Personaggi

Mo vi racconto... i miei mestieri

di Chiara Zamin

Un metro e cinquantotto di altezza, il volto increspato dalle rughe e due occhi azzurri che brillano di entusiasmo e sprigionano la tenerezza di un ragazzino curioso. Ettore Mo è uno degli inviati di guerra più prestigiosi e singolari del giornalismo italiano.
Coraggioso, randagio e avido di storie da raccontare, l'inviato del Corriere della Sera è arrivato nei luoghi disperati del pianeta. Con la sua carica umana ed ironica insieme alla sua bravura innata è riuscito a far parlare il cuore della gente. Il suo rapporto con Massoud, il "Leone del Panshir" in Afghanistan (ucciso dai terroristi due giorni prima dell'11 settembre) impegnato nei conflitti con la Russia e successivamente contro i guerriglieri talebani, è stato raccontato da lui stesso in numerosi reportage in cui il leader dell'Alleanza del Nord spiegava a Mo come i governanti europei non capivano che la sua battaglia contro i talebani era soprattutto una battaglia contro il terrorismo islamico che andava diffondendosi in tutto il mondo.
Ettore Mo è anche colui che, dopo il sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia, andò alla sua ricerca e che riuscì a convincere il capo dei guerriglieri delle Farc a concedergli un'intervista. Attraverso il suo intermediario gli disse: "Senti, so che hai la mia stessa età, siamo tutti e due del '32, non abbiamo tanti anni davanti, chissà quando ci rivedremo..., lascia che ti intervisti voglio spiegare agli italiani perché fate la guerra contro il governo".
Ettore Mo mi confessa di aver visto, almeno due volte nella sua vita, la morte in faccia. Una volta in Afghanistan, un'altra in Iugoslavia. Me le racconta, ma poi smorza i toni dicendo: "Al Corriere gira un indovinello sul mio conto che dice: perché mandano sempre Mo in Guerra? Perché sparano ad altezza uomo!".
L'abbiamo incontrato in occasione dell'uscita da alcuni mesi di un suo nuovo libro ("Ma nemmeno malinconia, storia di una vita randagia" Rizzoli) in cui non si parla tanto di guerre, di massacri, di gulag, ma di lui. L'Ettore Mo nascosto, con le sue ambizioni, passioni, avventure prima che diventasse una penna prestigiosa, quando da studente universitario fuori corso andavi in giro a zonzo per l'Europa e si adattava a fare il lavapiatti, il cameriere, il cantante, l'infermiere, ecc...
Qual è stata la molla che l'ha spinto in quegli anni ad un tale stile di vita?
"Diciamo che ero un pessimo studente (ero iscritto alla facoltà di lingue di Venezia) e non ci tenevo tanto al titolo accademico. Sono sempre stato innamorato più della vita che dei libri, anche se leggevo. Mi ricordo che all'epoca era uscito  a Parigi un romanzo ‘Il ragazzo morto e le comete' di Goffredo Parise scritto da un ventenne e io pensavo: ‘Ma se ha scritto lui un libro di successo, lui, più piccolo di me, perché non dovrei farlo io?'. Così andai a fare delle esperienze di studio e lavoro organizzate dall'Università all'isola di Jersey nel canale della Manica, ma dopo la seconda volta, dopo due estati,  mi sono detto: ‘Io non torno'; mi piaceva molto la Spagna sono andato a Madrid. Poi sono andato in Svezia, a Parigi e a Londra.  Oramai ero uscito dal carrozzone universitario. Cosa mi ha spinto? La mia inadeguatezza al curriculum universitario e l'idea futura di un tram tram di tipo accademico non mi andava. Pensavo ‘il mondo è grande lo voglio vedere, lo voglio raccontare'. La molla era ‘voglio vederlo per raccontarlo'".
Tra le sue mete da studente ribelle racconta anche quella nel bacino nero del Nord, al confine con il Belgio dove nel 1906 avvenne una delle più terribili sciagure minerarie del mondo e dove incontra un certo René che le fa notare la numerosissima presenza di italiani che lavoravano in miniera e che aggiunge "parlano una specie di patois tutto loro che mi fa scoppiare dal ridere ma anch'io lo parlo, ormai.. se vuoi te li faccio conoscere.."
"Si esatto. Anche quella volta ero curioso di vedere l'ambiente dei minatori. Del resto George Orwell nel libro ‘La strada di Wigan Pier' parla della sua esperienza di minatore. Quando lo lessi, pensai: ‘Guarda questo autore cosa ha fatto; prima è andato a Parigi a fare tutti i mestieri possibili immaginabili e dopo è finito a raccontare la vita dei minatori'. Anche in questo caso pensai che anch'io avrei potuto fare una cosa del genere. Per me è stata essenziale questa esperienza, perché ho capito proprio che per scrivere di una certa cosa bisogna viverla."
Anche se nel libro racconta che suo padre prima della partenza le disse: "Fai qualunque cosa ma non finire in miniera!"
"E infatti non sono andato fin giù. O meglio sono andato giù ma sono tornato subito su. Mi metteva paura anche perché io soffro di claustrofobia".
In un altro dei suoi viaggi incontra un emigrato italiano, un siciliano che cantava musica napoletana ..
"Sì, ero a Stoccolma e facevo lo sguattero, si lavavano i piatti scientificamente, ovvero li inserivo in una lavastoviglie, era un movimento molto meccanico, sai questo era un lavoro tipico per gli stranieri. Andavi in un grande ristorante, non ti chiedevano nemmeno il nome e ti mettevano subito a lavorare. Bene in questo ristorante incontro un pianista siciliano che cantava canzoni napoletane, mi sono avvicinato e mi dice: ‘Oh ma tu le conosci queste canzoni' e io gli rispondo: ‘Sì ho studiato canto'; sentendomi cantare mi dice ‘Ma hai una bella voce'; allora mi ha invitato a cantare in un club insieme a lui. Finii insomma a fare il napoletano in Svezia, sebbene fossi nato a Borgomanero, in Piemonte".
Dal libro si evince che la sua famiglia è di origini umili; il fatto di non essere stato figlio di "qualcuno" , nella sua professione di giornalista, non le ha mai procurato delle paure, delle frustrazioni o insicurezze?
"La sensazione di umiliazione l'ho provata in maniera molto forte quando ero al liceo classico a Novara. Era una scuola molto costosa frequentata da benestanti e i miei genitori si toglievano il pane di bocca per farmi studiare. Mi ricordo i primi giorni di scuola quando tra compagni ci si chiedeva: ‘Che lavoro fa tuo padre?'. I genitori dei miei compagni erano ingegneri, medici, imprenditori. Quando chiesero di mio padre e io risposi ‘il falegname' tutti mi guardarono stupiti e io mi sentii profondamente umiliato".
E nella sua professione di giornalista?
"Diciamo che lì è andata meglio perché dopo una vita da randagio in giro per il mondo, a 30 anni ho proposto dei miei racconti al corrispondente del Corriere della Sera a Londra, Piero Ottone, il quale dopo averli esaminati mi diede l'opportunità di iniziare a collaborare. Sono stato fortunato, anche perché nei giornali si entra il più delle volte per raccomandazioni".
Tra le sue avventure di viaggi le mancano però gli Stati Uniti...
"L'America mi fa paura. Sai adesso ho una certa età e penso che in America bisogna andarci da giovani. A me lo sviluppo tecnologico intimorisce, come del resto intimoriva il mio grande amico e collega Indro Montanelli. Mi è capitato di andare a Tampa ad assistere allo sbarco di cubani che scappavano dal regime di Fidel Castro, quando quest'ultimo aveva aperto le carceri e lasciato andare fuori dal paese la feccia. Io ero lì a raccontare come arrivavano, cosa dicevano, cosa cantavano. Quando finii, chiamai il vicedirettore a Milano, che ai tempi era Di Bella, e mi disse: ‘Stai lì, non rientrare... Stai lì e raccontaci una storia'. Allora andai  in California, dove stava avvenendo una seconda ‘febbre dell'oro'. C'erano i ricercatori dell'oro che setacciavano le acque del fiume a Sacramento. Scrissi un pezzo su di questo e poi tornai in Italia".
E perché non e rimasto lì ancora?
"E no, perché in America c'era il corrispondente del Corriere, che non tollerava invasioni nel suo territorio.... E poi, sai, c'era questa concezione del corrispondente politico che doveva e poteva esaurire tutti gli argomenti; in realtà noi in Italia, dell'America non sapevamo un c...o".
Cosa è importante quando si racconta una storia?
"Guarda, a questa domanda rispondo raccontandoti un fatto. Mi trovavo in Iugoslavia e la giornalista Milena Gabanelli aveva deciso di realizzare un servizio televisivo in cui avrebbe seguito un inviato di Guerra, che in questo caso ero io. Lei girava con una mini cinepresa e mi seguiva. Poi ad un certo punto discutendo di come avremmo dovuto raccontare i fatti che succedevano, io le dissi un po' ciuco: ‘Dobbiamo scrivere con la massima castità possibile'. Lei rimase attonita.
Aggiunsi che le parole avrebbero dovuto essere pulite, belle, sfrondate di aggettivi inutili; castità nel senso di racconto prosciugato, scrivere l'essenziale, senza caricarlo di analisi, introspezioni, un fatto si vedeva e parlava da solo.
Dico questo perché il giornalismo italiano proviene dalla letteratura , per cui chi un tempo faceva il giornalista, si sentiva in dovere di sfoderare le sue ambizioni letterarie, per cui il giornalismo era collegato al ‘bel scrivere'. Montanelli diceva:  ‘Niente bello, scrivi e basta'. Perché al giornalista quando scrive gli viene da essere vanitoso e pensa: ‘ora mi vi mostro quanto sono bravo'. Ma così si finisce per vestire un cadavere di coriandoli".