Analisi

Quel vecchio ponte così decrepito

di Giulio Ambrosetti

La prima impressione che si ricava nell'osservare gli effetti della cosiddetta operazione Old bridge è quella dell'efficienza delle forze dell'ordine americane e italiane. E non può che essere così: 54 mafiosi (o presunti tali) acciuffati negli Stati Uniti, altri 23 mafiosi (o presunti tali) in manette a Palermo. Gran lavoro di Polizia e magistratura in Italia, idem per l'Fbi a Brooklyn, Queens, Staten Island e dintorni. Nomi pesanti, tra gli arrestati, dai Gambino agli Inzerillo fino a Frank Calì. Complimenti e strette di mano per tutti. E, magari, tra qualche tempo, ci scapperà pure la promozione. O le promozioni. Fin qui, insomma, il copione non è nuovo. Lungo l'asse Palermo-New York, definito "vecchio ponte", non sono mai mancati i contatti tra esponenti dell'onorata società, così come non sono mai mancate le indagini da coordinare tra le due sponde dell'Oceano, da Joe Petrosino fino ai nostri giorni.

Sui giornali e sulle tv sono andati in scena servizi in stile amarcord: immagini di siciliani che, nei primi del ‘900, con le valigie di cartone tra le mani lasciavano un'isola povera e avara per cercare fortuna negli Stati Uniti. C'è chi andò lì per lavorare e chi per delinquere. Da qui le solite toccate e fughe sulla "mano nera" che, piano piano, si sarebbe trasformata in Cosa nostra. Per non parlare dei ricordi legati al "prefetto di ferro", al secolo Cesare Mori, spedito in Sicilia da Mussolini nei primi anni '30 del secolo scorso proprio per combattere la mafia. Con i mafiosi che, per sfuggire a un integerrimo funzionario dello Stato che non andava tanto per il sottile - in quegli anni, per la cronaca, la lotta alla mafia si faceva per davvero - si trasferivano, armi e bagagli, in America dove avrebbero messo salde radici, naturalmente criminali.

Tutto vero, per carità. Ma anche tutto già visto. Uno spettacolo che spiega solo in parte quanto sta avvenendo in questi giorni. La sensazione è che si stia cercando di prospettare al grande pubblico internazionale uno scenario che sarebbe andato bene trent'anni fa o giù di lì. Ai tempi della "Pizza connection", nei primi anni '80, non era certo un errore inquadrare in un'unica visione - pur, anche allora, con le dovute differenze - Cosa nostra americana e mafia siciliana. In quegli anni alcuni punti forti tenevano insieme, almeno in certi settori del crimine organizzato, le due sponde dell'Oceano. Oggi, forse, la riproposizione di tale visione rischia di apparire azzardata, se non del tutto superata. Ci sono, rispetto a quegli anni, delle differenze che vale la pena di mettere in evidenza.

In primo luogo, con riferimento alla Sicilia, è cambiato il ruolo della mafia. Nei primi anni '80 l'Italia, come del resto l'Occidente industrializzato, era dentro il rigido schema degli accordi di Yalta. Il Patto Atlantico funzionava a pieno ritmo. L'anticomunismo era una realtà consolidata. Per fronteggiare le offensive dell'allora "Impero sovietico" nei Paesi occidentali - soprattutto nelle terre di frontiere come la Sicilia - tutto era consentito. Bisognava difendersi, insomma. Anche "corteggiando" la mafia siciliana, da utilizzare, per l'occasione, come deterrente - e talvolta anche come strumento d'attacco - contro le ingerenze comuniste. Dal 1943 in poi la Sicilia è stata una variabile elettorale e criminale "indipendente" al servizio di una causa politica (ruolo che, per certi versi, a partire dai primi anni '80, hanno assunto anche la Camorra campana e la ‘ndrangheta calabrese). Dove la parola "indipendente" vale rispetto alle leggi dello Stato italiano, ma non per i metodi di quelle organizzazioni sovrastatali - con riferimento all'Italia, ma anche agli Stati Uniti d'America - che dalla fine degli anni '50 fino ai primi anni '90 hanno gestito, come dire?, gli "affari sporchi" nel Belpaese come negli States.

Proprio grazie a questo ruolo di "garante atlantico" la mafia, nella cosiddetta Prima Repubblica, ha goduto di appoggi ad alti livelli. Da qui l'impunità di certi boss, imprendibili per trenta-quarant'anni e, soprattutto, l'impossibilità, per magistrati e forze dell'ordine, di venire a capo del fenomeno mafioso. Da qui i tanti "delitti eccellenti": onesti servitori dello Stato - alti ufficiali dei Carabinieri, poliziotti, magistrati, uomini politici - colpevoli solo di fare il proprio dovere. Tutti uccisi per essersi avvicinati troppo non al semplicistico "terzo livello" (una sorta di consesso tra politici e mafiosi al quale lo stesso Giovanni Falcone non credeva), ma un livello che, forse, stava una spanna sopra lo Stato italiano, magari in uno spazio internazionale dove s'intravedeva l'ombra lunga di Yalta.

Oggi lo schema è mutato. Non c'è più il comunismo. La mafia siciliana va a ruota libera. Senza più "paracadute" atlantico. Oggi - e questo dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti - Cosa nostra siciliana è più debole. Si dice che è più fragile perché l'azione di repressione portata avanti in questi anni dallo Stato è stata più decisa. Ma anche questo è vero solo in parte. Pure nel passato, soprattutto negli anni '80, l'azione contro la mafia, da parte di tanti uomini dello Stato, è stata forte e determinata. E tutti questi personaggi, come già accennato, sono stati ammazzati ad uno ad uno perché allora il sistema di potere sovranazionale che rendeva veramente forte la mafia - e cioè il rapporto con questo potere che stava al di sopra delle leggi dello Stato - era ancora in piedi. Oggi questo potere non c'è più perché non serve più. E questo ha indebolito sensibilmente la mafia siciliana.

Certo, a rendere vulnerabile Cosa nostra in Sicilia ha contribuito anche la legislazione sui cosiddetti collaboratori di Giustizia, detti altrimenti pentiti di mafia. Ma non va dimenticato che nel passato, anche se in numero inferiore, i pentiti di mafia ci sono sempre stati. C'erano, ma venivano posti in secondo piano; o, al limite, utilizzati nelle operazioni di intelligence; o, ancora, non creduti e lasciati ammazzare (sorte che toccò a Leonardo Vitale, detto Leuccio, un mafioso che cominciò a "cantare" nei primi anni '70; un pentito preso alla lettera dagli uomini della Squadra mobile di Palermo, retta allora da Bruno Contrada, e trattato invece con indifferenza dalla magistratura). Una tesi, insomma, quella della mafia indebolita dai pentiti, che può essere capovolta: con lo Stato italiano pronto ad utilizzare i pentiti - e quindi a indebolire la mafia - solo a partire dal periodo in cui stava per venire meno l'ombrello sovrastatale che proteggeva la stessa mafia.

Questo schema, per amore di verità, non fa venire meno l'impegno e la dedizione delle Forza dell'ordine italiane nella lotta contro Cosa nostra, a cominciare da Piero Grasso, numero uno della Procura nazionale antimafia, un magistrato di raro equilibrio e di altrettanta rara intelligenza. Ciò posto, guardare alla mafia siciliana a prescindere dal mutato scenario internazionale significa commettere un grave errore.

Come già detto, la visione odierna della mafia siciliana non può essere inquadrata in unica visione con Cosa nostra americana. Magari certi legami tra le due sponde ci sono ancora. Ma, visti dalla Sicilia, sembrano più rituali che operativi. E quando sono operativi non sembrano irresistibili. Gli arresti di qualche giorno fa ci consegnano sì l'immagine di Italia e America pronte a collaborare nella lotta al crimine. Ma dimostrano anche la debolezza di un'organizzazione criminale dedita al commercio internazionale della droga. Siamo sicuri che l'America è in grado di sgominare i traffici e gli affari illeciti di altre organizzazioni criminali, presenti sempre negli States, oggi molto più forti rispetto al passato?

Il punto, però, non sta solo nella presenza negli States di altre mafie più o meno forti e, forse, oggi più radicate nel territorio americano, almeno nei livelli medi e bassi della stessa società statunitense. Il vero snodo che rende ormai non sovrapponibili mafia siciliana e Cosa nostra americana sta nel cambiamento di quest'ultima. L'impressione che si ricava - sempre guardando le cose dalla Sicilia - è che la criminalità americana di origini siciliane si sia ormai evoluta. Magari metabolizzandosi nei gangli alti della società. "Dietro ogni grande fortuna c'è un crimine", avverte Balzac, citazione che, non a caso, Mario Puzo ha immortalato nel suo romanzo più noto, Il padrino. Oggi non possiamo certo dire - e il discorso non vale solo per l'America, ma vale anche per l'America - che in giro non ci siano, e non siano visibili, tante fortune. Ma è diventato sempre più difficile legare, come un'equazione di primo grado, queste fortune ai crimini. Anche se non è detto che il legame tra le une e gli altri non ci sia. Anzi.