IL LINGUAIO. Ricomicio da Firenze

di Luigi Fontanella

Riprendo il mio appuntamento domenicale dopo un'interruzione di due settimane. Prima di tutto, però, non posso non ringraziare i vari lettori che mi hanno scritto delle e-mail molto affabili, o per quesiti linguistici o semplicemente esprimendo il loro attaccamento a questa rubrica, temendone la sparizione... (in particolare desidero ringraziare la signora Michaela Fortebraccio di Framingham, Massachusettes, e il signor William Simons di White Plains, N.Y., quest'ultimo aveva pensato che io mi "ero separato" dal nostro giornale! ). Quanto poi a tutti quei messaggi in cui mi sono state richieste delucidazioni su singole parole o modi di dire: un po' di pazienza e cercherò di accontentare quelle richieste che mi sembrano più originali o che possano essere condivise dalla maggioranza dei nostri lettori.

 

Allora, ricomincio dal luogo dal quale mi ero congedato, e cioè Firenze. Avevo raccontato di una mia lunga passeggiata fiorentina nel corso della quale a un certo punto, passato Ponte Vecchio, mi ero trovato nella gloriosa Piazza de' Pitti. Qui, arrivato al numero civico 22, alzando lo sguardo, avevo scoperto una targa la quale annunciava che proprio nel palazzo che mi era di fronte aveva soggiornato negli anni 1868-1869 Fedor Michailovic Dostoevskij, e qui aveva scritto il suo capolavoro "L'idiota" , forse il più grande e struggente romanzo russo dell'Ottocento. Ma ecco che, fatti pochi passi più avanti, avevo scoperto un'altra targa all'altezza del numero civico 14, sulla quale veniva rivelato che in quel palazzo dal dicembre 1943 all'agosto 1945 aveva soggiornato Carlo Levi, nell'appartamento di Annamaria Ichino, "rifugio per lui dal nazifascismo e dalle persecuzioni antisemite". In quest'appartamento Levi scrisse "Cristo si è fermato a Eboli", affascinante resoconto in forma narrativa del suo soggiorno coatto in Lucania, al quale lo scrittore e pittore era stato condannato per antifascismo negli 1935-1936.

Da lì mi ero poi inoltrato in alcune viuzze secondarie dove dovevo fare altre scoperte, questa volta linguistiche/antropologiche, dell'antica civiltà fiorentina. Oggi ne presento due, entrambe legate ad arti e mestieri tipici.

Leggo su una vecchia botteguccia "mesticatore". Chi è (era) il mesticatore? Era, ovviamente, il responsabile della "mesticheria", cioè la bottega dove si vendono colori, vernici e pennelli, dal verbo "mesticare" (mescolare), da cui deriva la "mèstica": mistura di colori, olio di lino e cera che i pittori stendevano sulla tela o sulla tavola prima di dipingervi. In un'altra stradina scopro il "civaiolo", ossia il venditore di "civaie" (= i legumi secchi); sulla porta di un vecchio negozietto pendeva poi un cartello con la scritta "vinattiere". Chi era (è) il vinattiere? Questa parola è subito comprensibile, in quanto questa persona è chi oggi verrebbe chiamato il vinaio, il venditore di vino. Ma "vinattiere" ha una connotazione più specifica, in quanto egli non solo vende il vino ma vende il suo vino; "vinattiere" sta dunque a indicare una persona che produce vino e lo vende direttamente ai suoi clienti. Volendo, si potrebbe pensare ad un oste che nella sua osteria venda il vino che lui stesso ha ricavato dalle sue vigne.

Lo spazio mi costringe a concludere qui questa carrellata di mestieri, dai nomi così pittoreschi. Ma riprenderò il discorso la prossima volta raccontando anche di una serata speciale trascorsa a casa di amici a Grassina (un paesino a pochi chilometri da Firenze in piena campagna) dove ho fatto un'altra scoperta gastronomica-linguistica.