PUNTO DI VISTA/ Nuovo libro su Giuseppe Garibaldi

di Toni De Santoli

A oltre duecento anni dalla nascita e a più di centoventicinque dalla morte, è tuttora il personaggio italiano maggiormente conosciuto nel mondo. Conosciuto più di Benito Mussolini, Guglielmo Marconi, Gianni Rivera. E' Giuseppe Garibaldi. L'Eroe dei Due Mondi, il conquistatore delle Due Sicilie, l'uomo più detestato e temuto dal Vaticano e dagli Asburgo. E', di sicuro, una figura fra le più complesse della nostra Storia, una figura peraltro liquidata di volta in volta dagli Anni Sessanta in poi come quella di un "avventuriero", di un "irresponsabile", perfino di un "ottuso" e di "un mercante di schiavi". In ben precisi momenti del nostro passato nazionale, essa però servì sia ai fascisti sia ai comunisti. I comunisti fra il 1944 e il 1945 trovarono utile chiamare col suo nome una brigata partigiana. I fascisti nel ventennio mussoliniano ne posero in risalto il carattere indomito e tenace, ma facendo attenzione a non urtare troppo la suscettibilità del Papato, specie dopo lo sciaguratissimo Concordato del 1929...

Di Giuseppe Garibaldi è uscita nelle nostre librerie alla fine dello scorso anno una biografia, anzi, l'ennesima biografia. Si intitola "Obbedisco - Garibaldi eroe per scelta e per destino" (Palombi Editori, 297 pgg: 19 euro) e ne è autore Aldo Giovanni Ricci, sovrintendente all'Archivio di Stato e docente di Storia dei partiti e dei movimenti politici. L'opera è ampia, ambiziosa, utile. Utile anche se, qua e là, scivola nell'agiografia, presenta ritmi lenti e passaggi un poco prolissi e ha quindi ben poco di giornalistico.
Eppure ci voleva un libro come questo. Sulla base di una brillante sensibilità storica (anche se un poco troppo accademica...) e, soprattutto, con dati alla mano, Ricci ci illustra il Garibaldi "vero". Il Garibaldi che a Giuseppe Mazzini consiglia di non illudersi: le masse contadine italiane "non" correranno mai alle armi in nome della causa dell'unità italiana. Il Garibaldi che sovente ripete e ammonisce: "Predicare la libertà senza impugnare una spada per difenderla, è inutile, perfino dannoso". Il Garibaldi che, col famoso "obbedisco" indirizzato a Vittorio Emanuele II sulle macerie del Regno delle Due Sicilie, rinuncia a marciare su Roma e dimostra così di anteporre al proprio repubblicanesimo, ai propri interessi di parte, i ben più alti (e presunti) interessi nazionali. Ecco insomma il Garibaldi attento, concreto, quadrato, che ben prima dello sbarco dei Mille in Sicilia nel 1860 e ben prima della Seconda Guerra d'Indipendenza (1859), ha capito che, per quanto nobile, l'ideale repubblicano non basta: per fare l'Italia sono indispensabili l'opera e la metodologia delle grandi cancellerie europee e quindi monarchiche. In caso contrario, sostiene l'Eroe, non faremmo altro che provocare spargimenti di sangue atroci e inutili.
Ricci ci offre così il Garibaldi "completo": l'idealista e il pragmatista, l'uomo d'azione e l'uomo riflessivo. Lavoro quindi prezioso quello del docente di Storia dei partiti politici. Ma, come spesso accade in testi storiografici italiani, anche in quest'opera manca, ahimè, la presentazione del clima che, ad esempio, si respirava nei mesi della Repubblica Romana (1849), del clima che si respirava nella Palermo investita nel 1860 dalle camicie rosse e difesa con valore dalle truppe borboniche. Manca il quadro, sociale, umano, quotidiano, dell'Italia di un secolo e mezzo fa. Un quadro peraltro interessantissimo, data la grande diversità (idee, guadagni, tenore di vita, consuetudini) di allora fra romani e fiorentini, livornesi e palermitani, genovesi e piemontesi, napoletani e bergamaschi. Non c'è insomma il quadro dell'Italia di Giuseppe Garibaldi.
Alla lunga, tutta questa accademia e tutta questa verbosità accademica, stufano.