Italiani in America

I nostri emigranti perseguitati da Stalin. La tragedia degli italiani in Crimea

di Generoso D'Agnese

Il 29 gennaio è trascorso da poco, con il suo carico d'intenso ricordo per la Shoa, il 10 febbraio è ancora più vicino con il Ricordo istituzionalizzato per le vittime delle Foibe. Ma di loro ben pochi hanno memoria. Fantasmi trasparenti perfino al tenue ricordo della storia.

Se oggi qualcuno cita la città di Caffa, probabilmente nessuno saprebbe ricordarne la collocazione e men che meno saprebbe ricordarne le origini. Eppure appartiene a una fetta gloriosa di storia italiana, questa città fondata sulle rive del Mar Nero dai sudditi della Repubblica di Genova. Una città italiana in Crimea.

Ad alzare il velo su una pagina di storia del tutto dimenticata dagli italiani sono stati Giulio Vignoli (professore di Diritto Internazionale nell'Università di Genova) e Giulia Giacchetti Boiko, residente a Kerch  nell'attuale Ucraina, con un libro dal titolo scarno ma efficace: "La tragedia sconosciuta degli italiani di Crimea".

Edito grazie a una collaborazione tra Università di Genova, Unione monarchica italiana, l'Associazione "Ponte di solidarietà" e altri aiuti volontari, il libro è stato presentato in anteprima  a Kerch in edizione trilingue (italiano, russo e ucraino) e raccoglie le testimonianze degli ultimi italiani sopravvissuti alla deportazione avvenuta nel gennaio del 1942.

Sono storie struggenti e agghiaccianti quelle raccolte nel piccolo intenso volume dedicato alla tragedia dimenticata di una comunità italiana che neanche il tempo ha saputo piegare al silenzio totale.

Quella italiana in Crimea è una storia che inizia appunto all'epoca delle Repubbliche marinare, quando Caffa rappresentava un vivace angolo genovese sulle rive del Mar Morto. Della città genovese oggi restano i resti all'interno del perimetro urbano di Feodosia ma proprio l'antica presenza marinara legittimò forse nel 1830 e nel 1870 le due ondate migratorie italiane. A scegliere l'avventura in Crimea furono soprattutto agricoltori, marinai e addetti alla cantieristica navale e la città fulcro di tale spostamento divenne Kerc, costruita sullo stretto omonimo che congiunge il Mar Nero con il Mar d'Azov. Nel 1840 30 famiglie italiane costruirono e consacrarono una chiesa cattolica romana (progettata dall'architetto Alessandro Digbi) la cui lapide commemorativa, scritta in italiano e latino, fu distrutta dal regime stalinista negli anni '30 del Novecento.

E' una migrazione essenzialmente pugliese quella che scelse nell'Ottocento di trasferirsi nella Crimea: italiani provenienti da Molfetta, Trani, Bisceglie, Bari formarono una comunità stimata intorno alle duemila unità, rinnovando un legame che già si era creato nel XVI secolo, attraverso le migrazioni dalla Campania e dalla Liguria. E tra loro vi era perfino un nipote di Giuseppe Garibaldi, fucilato negli anni '30.

Incoraggiati dal governo zarista che inviava emissari in Europa Occidentale, gli italiani si stabilirono anche a Simferopol a Feodosia e in altri porti del Mar Nero e del Mar d'Azov.

Ai primi del ‘900 essi ammontavano a 4000 unità, costituivano il 3% della popolazione, avevano anche una scuola  elementare e media, un circolo ricreativo e la biblioteca.  Una colonia unita e prospera dedita alle attività marittime nella flotta peschereccia o nella flotta del Mar Nero.

Le persecuzioni iniziarono con l'avvento dello stalinismo.

"Molti proprietari rientrano in Italia -spiega l'autore Giulio Vignoli - avendone conservato la cittadinanza. Questo fino al 1939, poi non è più stato permesso, viene imposta la cittadinanza sovietica. Qualcuno riesce ancora a fuggire. I rimasti, circa 2000, se coltivatori, sono costretti a creare il kolkos "Sacco e Vanzetti". Al contempo il governo sovietico invia fuoriusciti antifascisti a catechizzarli. Ricordo: Giuliano Paletta, fratello di Giancarlo e Pietro Robotti, cognato di Togliatti. Il Robotti ottiene la chiusura della scuola e della Chiesa e l'espulsione del parroco italiano"

Nel gennaio 1942, dopo la "liberazione" di Kerch da parte dell'Armata Rossa tutti gli italiani, anche le famiglie miste, vennero deportati, dai lattanti ai vecchi. Costretti a radunarsi in sole due ore e portando con sé solo otto chili a testa di effetti personali, furono concentrati a Kamysch Burun, sobborgo di Kerch e imbarcati nelle stive per la traversata dello stretto, poi in vagoni piombati fino a Bakù, poi con navi traversarono il Mar Caspio, poi ancora in vagoni piombati fino in Kazakistan. Alcuni arrivarono alla Kolima sul Mar Glaciale Artico.

"Metà muore durante il tragitto soprattutto i bambini e i vecchi, di stenti, di fame, per i maltrattamenti. Un altro terzo muore in Kazakistan per il freddo, per fame. Alla morte di Stalin qualcuno di nascosto riesce a tornare. Solo con Krusciov tornano ‘liberi' ma sono  ormai ben pochi. In 200 rientrano in Crimea ma tutti i loro averi sono stati avocati allo Stato, altri rimangono in Kazakistan". All'ultimo censimento 365 persone in Kazakistan si sono dichiarati di nazionalità italiana. Altri sono in Russia e perfino in Uzbekistan. Agli italiani di Crimea furono sottratti tutti i documenti, compresi i passaporti italiani, e neanche la caduta del comunismo è riuscita ad alleviare le sofferenze di questa diaspora volutamente dimenticata da tutti. L'ambasciata italiana di Kiev non riconosce infatti loro neanche una risposta alle lettere accorate per tornare in possesso dell'antica cittadinanza e per veder riconosciuto lo status di deportato politico.

"La tragedia sconosciuta degli Italiani di Crimea" rende finalmente giustizia alla storia di tanti connazionali costretti a subire ogni sorta di torto per il solo motivo di trovarsi nel luogo sbagliato. Raccoglie le voci dei pochi sopravvissuti che 65 anni fa erano bambini ma che non hanno dimenticato le atroci sofferenze.

"Siete ebrei? No? Allora non interessa.

Sono stati i nazisti a perseguitarvi?

No?

Allora è meglio tacere e nascondere"

Parola di storia.