Visti da New York

Stampa e libertà

di Stefano Vaccara

Grazie al caso "New York Times" (dovrebbe essere "McCain", ma gli strateghi del senatore sono riusciti a spostare l'attenzione dal protagonista al rivelatore dello scandalo), scoppiato con la pubblicazione giovedì scorso di un lungo articolo che faceva traballare le certezze sul carattere "tutto d'un pezzo" del candidato repubblicano alle presidenziali, abbiamo l'opportunità di occuparci della fondamentale questione del ruolo dei media in democrazia.

Un cenno all'articolo del NYT per chi non l'avesse letto. Fa parte di una serie in più parti, titolata "The Long Run" e dedicata a tutti i candidati alla presidenza, sia democratici che repubblicani, in cui il carattere del candidato/a (quello che è stato finora nella percezione pubblica) viene messo a confronto con alcune delle sue passate azioni. Si cerca ovviamente quando questa percezione non risulta affatto coerente con alcune decisioni prese in passato. Nel caso di McCain, l'articolo risultava una vera e propria bomba perché descriveva una situazione, avvenuta durante la sua prima campagna elettorale per la nomination nel 2000, in cui il senatore si sarebbe esposto per aiutare una lobbista che premeva per favorire il passaggio di legislazioni favorevoli a grandi aziende di media e telecomunicazioni. La lobbista, Vicki Iseman, secondo le più fonti del NYT che restavano segrete (ovvio, altrimenti non avrebbero parlato) avrebbe esercitato una forte influenza sul senatore McCain anche perché legata a lui romanticamente, secondo almeno i sospetti delle fonti. Le informazioni raccolte dal NYT, se si rivelassero fondate su tutto, avrebbero effetti devastanti sulle chance di McCain, non solo per la relazione extraconiugale (che nel Gop certamente conta, basti ricordare come sia stata spenta per questo l'ex "stella" Newt Gingrich) ma per il fatto che il senatore McCain aveva costruito nella cosidetta battaglia per limitare l'influenza delle grandi lobby sul Congresso il suo marchio di qualità: cioè McCain avrebbe razzolato all'opposto di quel che predica.

Ma arriviamo all"imputato New York Times". L'autorevole giornale è stato accusato di aver "lowered its standard", di aver abbassato i suoi livelli di qualità pubblicando una storia composta di "pettegolezzi" "priva di fondamento" etc etc. All'accusa di mancanza di etica giornalistica sul controllo delle fonti (negata dai giornalisti che hanno ribadito come abbiano verificato più volte le circostanze e messo a confronto le fonti: l'articolo ha avuto una gestazione di tre mesi!) è subito seguita quella sui tempi della pubblicazione: come se il NYT volesse che il Gop nominasse McCain per poi indebolire la sua corsa...

L'executive editor del Times Bill Keller e i suoi reporter, sul sito del giornale (www.nyt.com) hanno pubblicato uno speciale sulle reazioni all'articolo su McCain in cui rispondono a diverse delle domande giunte da migliaia di lettori che, sorpresi da tante critiche, hanno chiesto spiegazioni. Consiglio a chiunque di leggere i dubbi posti e le risposte date, sono un corso accelerato sul giornalismo in democrazia, su come una inchiesta riguardante un potente uomo politico (o donna) dovrebbe essere condotta.

Ricordiamo che il NYT, dopo essere stato accusato dai Clinton di essere a favore di Obama, ora viene accusato da chi appoggia McCain di "colpi bassi" per voler silurarne la campagna elettorale. Ma per capire meglio il giornalismo americano, bisogna qui ricordare che il NYT è anche lo stesso giornale che nella pagina degli editoriali aveva scelto, prima delle primarie nello stato di New York, di appoggiare Hillary Clinton e John McCain. Come è possibile? Siamo sicuri che così si chiederebbe Berlusconi e pure il "kennediano" Veltroni ma, purtroppo, anche tanti giovani italiani che vorrebbero iniziare, tra incredibili ostacoli posti da una legislazione di derivazione medioevale-fascista, la professione giornalistica in Italia.

Ecco come il political editor del NYT, Richard Stevenson, ha risposto a chi cercava una relazione tra l'appoggio dato dalla proprietà del giornale al candidato McCain con l'inchiesta portata avanti dalla redazione:

"...the news department of The Times and the editorial page are totally separate operations that do not consult or coordinate when it comes to news coverage and endorsements or other expressions of editorial opinion. We in the newsroom did not speak to anyone at the editorial page about the story we were working on about Senator McCain. They did not consult us about their deliberations over endorsements of the presidential candidates. I'm the political editor, and the first I knew of the McCain endorsement (and of the endorsement of Hillary Clinton on the Democratic side) was when I read them in the newspaper...".

Ecco la forza emanata in democrazia dal giornalismo americano, quel senso etico della responsabilità difronte solo al lettore cittadino, responsabilità protetta dalla Costituzione a prescindere dalla proprietà del mezzo d'informazione. Una forza necessaria al corretto funzionamento di qualunque democrazia e, lo ribadiamo qui per l'ennesima volta, che sarebbe fondamentale anche per una campagna elettorale in Italia e che invece resta mortificata.