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Cinema/ Pane amaro di ieri e di oggi

di Michelina Zambella

 

"Io no, non torno, rimango fuori a lavorare per tutti quanti voi, perchè oramai ho perso la casa, la patria e l'onore, io sono carne da macello, sono emigrante, e ci costa lacrime quest'America a noi napoletani, per noi che rimpiangiamo il cielo di Napoli, com è amaro questo pane". È il ritornello della canzone napoletana di Mario Merola "Lacreme Napulitane" che, allo stesso modo del libro di Elena Gianini Belotti (Pane Amaro. Un immigrato italiano in America, Rizzoli, 2006), del documentario di Giuseppe Maria Scotese prima ("Il pane amaro - Le vergogne del mondo", 1968) e del film documentario del giornalista e regista Gianfranco Norelli poi ("Pane Amaro", 2007), racconta la storia dell'immigrazione italiana in America. La storia del pane amaro che tanti emigranti, provenienti soprattutto dal sud Italia, hanno dovuto inghiottire, senza mai riuscire a digerire. La storia che vede cambiare il soggetto ma non l'oggetto di una sceneggiatura sull'immigrazione che rimane sempre intatta, anche col passare dei secoli, con uno schema tristemente applicabile a livello universale. 

Riuscite ad immaginare che cosa significhi dire addio alla propria famiglia, alla propria casa e agli amici? Partire per un paese straniero, senza conoscerne la lingua, e con pochissimi soldi? Chi sarebbe disposto a fare una cosa del genere? Guardando la famosissima foto di "emigranti costruttori sul ponte", viene in mente la dura vita di quegli "Uccelli di passaggio", come gli italiani vennero soprannominati, uomini che lasciarono a casa mogli e bambini, perché convinti di ritornare (e molti, moltissimi lo fecero), per andare a lavorare nelle città americane, in cerca di un salario più elevato. In ogni caso, per molti immigrati italiani l'emigrazione non fu mai da intendere come un ripudio dell'Italia. In effetti, essa rappresentò una difesa dello stile di vita italiano, in quanto i soldi spediti a casa ne aiutavano il mantenimento.

Un tema attuale, dunque, che dalle foto in bianco e nero, ci riporta alla colorata realtà di un mondo ancora fatto di immigrati. Linciaggi, razzismo, xenofobia ieri, chissà quant'altro oggi.

Un tema presentato in 104 minuti, divisi in due CD, che non ha smosso il pubblico di curiosi italo-americani accorsi, venerdi 15 febbraio 2008, all'Auditorium del CUNY Graduate Center, alla presentazione del documentario "Pane Amaro", in versione inglese dopo la proiezione italiana dello scorso anno su RAI 1. All'incontro, moderato da Anthony Tamburri, Dean del John J. Calandra Italian American Institute, e in cui hanno partecipato, oltre al regista Gianfranco Norelli, sua moglie Suma Kurien, Direttrice del Center for Immigrant Education and Training del LaGuardia Community College, e Mary Gibson, docente di storia al John Jay College of Criminal Justice, nonchè l'entusiasta pubblico presente.

Il racconto  di "Pane amaro" comincia alla fine dell'Ottocento, e si dipana fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando più di cinque milioni di italiani erano emigrati negli Stati Uniti.

"Molti americani la consideravano un'invasione da parte di un popolo moralmente e geneticamente inferiore" - dichiara Gianfranco Norelli - "Venivano addirittura considerati un popolo di mezzo: né bianchi né neri, privati dei diritti dei primi ma soggetti alle discriminazioni e agli abusi dei secondi. Un semplice sospetto o una spiata portavano spesso non ad un processo e al carcere, ma alla giustizia sommaria del linciaggio. Il razzismo anti-italiano si è diffuso a macchia d'olio. Gli opinionisti americani dipingono gli italiani come un'orda subumana e incontrollabile."

All'inizio del Novecento arriva a New York l'ondata più numerosa di immigrati italiani.  Nel 1906 sbarca ad Ellis Island una media di 980 italiani al giorno. Il totale per quell'anno tocca un record che non verrà mai superato: 358 mila. Molti americani la considerano un'invasione da parte di un popolo culturalmente, moralmente e geneticamente inferiore. Il razzismo anti-italiano si diffonde. Le loro condizioni di vita e di lavoro riflettono il loro status di cittadini di seconda categoria. Negli anni venti viene varata una legge che riduce l'immigrazione dall'Italia quasi a zero. In quella grande ondata d'immigrazione appena finita, è arrivata dall'Italia anche una vasta gamma di militanti politici rivoluzionari. La seconda parte di "Pane amaro" descrive il complesso arco dell'impegno sindacale ma anche della violenza politica di matrice italiana: "Il 16 settembre 1920, un minuto dopo mezzogiorno, mentre migliaia di impiegati escono dagli uffici per andare a pranzo, una bomba esplode al centro di Wall Street. Trentanove persone vengono  uccise e centinaia rimangono ferite. E' il più sanguinoso attentato terroristico nella storia della città di New York dopo l'attacco alle torri gemelle dell' 11 settembre 2001. Ne è responsabile un gruppo clandestino di anarchici italiani in America". "Pane amaro"  esplora i retroscena di quell'attentato e il legame fra chi mise la bomba e la vicenda di Sacco e Vanzetti. E' un racconto con aspetti poco conosciuti, che lega una lunga serie di episodi di violenza politica alla storia della vasta comunità anarchica italiana della città di Paterson in New Jersey. Paterson era il centro dell'industria tessile americana dove oltre 25 mila operai lavoravano in condizioni particolarmente dure.  Da Paterson era partito Gaetano Bresci, che aveva ucciso il re d'Italia Umberto I e gli anarchici che avrebbero assassinato il presidente degli Stati Uniti McKinley e numerosi  leader europei.  Il racconto si conclude con la vicenda dell'internamento di oltre 2.000  immigrati italiani durante la Seconda guerra mondiale. Circa 600 mila italiani che vivevano da anni negli Stati Uniti, ma che non erano mai diventati cittadini americani,  vengono dichiarati "stranieri nemici" e sono sottoposti a una serie di severi controlli e restrizioni. Quelli che infrangono i divieti vengono sommariamente internati, spesso senza che ne siano informati i familiari. Molte famiglie vengono divise fra chi è cittadino americano e chi non lo è. L'amara ironia è che durante la Seconda guerra mondiale gli italoamericani sono fra tutti gli immigrati quelli che si arruolano nelle forze armate americane in maggior numero: oltre mezzo milione. Oltre a queste raccapriccianti immagini e notizie, ciò che colpisce è sapere che ancora oggi, nella Harlem italiana, sono intatti tradizioni popolari e religiose, come la Processione per la Madonna del Carmelo, che fonde insieme italiani, portoricani e neri, in un groviglio di culture che sembrano superare i confini etnici e razziali grazie alla fede religiosa, che è stata motivo di forza e di speranza per tutti gli immigrati, ancora oggi devoti.

Il film si avvale di centinaia di foto e documenti originali - dalle pagine dei giornali ai cartoons, dai film muti a rari filmati d'epoca - nonché di interviste con storici e studiosi italo-americani contemporanei, quali Nunzio Pernicone, Gerald Meyer, Fred Gardaphè, Mary Ann Trasciatti, Peter Vellon, per riportare alla luce una delle vicende più tristi e meno conosciute nella storia dell'immigrazione italiana in Usa.

«Gli oltre cinque milioni di immigrati italiani giunti negli Stati Uniti fra il 1880 e la Seconda guerra mondiale soffrirono pene dell'inferno per essere accettati ed integrarsi », spiega Norelli, emigrato lui stesso a New York 27 anni fa e formatosi come documentarista negli Stati Uniti, dove ha prodotto documentari per la BBC, la televisione pubblica americana PBS, National Geographic e la RAI, vincendo numerosi premi a festival internazionali. Una vicenda ricorrendo ad uno stile investigativo e incalzante, ad un linguaggio asciutto e diretto basato su una ricerca estesa e meticolosa.

Ma perchè proporre questa storia solo ora?- chiede Tamburri: "Pane Amaro ci fa riflettere sul significato profondo dell'emigrazione, in un momento in cui l'Italia è diventata la meta di migliaia di immigranti  - dice Norelli -"La psicosi che si percepisce oggi in Italia nei confronti degli immigrati è la stessa che ha fatto soffrire ed ha ucciso tanti loro antenati in America".

Quali le reazioni del pubblico, americano e italiano? Continua a chiedere Tamburri a Norelli.  "Quando ho proposto il documentario alla RAI ho scoperto che vi era molta ignoranza: si pensava cioè che la migrazione fosse stata motivata solo da esigenze di miseria. Ho avvertito un senso di superiorità da parte degli italiani rimasti in patria rispetto a quelli partiti in cerca di fortuna in America". È su questo punto che interviene dal pubblico un'italo-americana di seconda generazione che parla di "antagonismo per questioni economiche" tra i parenti rimasti in Italia e gli italo-americani. Continua, invece, un'altra: "Credo che l'esistenza di una relazione con l'Italia, paese dei miei genitori, sia stata possibile solo grazie alla corrispondenza che le donne della mia famiglia hanno effettuato nel corso degli anni, mandando lettere, ma anche pacchi e regali". Un italo-americano di seconda generazione di Brooklyn invece precisa: "Il fatto che solo oggigiorno ci sia una riscoperta dell'Italia e un reale interessamento per la terra dei tuoi genitori è dato dal fatto che noi abbiamo sofferto fame e povertà, i nuovi giovani italo-americani invece vivono nel benessere e guardano al Bel Paese con altri occhi, non più come luogo di sofferenza".

Se la povertà e la fame, la miseria, ormai sembrano superati, i motivi per cui gli italiani adesso arrivano in America sono per lo più politici, sottolinea ironicamente Novelli: "Oggi il governo italiano è interessato alla comunità italiana all'estero solo per ragioni di voto".