Personaggi

Oltre l'architettura c'è Saracino

di Ilaria Costa

Nato in Puglia nel 1976, Antonio Pio Saracino è molto più di un architetto e molto più di un artista. Ha cominciato a lavorare a Roma nel 2002 nello studio di architettura di Massimiliano Fuksas prima di trasferirsi a New York, dove insieme al suo partner americano Steve E.Blatz ha fondato ArchLAB, uno studio sperimentale di design con il quale ha già vinto molti premi e ottenuto riconoscimenti da parte di prestigiose testate internazionali del settore. Recentemente incoronato tra i 25 più interessanti trendsetters a livello mondiale dal New York's Art Magazine, Saracino si presenta come Artista nella piena accezione umanistica del termine.

Uomo rinascimentale a tutto tondo, Antonio sfugge ad ogni definizione: non è solo un architetto, ma anche artista, designer, scrittore, esteta, collezionista di libri rari, esperto di tecnologia... con una personalità indubbiamente brillante ed intraprendente.

La sua produzione artistica include installazioni fotografiche di grandi dimensioni, già esposte in diversi sedi europee e recentemente in una mostra itinerante in diverse tappe nel Mediterraneo intitolata Mythos - in cui il tema ricorrente è la reinterpretazione di tematiche mitologiche alla luce di istanze contemporanee.

Saracino risponde alla nostre domande con una vivacità intellettuale rara, inquadrando ogni risposta in una cornice culturale di vasto respiro e muovendosi con disinvoltura tra riflessioni di natura sociologica e considerazioni di carattere estetico/artistico.

Ti consideri più artista o più architetto?

"Ho sempre saputo di voler essere un artista; sin da bambino ricordo di avere avuto il bisogno di esternare il mio desiderio creativo, che nasceva da un urgenza interiore di creare una visione interna, questo impulso ha sempre fatto parte di me. L'architettura poi mi ha aiutato a vedere con maggiore concretezza la mia sensibilità come artista."

Come la tua formazione di architetto influenza le tue opere e le tue istallazioni artistiche?

"Nel processo creativo la mia formazione di architetto e la mia ricerca artistica sono molto connesse. Del resto i rapidi cambiamenti del nostro tempo aprono un varco molto fertile alle sperimentazioni, e alla contaminazione di discipline.

Nel mio caso come architetto e designer non sono soltanto interessato allo spazio e al programma che lo organizza, ma principalmente il mio interesse è per la natura umana. Non penso si possa progettare e disegnare intorno al corpo senza comprendere le necessità, i sogni e i desideri che sono dentro i nostri corpi.

L'architettura non evolve solo riferendosi al suo precedente, ma evolve principalmente insieme ai cambiamenti della visione che l'uomo ha di se stesso e della realtà. Considero il mondo artificiale che progettiamo, disegniamo e pianifichiamo come un estensione del nostro corpo, che si accorda con il nostro mondo interiore.

La ricerca artistica per me diventa il primo contatto con quel mondo interiore!"

Quanto di "italiano" è presente nella tua produzione artistica? E viceversa, quanto New York ha influenzato il tuo immaginario artistico?

"Nel mio ciclo artistico ‘Miths from the New millennium' cerco proprio di investigare la mia cultura Italiana ricca di storia, di miti e di una stratificazione di valori culturali che a volte vanno reinventati per consentire al nostro paese di evolvere nel mondo contemporaneo. La contaminazione di questi valori stigmatizzati, nella cultura storica e cristiana del mio paese con la grande apertura alla cultura contemporanea di New York, è fondamentale nei miei lavori.

Il trauma che ha vissuto New York pochi anni fa con gli attacchi terroristici porta ancora l'eco di quell'idea instabile, di un mondo globalizzato in corsa, principalmente sotto la bandiera utilitaristica, e che non ha avuto tempo di costruire un etica, una cultura e dei codici di valori che differiscono dal mercato e dal consumo."

Perché hai scelto proprio New York come "base"?

"Per moltissimi artisti, New York è sempre stata la città della libertà di espressione, dove sviluppare pienamente il proprio talento. Ecco, New York è il posto ideale dove potere realizzare il ‘Sogno Americano'. Sono venuto a vivere a New York proprio per questo, perché credo sia ancora il posto dove potersi sentire cittadini del mondo e parte di un perfetto equilibrio tra culture diversissime, dove esiste un grandissimo senso di libertà e di apertura verso le diversità culturali e di espressione."

Quale è stato il ruolo della tua famiglia in questa scelta?

"Sono nato in Puglia, nel sud Italia, dove i valori della famiglia sono molto radicati, ed i miei mi hanno educato ad un senso molto tradizionale verso questi grandi valori, tipici dell'Italia.

Ero venuto a New York soltanto per una breve intership, ma questa città mi ha subito calamitato verso una serie di eventi professionali che continuano a crescere quotidianamente e che mi hanno spinto a decidere di vivere qui. All'inizio non è stato facile convivere con l'idea di stare così lontano, non solo per la mia famiglia, ma anche per me; però quando loro hanno capito ciò che questa città rappresentava per me, la città dove raggiungere i miei obiettivi professionali, mi hanno appoggiato con grande determinazione, per cui devo ringraziarli per avermi educato ad un grande senso di libertà nelle mie scelte."

Cosa vedi nel tuo futuro?

"Sono estremamente ottimista. Ho grandi progetti a cui sto lavorando, e finora tutti quelli che avevo si stanno verificando, ma mi riservo per prudenza un minimo di pessimismo.

Al contrario dell'imbattibile ottimismo degli americani, noi italiani non sempre abbiamo un approccio di estremo ottimismo verso il futuro; questo nostro atteggiamento è culturale e ci viene direttamente dal grande filosofo romano Seneca, che affermava come la felicità in fondo non si conquisti solo con un ottimismo estremo, ma anche con un pizzico di pessimismo, per fare in modo che i grandi eventi positivi che ci accadono nella vita, non debbano essere considerati come scontati e prevedibili, ma ci stupiscano, ci seducano e ci rendano felici."

Qual è il messaggio delle tue installazioni o dei tuoi progetti architettonici?

"Oggi siamo immersi in un epoca completamente barocca; la tecnologia innestata nel nostro mondo artificiale crea un mondo sensibile che interagisce continuamente con le nostre percezioni; il mondo che progettiamo con gli spazi architettonici diventa un palcoscenico che deve comunicare la costruzione dello spazio non più su un livello puramente razionale, ma deve sapersi confrontarsi con un pubblico attraverso la sensorialità, l'immediatezza e la sensazionalità.

La mia ricerca artistica nel ciclo del Mito ricalca in un certo senso l'iconografia classica e in alcuni casi anche cristiana, esplorando nel cuore le radici della mia cultura occidentale da dove provengo, nel sud Italia. Il mio design e la mia architettura sono più lineari e immediati, in quanto sono interessato ad esasperare organicamente un idea molto semplice e forte, e ripeterla nell'oggetto che disegno, amplificando quella forza come gesto di continuità nel progetto. Nei miei lavori mi interessa investigare l'artificiosità e la seduzione di un mondo tecnologizzato e mediatico, dove il nostro stile di vita sembra assuefatto e al servizio della tecnologia".

E la tua giornata tipo?

"Mi sveglio tardi,... la prima cosa accendo il mio computer, mi piace chattare anche solo per pochi minuti con i miei amici a Sydney, a Roma, a Parigi a Londra ad Amsterdam.

Ovviamente la mia giornata non può iniziare senza un espresso, come ogni italiano. Poi arrivo a Union Square dove lavoro, faccio un giro per la piazza, compro un giornale, vado in ufficio, arrivando sempre in ritardo. Sul lavoro cerco sempre di sfidare creativamente i clienti e il mio business partner, per rendere ogni giorno piu' interessante il mio lavoro. Pausa pranzo..., ogni giorno mi avventuro in un ristorante diverso in Union Square e poi torno a lavoro e ci resto fino a tardi. La sera raramente ceno a casa, quasi sempre sono a cena con amici e clienti. Mi manca davvero molto non poter cucinare a casa, come ogni italiano fa."

Torneresti a vivere in Italia?

"Sì, ma soltanto se potessi viaggiare e lavorare tra l'Italia e New York, magari aprendo uno studio a Roma e a New York, e poter prendere il meglio del mio paese e di questa città".