Il rimpatriato

Come ai tempi di Stendhal

di Franco Pantarelli

Com'era bella l'Italia quando ne ero lontano, negli Stati Uniti, e incontravo tanta gente che mi diceva "Ah, lei è italiano. Che belle Roma, Firenze, Venezia. Ho fatto un giro di una settimana e le ho viste tutte e tre". Viste?, mi dicevo fra me. Come si fa a vedere in una settimana tre città stracolme di storia, cultura, bellezza? Ma mi sentivo lo stesso inorgoglito. Le signore definivano gli italiani "galanti" e io mi guardavo bene dal sostituire quell'aggettivo benevolo con il ben più consono, secondo me, "pappagalli"; ascoltavo i complimenti rivolti ai cosidetti "stilisti" e li prendevo come se fossi uno di loro, scacciando il pensiero che il mondo falso e tutto fronzoli della moda mi ha sempre fatto venire l'orticaria; e quando qualcuno segnalava qualche pecca (il più delle volte azzeccandoci) mi adoperavo a spiegarne le ragioni con la scusa di "aiutare a capire meglio" ma in fondo col desiderio di assolvere lo Stivale e la sua gente; e infatti mi abbandonavo a considerazioni sul "carattere" degli italiani, che sì, magari erano poco efficenti e ancora meno ragionevoli ma in compenso erano allegri, appassionati e fesserie del genere.

Dopo venti anni di quell'esercizio, avevo finito per credere anch'io a quei complimenti necessariamente superficiali che ascoltavo dai conoscenti americani e alle assoluzioni che impartivo, sicché quando mi recavo in vacanza in Italia ero come un attore cui era stata affidata la parte di un turista americano e lui vi si era diligentemente calato fino in fondo. Tutto era bello, tutto era meglio di come l'avevo visto nel viaggio precedente, tanto che i miei amici che nello Stivale vivevano, lavoravano e si dannavano ogni giorno mi contestavano fra l'ironico e il perplesso, al che io ribattevo che era colpa loro se non erano in grado di apprezzare tutta quella bellezza, il clima mite, le battute fulminanti dei romani o dei fiorentini, l'eleganza delle ragazze, eccetera, eccetera.

Adesso che di nuovo qui ci vivo, ci lavoro e mi ci danno ogni giorno, credo di dovere ai miei amici delle scuse. Alla fin fine, l'Italia delle mie visite fuggevoli era come quella di Stendhal, di Goethe, di Lord Byron (nessun paragone "di merito" fra loro e me, ovviamente), e cioè presente, sì, nella realtà, ma presente molto di più nei loro occhi, che di fatto rifiutavano di vedere - o comunque di prendere in considerazione, tanto loro prima o poi sarebbero ripartiti - tutto il resto. Stendhal fu addirittura colto dalla sindrome che porta il suo nome e che consiste nell'entrare in uno stato confusionale trovandosi al cospetto della bellezza dell'arte. Impazziva cioè di fronte a Leonardo, Michelangelo, Raffaello, ma non faceva una piega per la miseria, l'ignoranza, la violenza a pochi metri di distanza, nell'Italia del primo Ottocento, per non parlare della volgarità e del degrado delle Signorie in disfacimento e ormai fuori dalla storia, nonché del blasfemo potere pontificio.

La gloria del passato è ancora tutta lì, il patrimonio artistico e culturale anche, seppure un po' più malridotto dalla cattiva gestione, ma la realtà circostante è quella di un Paese dove chi lavora ha sempre meno diritti, dove si fa carriera non grazie alle proprie capacità ma mostrando fedeltà a qualche potentazzo arrogante e cafone, dove si fa la ruota come un pavone perché il treno Roma-Milano (514 chilometri) impiega soltanto quattro ore e mezza, mentre un po' più a Ovest il Madrid-Barcellona (600 chilometri) impiega due ore e mezza e nessun pavone fa la ruota. E per di più dove sta tornando al potere Berlusconi, che oltre tutto appare molto più spento e privo di inziativa. Ci sono due scuole di pensiero, per spiegare questa sua quasi apatia. Una dice che l'età incalza, anche se i suoi medici dicono che ha "il fisico di un trentacinquenne" ma non ci crede neanche lui. L'altra scuola di pensiero dice che poiché le leggi necessarie a tenerlo in libertà le ha già fatte fare tutte ai suoi fidi famigli, il suo interesse a governare l'Italia è molto più blando. In ambedue i casi, sono ragionamenti da plebe che discute del principe, proprio come accadeva ai tempi di Stendhal.