A modo mio

Luoghi, NonLuoghi

di Luigi Troiani

Parigi, ferragosto, sole basso, aria irrespirabile. L'uomo che mi riceve nel suo studio al "Centro d'antropologia dei mondi contemporanei", palazzone dell'Ehess (École des Hautes études en Sciences sociales) in Boulevard Raspail, è di origini bretone.

Conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi e le sue intuizioni, non si atteggia proprio a personaggio, porgendomi una conversazione nella quale mi rende complice del suo modo di pensare e vedere la realtà del cosiddetto mondo sviluppato. Mi ricorda, con il suo modo informale e insieme signorile, un altro intellettuale che ho avuto la fortuna di intervistare tanti anni fa in America, lo storico Arthur M. Schlesinger, jr.
      Da poco sopra i settanta, Augé esprime la Francia di una volta, con gli animati villaggi sparpagliati nella grande campagna intorno a Parigi, e la capitale non ancora impestata di curry e ketch-up. E' un conservatore illuminato, nemico dichiarato della destra politica, dal "salvatore della patria" de Gaulle a Sarkozy, che ritiene poco più di un impostore. Si affaccia all'analisi del mondo contemporaneo con la consapevolezza di tutti i limiti del "vecchio", ma altrettanto cosciente della mancanza di prospettiva dell'epoca attuale. "Tutto si è messo a correre molto velocemente" mi dice, e, riferendosi in particolare ai movimenti demografici in Occidente, "tutti i rapporti di scala sono cambiati improvvisamente e con decisione". Così sono venuti diminuendo i luoghi della memoria, della socializzazione, dove riconosciamo simboli e caratterizzazioni, mentre sono cresciuti esponenzialmente i "nonluoghi" dell'anonimato, dove le persone non trovano riferimenti, scivolano disorientati tra ambienti sconosciuti, non dialogano, non ritrovano i simboli nei quali sono cresciuti.
      I libri di Augé sono tradotti in molte lingue, e hanno fatto fortuna quelli sulle ipotesi antropologiche legate al termine "luogo", con il suo opposto "nonluogo". C'è stata più attenzione in Europa, in particolare in paesi vicini come Spagna e Italia; meno negli Stati Uniti, forse perché qui la questione del rapporto con il tempo e lo spazio si pone in modo diverso, e la cultura generale è maggiormente adattata al cambiamento. "Nelle atmosfere dei bistro" (il tipico bar, ritrovo parigino) "si può avere sia la discrezione anonima, sia il contatto umano". Non così agli incroci gastronomici degli aeroporti o delle stazioni, o nelle aree di servizio autostradali (tipici "nonluoghi" della iconografia di Augé), dove ogni processo di socializzazione è sterilizzato alla fonte, benché, come riconosce l'autore, i cambiamenti in corso nelle infrastrutture di trasporto tendano spesso ad umanizzare e simbolizzare anche questi posti di transito.
      Nel neologismo "surmoderno", Augé ha provato a concentrare l'insieme dei processi legati sia all'evoluzione dei "luoghi", sia all'accumulazione delle iterazioni tra la nuova scala dei processi sociali (più velocità, più popolazione, più innovazione tecnica) e le persone. E' sparito il tempo in cui le cattedrali costituivano il luogo dello stupore popolare, dove le famiglie si recavano la domenica pomeriggio per spendere il tempo del riposo e del raccoglimento. I santuari delle famiglie odierne sono i centri commerciali, i mall e le multisale dove il gioco, il divertimento, l'acquisto dei beni di consumo diventano i simboli di riferimento per le emozioni e le affettività condivise, in una sorta di religione pagana e consumistica. Con Marc Augé, testimoni di un tempo che scompare, non piangiamo la rinuncia alle antiche schiavitù, quanto la sottomissione alle nuove. L'educazione, "un nuovo modo di fare istruzione scolastica", nelle parole del maestro bretone, può costituire la sola ancora di recupero della cultura dei "luoghi".