Antonio Delfini. Cent'anni dopo

di Luigi Fontanella

Fra i centenari celebrati quest'anno quello del modenese Antonio Delfini (1907-1963), il più irregolare e disincantato scrittore del nostro Novecento, rischia di passare abbastanza inosservato; il che, del resto, risponderebbe perfettamente al suo destino di narratore appartato e vergognosamente trascurato dalla nostre patrie lettere; un destino perfino curioso, se pensiamo che, poco conosciuto in vita, Delfini godette il massimo della "gloria" e del riconoscimento critico e di pubblico proprio l'anno della sua morte, 1963, quando il suo volume dei Racconti, pubblicato da Garzanti, vinse il Premio Viareggio e, sempre in quello stesso anno, usciva Lettere d'amore (Guanda Ed.); libri che davano finalmente una certa giustizia alla carriera letteraria (o antiletteraria?) di un autore avulso da ogni scuola o militanza accademica, benché, talora, con velleitari e anarchici propositi di fondarne. Basterà qui accennare alla semiseria "Accademia degli Informi", con la quale Delfini, autoproclamatosi presidente, intendeva emettere provvedimenti e sanzioni nei riguardi di tutta la letteratura italiana di quegli anni. Ancora oggi da leggere e godere è quel suo "Discours de réception", con il quale tra il tono dadaista/surrealista, e quello decisamente anarchico, Delfini inaugurava la sera del 14 giugno 1977 questa accademia.

Ma ecco che già pochissimi anni dopo la sua scomparsa scende su Delfini il silenzio quasi compatto e i suoi libri, precedenti ai Racconti, gradualmente introvabili, nonostante gli sforzi di estimatori o amici operanti all'interno degli ambienti artistico-letterari , che dopo la sua morte continuarono a valorizzarne l'opera; mi riferisco ai vari (cito alla rinfusa) Molinari, Mattioli, Scheiwiller, Silori, Spagnoletti, Ungarelli, Belpoliti, Fratini, Vaccari, Palazzi, ecc. e, su tutti, Cesare Garboli, che mi onoro aver avuto come carissimo amico, il quale nel 1982 scrisse una magistrale Introduzione ai Diari; volume uscito da Einaudi, editore che avrebbe dovuto pubblicare l'intera opera delfiniana, ma che dopo la riedizione dei racconti nello stesso anno (col titolo originario di Il ricordo della Basca) non ha pubblicato più nulla del Nostro. Mistero dei ministeri (avrebbe detto Frassineti) editoriali.

Omesso nelle letterature e nelle antologie "ufficiali", ancora oggi relativamente indagato dalla critica, Delfini è da tempo diventato un "caso", come quello di altrettanti suoi illustri contemporanei, come Tommaso Landolfi, Alberto Savinio, Anna Maria Ortese - tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Spesso si è cercato di indagare morbosamente sul personaggio-Delfini, o su episodi particolari e personali della sua vita, o magari si è cercato di recuperare qualche sua pagina inedita, piuttosto che leggere e meditare a fondo la sua opera.

Credo che le domande che Garboli formulava più di vent'anni fa in due suoi scritti paralleli assai suggestivi ("Puerilismo di Delfini" e "La bicicletta di Delfini", rispettivamente usciti nella rivista d'italianistica americana "Gradiva" (n. 1, 1983; saggio, fra l'altro, del tutto sconosciuto in Italia tranne che per i lettori di questa rivista) e nel volume Antonio Delfini. Testimonainze e saggi a cura di Cinzia Pollicelli (Mucchi Ed. 1990) siano ancora oggi rimaste sostanzialmente inevase (chi era veramente Delfini?, che valore ha la sua opera e che posto occupa nel nostro Novecento?).

A rispondere in parte a queste domande contribuisce ora il bellissimo volume/catalogo Immagini di Antonio Delfini (pp. 167, Euro 30,00) pubblicato quest'anno grazie a Carlo Bonacini e curato da Andrea Palazzi per le Edizioni Artestampa di Modena (www.edizioniartestampa.com) ; una pubblicazione di estremo interesse che raccoglie più di 300 documenti, in buona parte inediti, della mostra tenutasi presso la Biblioteca estense di Modena nel settembre scorso. Non è senza emozione che ne ho sfogliato le pagine soffermandomi a lungo sulle numerose immagini relative a foto scattate dallo stesso Delfini, documenti rari, disegni e collage, bozzetti editoriali, copertine di libri delfiniani ormai leggendari, autografi e altri reperti di vario genere messi a disposizione soprattutto da Giovanna Delfini. Il mio pensiero è andato automaticamente a quell'importante convegno del 1983, cui partecipai anch'io dietro invito di Garboli, nonché a quell'elegante catalogo - già diventato una rarità bibliografica - Antonio Delfini, Immagini e documenti, pubblicato da Vanni Scheiwiller nel 1983, cui questo volume in questione si collega naturalmente. Lì, come qui, troviamo l'ottima Introduzione di Andrea Palazzi, preceduta dalla Nota prefatoria di Aurelio Aghemo, direttore della Biblioteca estense universitaria.

Credo che i racconti di Antonio Delfini siano tra i più seducenti e avvincenti di tutto il nostro Novecento. Non solo. Delfini è lo scrittore che più di ogni altro cercò di attuare, liberamente e autonomamente, per sua esplicita asserzione, la pratica della scrittura surrealista in alcune sue narrazioni e, in particolare, in un'opera singolare, forse unica davvero nel panorama letterario italiano: Il fanalino della Battimonda, scritta i due tempi nel 1933 e nel 1934.

Ma di Delfini occorre leggere davvero tutto, a partire dai Diari e senza trascurare alcuni libretti solo apparentemente minori, come quello, ad esempio, davvero minuscolo, intitolato Poesie dal quaderno N.1, uscito in autoedizione nel 1932. Ne posseggo un esemplare originale donatomi generosamente tanti anni fa da Gaio Fratini (ecco un altro grande sodale di Delfini), o per esempio Ritorno in città, libretto uscito nel 1931 presso la libreria G.T. Vincenti e Nipoti, e poi "ripubblicato" due anni dopo presso Guanda, quando Guanda era ancora Ugo Guandalini, grande amico di Delfini col quale aveva fondato la rivista "L'Ariete Riforma" nel lontano 1927. Ho messo volutamente tra virgolette "ripubblicato", perché, come candidamente confessò il mite Delfini, delle iniziali 500 copie erano restate 200 che egli camuffò come seconda edizione. Se ho raccontato quest'episodio (che si ricava dalla dedica manoscritta sulla copia donata dall'autore a Eurialo de Michelis) è perché la dice lunga sul carattere del Nostro.

Ecco, se fossi un importante editore italiano non esiterei a riproporre questo libricino, che poi è anche la prima opera pubblicata in volume da Delfini, e che a mio avviso presenta in nuce non pochi dei motivi ispirativi dello scrittore modenese, come l'utopia mista a nostalgia, o le varie modalità dell'immaginazione e della memoria intrecciate tra di loro.

Lo spazio non mi permette neppure di accennare ad altri suoi libri di indubbia fascinazione, ne cito almeno due: La Rosina perduta (originariamente uscito presso Vallecchi nel 1957 e mai più ripubblicato), Misa Bovetti e altre cronache (Scheiwiller, 1960). Vorrei augurarmi, fortemente augurarmi, che questo ricco e variegato volume/catalogo delfiniano possa contribuire a tenere alto e prolungato nel tempo l'amore verso questo scrittore che tanto mi è caro.