Il rimpatriato

ER Cassia 2008, la macchia bianca

di Franco Pantarelli

Questa volta il confronto fra l'Italia che ho lasciato e quella che ho trovato dopo vent'anni di America mi consente di essere specifico e concreto perché non si tratta di una "cosa osservata" ma di una - anzi due - "vicende vissute" personalmente. E' la storia di un sassolino che in anni lontani si era annidato in un mio rene e che ogni volta che si muoveva mi faceva vedere le stelle, paragonata alla storia di un cuore - ancora il mio - che improvvisamente decide di fare il matto, il che non mi fa vedere le stelle ma mi mette addosso una fifa blu.

Il caso vuole che le due storie si svolgano nello stesso ospedale perché la sua location sulla Cassia - quella delle antiche strade di Roma che più di tutte ha conservato il suo tracciato originario - ne fa la ER più vicina sia al luogo in cui si rivela l'improvvisa pazzia del cuore sia a quello in cui ebbe luogo l'antica danza del sassolino. Insomma la stessa persona - il sottoscritto bisognoso di cure - e la stessa organizzazione preposta a fornirle, si ritrovano a tu per tu dopo vent'anni. Come sarà l'epilogo?

Nella scena conclusiva della prima volta si vede il sottoscritto letteralmente scappare ("firmo tutto quello che volete, ma io qui non ci resto un altro minuto") per non avere più a che fare con quegli infermieri-energumeni che mentre mi "trattavano" discutevano di Roma e Lazio (e quando si infervorano l'ago con cui cercano di iniettarmi qualcosa che attenui il dolore salta fuori dalla mia vena, ridotta ormai come quelle di Frank Sinatra in "l'uomo dal braccio d'oro"); né tanto meno avere a che fare con quel medico che, impadronitosi della siringa e riuscendo finalmente a fare quella benedetta iniezione, comincia a pavoneggiarsi come se avesse appena portato a termine un trapianto del fegato.

Nella scena conclusiva della seconda volta, invece, si vede il rassicurato sottoscritto allontanarsi, inseguito dai sorrisi dei medici che fino a quel momento, prendendosi cura di lui per un'intera giornata e facendo tutti gli esami possibili, avevano ingaggiato una sorta di battaglia fra la gentilezza e la professionalità, senza che nessuna delle due riuscisse a battere l'altra.

Ecco venti anni non passati invano, mi sono detto tornando a casa. Decido di trascurare per una volta il lavoro, dò un'occhiata ai giornali che non ho avuto modo di leggere, ascolto un po' di notizie alla tv e mi assale la vicenda di Vibo Valentia, nel cui ospedale a quanto pare si entra con un'appendicite e si esce morti senza che nessuno sappia spiegare il perché; nonché le famose telefonate in cui Clemente Mastella si arrabbia con i suoi collaboratori (chiamiamoli così) perché in un ospedale del "suo" territorio è stato assunto il ginecolgo sbagliato, non nel senso della preparazione ma nel senso che è risultato essere "il fratello di uno di Forza Italia", nientemeno! Evidentemente, sono costretto a correggermi, il passaggio del tempo in Italia è fatto a "pelle di leopardo". A me è capitata una macchia bianca, abitata dagli stupendi medici e infermiari della Via Cassia che chissà se sanno com'era prima. Alle sventurate ragazzine morte a Vibo Valentia è capitata una macchia nera. Quanto a quello svergognato che si permette di fare il ginecologo pur essendo fratello di uno di Forza Italia, deve essere capitato in una macchia grigia.