nel Lazio, Marianna Madia, abbia serenamente affermato di non capire nulla di politica e di volersi affidare ciecamente agli esperti del partito fa pensare ad un secco no. E fa pensare alla figura degli utili idioti, cooptati per l'immagine, gestiti e indirizzati dalla burocrazia del partito. Ed allora, questi tipi antropologici della società italiana inseriti nelle liste del PD - "tipi" che tanto ricordano i banali affreschi dei tv movies italiani: il commissario, il giudice, la commessa, la parrucchiera - sembrano più dare colore che sostanza al partito di Veltroni. Hanno poi dell'inquietante le scelte di candidatura che hanno premiato i "figli di", "le moglie di" e "i portaborse di". C'è la figlia dell'ex ministro Totò Cardinale, la figlia di Stefano Madia (la ricercatrice di cui sopra!) ispiratore anni fa di una lista civica veltroniana per il Campidoglio. C'è la moglie di Piero Fassino, quella del discusso Antonio Bassolino. Non mancano il portavoce di Dario Franceschini, quello di Romani Prodi, il consigliere di Rosy Bindi e quello di Vincenzo Visco, piazzato nella circoscrizione senatoriale più inopportuna, quella tra Genova e il ponente ligure dove l'influente borghesia produttiva certo non ricorda con piacere il fiscalismo dell'ex vice ministro delle finanze.

Al di là della trappola tesa dai cattolici del PD ai radicali - i cui eletti sicuri sembrano essere diventati 6 e non più i 9 previsti - suscita sgomento l'esclusione del professore Khaled Fouad Allam, esperto di mondo arabo ed esempio vivente della convivenza tra popoli, culture e religioni diverse nell'Italia di oggi. Per fortuna, con una decisione dell'ultimo minuto, una delle più valide figure dell'antimafia italiana, l'ex diessino Giuseppe Lumia, è rientrato nella lista siciliana da cui era stato incomprensibilmente escluso.

E il Partito delle libertà? Beh, anche qui, i problemi e gli imbarazzi non mancano. Voci sino ad ora non verificate, parlavano della possibilità di una candidatura di qualche membro della famiglia Toto, i proprietari di Air One, la compagnia interessata all'Alitalia. Un'ipotesi che si aggiunge alla probabile candidatura dell'ex presidente di Confindustria Antonio Amato e che ci ricorda come i conflitti di interessi rischiano di aumentare. Oltre a non essere mai risolti. Il ritardo con cui il PdL sembra procedere nella formazione delle liste potrebbe però essere l'indice di una certa conflittualità nel processo di definizione dei candidati. E i "poli minori"? L'UDC di Pierferdinando Casini non ha trovato di meglio che rilanciare lo screditato Totò Cuffaro: per carità, innocente fino al terzo grado di giudizio, ma davvero un personaggio improponibile che avrebbe dovuto, spontaneamente, sulla base di minimi standards di moralità pubblica, rinunciare alla candidatura. Cosa dire invece di quella di Ciriaco De Mita, passato dal PD e al partito di Casini con una facilità disarmante? Come se la politica fosse un lavoro come un altro. E non una passione per un progetto politico, la condivisione di precisi ideali. Ma solo un modo per rimanere nel sistema e sedere, ancora una volta, nel Parlamento italiano.

Al di là dei nomi, pesanti incognite gravano infine, da destra a sinistra, sulle candidature rosa e sui candidati nelle circoscrizioni estere. Nel PD le donne raggiungono appena la soglia minima stabilita diversi mesi fa (il 30%): molte sanno già che la loro posizione in lista non consentirà l'ingresso in Parlamento. Difficile che nel PdL le cose vadano in maniera diversa. Per l'estero, c'è da sperare invece che i principali partiti, assecondino l'esempio newyorchese, dove la mobilitazione di base di un ceto intellettuale del PD attorno alla candidatura di Stefano Albertini, direttore della Casa Italiana alla New York University, indica un'alternativa concretamente democratica all'ipotesi di candidati paracadutati dall'alto o dettati da logiche e meccanismi clientelari o familistici.

In conclusione, il quadro di queste elezioni è evidentemente preoccupante. E suscita un senso di nauseante sazietà l'annuncio di Berlusconi di voler presentare presto, innanzi alla "Quarta Camera dello Stato", il salotto di "Porta a "Porta", un nuovo contratto con gli italiani

Che Berlusconi ci risparmi l'ennesimo dejà vu. Il vero contratto lo facciano lui e Veltroni. Non da Vespa. Ma di fronte ai cittadini.  Definendo l'impegno comune a cambiare una legge elettorale che già da oggi ci consente di sapere chi siederà e chi no nel prossimo Parlamento e che assegna una delega in bianco ai potenti gerarchi di partito. I due principali candidati premier, così filo-americani nei rispettivi profili politici, dovrebbero cioè davvero guardare alla lezione che l'America continua a darci in questi giorni. E dovrebbero cominciare a riflettere insieme su un nuovo sistema politico, fondato su una legge elettorale capace di stimolare la partecipazione attraverso il potere di scelta dei cittadini, puntando magari anche sul meccanismo delle primarie per una selezione trasparente dei candidati. Sarebbe davvero un grande servizio alla malata democrazia italiana. Ma crediamo che né Veltroni né Berlusconi ne siano davvero all'altezza.