Visti da New York

Carisma? Sì, grazie

di Stefano Vaccara

"Change, yes we can!" La straordinaria, emozionante e sempre più coinvolgente campagna elettorale del Senatore Barack Obama per raggiungere la nomination del Partito democratico, più diventa inarrestabile e più viene tacciata dalla sfidante senatrice Hillary Clinton e dall'avversario repubblicano di novembre, il senatore John McCain, come un bluff inzuppato di "retorica", belle parole prive di sostanza. Anzi, adesso gli speen doctor dei Clinton fanno circolare la magica parola: "Messianico", come per dire, ma questo Barack chi si crede di essere, Gesù? Senza rendersi conto che più lo attaccano così, e più assomigliano alla volpe che sparla dell'irraggiungibile uva.
Infatti Barack viene accusato di avere quella dote mancante agli altri contendenti: il carisma. Lo stesso che ovviamente possedeva quell'ebreo cresciuto nella casa di un falegname circa duemila anni fa, capace di farlo ancora magnificare in tutto il mondo; lo stesso che tirò fuori G.W., quello vero,  nel convincere quando tutto sembrava perduto, esausti soldati-contadini della Continental Army accampati da mesi nel fango a non abbandonare il sogno della libertà e con quel generale sul cavallo bianco sfidare l'esercito della potenza militare più formidabile della terra;  lo stesso carisma che un secolo dopo un presidente magrissimo e altissimo sfoderò a Gettisburg; lo stesso carisma con cui, da una sedia a rotelle, un altro presidente seppe risollevare una nazione ormai in ginocchio

convincendola, proprio col tono messianico, che "What we have to fear, is fear itself"; sicuramente lo stesso carisma del primo e finora unico presidente cattolico che arrivato alla Casa Bianca pronunciò quelle parole così protestanti, "Ask not what your country can do for you, but what you can do for your country!"; e certamente quel magico carisma che un ex attore di western di serie B senza esitare sfoderò quando disse al leader della potenza comunista che poteva ancora distruggere più volte il pianeta: "Mr. Gorbachev, tear down this wall!".
Barack Obama, ormai lo hanno capito anche quelli che prima si tappavano le orecchie, possiede la dote dei suoi grandi predecessori, quella che riesce a toccare in profondità l'animo di chi ti ascolta, inspirando, motivando, convincendo che la politica deve nutrirsi di ideali (non ideologie, ideali!) per poter raggiungere alti obiettivi, quelli che alla generazione precedente sembravano troppo ambiziosi.  Obama messianico? Quando si ha la fortuna di vivere in una democrazia, fatta di check e balance e dove vigila la verifica elettorale in cui solo i risultati più o meno raggiunti danno il premio della riconferma o della bocciatura, riuscire a ispirare e convincere gli elettori che tu sarai quel presidente dal carattere adatto per raggiungere quegli obiettivi, non può essere un difetto ma il vantaggio necessario per vincere.

Un paio di mesi fa avevamo scritto qui sulla politica italiana intitolando "Cercasi Obama, disperatamente". Walter Veltroni, non abbiamo problemi ad ammetterlo, tra tanti ciechi del fatiscente teatrino della politica italiana, sta mostrando almeno un occhio aperto. Ma c'è il carisma?  Se potessimo ascoltarlo soltanto, senza sapere nulla della storia politica che c'è dietro chi pronuncia quelle belle frasi su tutto quello che si dovrà  fare per cambiare l'Italia, ci verrebbe molto più facile riconoscere il carisma di W. Ma è appunto la sua storia, quel passato che in America abbiamo imparato, va sempre fatta pesare ad un politico, per come Veltroni sia stato per anni uno dei leader dell'umiliante occupazione partitocratica nella società italiana, ecco per quel fardello egli ora dovrà faticare molto di più per convincere. Almeno per convincere chi guarda  a questa campagna elettorale italiana da New York (dove avremo diritto di partecipare col nostro voto) della genuinità di certe idee. Ci piace quello che dice Veltroni, almeno lui, finora, è l'unico che riusciamo ad ascoltare. Ora dovrà sfoderare tutto quel carisma per convincere e poi provare che anche lui è cambiato, perché solo così  potrebbe cambiare l'Italia.