Il rimpatriato

Il decreto facile facile

di Franco Pantarelli

"Muoiono come mosche", sentivo dire dei mendicanti di New York quando sulla città si abbatteva l'inverno, e la mia osservazione era sempre la stessa: ma l'inverno non arriva ogni anno? L'ecatombe non è prevedibile? Possibile che non si possa fare nulla per evitarla? E le risposte che ricevevo - i mendicanti non votano, l'inverno che li spazza via è a suo modo un calmiere del problema - mi lasciavano atterrito con la loro spietata logicità. Ora che sono in Italia mi trovo ad assistere alla scoperta che a morire come mosche sono gli operai. Attenti, però: il problema di questi giorni non è quello degli oltre mille operai che muoiono ogni anno (un dato che costituisce una tragica costante da lungo tempo), ma il fatto che ora se ne parli. Dalla tragedia della Thissen di qualche settimana fa a oggi, i morti sono stati molti e ognuno di loro ha - come si dice - fatto notizia, nel senso che gli eventi tragici che da anni comportavano al massimo una notizia a una colonna sui giornali e qualche volta un annuncio distratto nei telegiornali, oggi ottiene titoli "veri" e resoconti televisivi con tanto di inviati e collegamenti "in diretta". E siccome l'Italia è un Paese a forte tasso di emotività e siamo in periodo elettorale, anche la politica ha riscoperto quegli operai che ormai venivano chiamati "gli invisibili".

Bene, un'attenzione sull'onda dell'emotività e dovuta allo zelo che i politici sotto elezioni sentono il bisogno di mostrare è sempre meglio di niente, anche perché nel momento in cui i politici si muovo qualcosa esce fuori. Il punto è pero: che cosa esce fuori? Romano Prodi e il suo governo sono come si sa dimissionari e ad aprile saranno sostituiti da Walter Veltroni e i ministri che lui nominerà o da Silvio Berlusconi e il suo servile entourage. La loro funzione - per legge - è solo quella di badare all'ordinaria amministrazione o di far fronte a qualche evento straordinario d'emergenza: un cataclisma, un attacco militare da parte di un altro Paese, un attentato terroristico e così via. Ma siccome - per via di quel tasso di emotività di cui si diceva - la morte degli operai è diventata un'emergenza, ecco che Prodi e i suoi ministri si sono riuniti, hanno discusso la faccenda e hanno emanato un decreto legge (cioè una legge che viene varata senza essere stata approvata dal Parlamento) in cui vengono inasprite le punizioni, fino a un certo numero di anni di prigione, per quegli imprenditori che si rendono colpevoli di trascurare - per noncuranza, per indifferenza, per risparmiare sui costi di produzione - le misure di sicurezza. Sempre per via del tasso di emotività, la cosa è piaciuta così tanto a tutti, fossero di destra, di sinistra , di centro, moderati, estremisti o comunque coinvolti in qualche modo nel sempre variopinto panorama elettorale (gli antiabortisti, il "partito dei pensionati", quello dei consumatori, eccetera). Un consenso che il governo Prodi, nei quasi due anni della sua travagliatissima vita, non aveva mai visto.

Tutto bene? Forse sì, più probabilmente no. C'è infatti qualcosa di peloso, in questa storia, che mi fa pensare a quando - anni fa, prima che abbandonassi questo posto per la mia ventennale avventura americana - ogni volta che qualcuno ammazzava qualcun altro per derubarlo, si scatenavano polemiche sulla sicurezza dei cittadini e si finiva regolarmente al categorico "ci vuole la pena di morte", trascurando il fatto che bisognava prenderli, gli assassini, prima ancora di decidere quale pena comminargli, così come ora il problema delle morti sul lavoro è quello di evitarle controllando di più e meglio ciò che avviene nelle fabbriche e nei cantieri e punendo i trasgressori delle norme, non quello di punirli più severamente DOPO che qualcuno è morto.

Allora il punto era quello di far funzionare meglio la polizia, che di assassini ne prendeva proprio pochini; adesso il punto è organizzare meglio il controllo di ciò che accade nelle fabbriche e nei cantieri e mandare più ispettori a verificare se le norme vengono rispettate, non quello di minacciare di sbattere in galera chi le norme non le rispetta ma viene scovato solo dopo che un suo dipendente è morto. Siccome però fra le due cose - emanare un decreto o organizzare i controlli - la prima è immensamente più facile, ecco che per quanto riguarda le morti sul lavoro ci ritroviamo con una norma in più ma con lo stesso, scarsissimo, numero di ispettori.