Arte

Viaggio oltre la soglia del futuro

di Ilaria Costa

L'apertura della seconda personale di Silvio Wolf alla Robert Mann Gallery in Chelsea è per noi di Oggi7 l'occasione che aspettavamo per introdurre questo artista italiano al pubblico newyorkese, per gli appassionati d'arte contemporanea è l'opportunità per ammirarne le opere e lo stile per la durata della mostra, dal 31 Gennaio fino al 15 Marzo.

L'inaugurazione dell'esposizione, titolata "Voyager", è avvenuta giovedì sera. All'evento, molto affollato, era presente l'artista che ci ha sbalorditivamente guidato negli spazi della galleria con la sapienza di un Maestro di altri tempi ed il tratto di un gentiluomo che apre al mondo le porte della sua Arte.

Silvio Wolf è nato in Italia, a Milano, dove vive e lavora, nel 1952. Ha studiato Filosofia e Psicologia in Italia e Fotografia ed Arti visive a Londra, dove ha conseguito l'Higher Diploma in Advanced Photography presso il London College of Printing. Insegna Estetica del Linguaggio fotografico alla School of Visual Arts (SVA) di New York City.

Proprio la fotografia è stata il primo mezzo espressivo di cui l'artista si è servito. Fino agli anni '80 ne ha approfondito gli statuti, il linguaggio e la bidimensionalità, distinguendosi per la produzione di polittici ed opere di grande formato, testimoni metaforici della sua visione della realtà, ampiamente esposti in Italia e all'estero.

Dalla fine degli anni '80 ad oggi ha gradualmente introdotto nel suo lavoro l'uso di nuovi linguaggi, utilizzando il video, le proiezioni fisse, la luce e il suono, individualmente o associati tra loro. Le sue opere escono così dalla pura bidimensionalità della fotografia per coinvolgere lo spazio architettonico e la specificità dei luoghi in cui opera, creando progetti multi-media ed installazioni sonore.

Come spesso accade, anche in questo caso il titolo della mostra "Voyager" [‘Visitatore'] costituisce il primo utile criterio con cui iniziare a comprendere la mostra, le opere esposte, lo stile, i messaggi ed arrivare alla percezione della vera anima dell'artista.

Con l'installazione di 14 foto di grandi dimensioni, Silvio conduce i visitatori della galleria in un viaggio metaforico che sviluppa tutte le potenzialità del mezzo fotografico, muovendosi costantemente tra rappresentazione ed astrazione.

Iniziando con una veduta dall'alto delle poltrone della Scala di Milano, Silvio Wolf vuole indicare che stiamo entrando in un mondo di teatro e narrazione, in cui gli spettatori trascendono i posti loro assegnati e diventano performers attivi. Attraverso i ritmi di apparizione e sparizione, il teatro di luce di Silvio investiga dall'interno il potenziale conoscitivo del processo di creazione delle immagini, proprio sulla soglia dove il visibile diviene manifesto.

Il viaggio metaforico di Voyager termina con un ritorno ad oggetti figurativi: un enigmatico albero nella nebbia mattutina e forse altri "visitatori" nel mezzo della nebbia.

Quando e perché hai deciso che saresti diventato un artista?

"Non l'ho deciso! E' una strada sulla quale mi sono trovato incamminato da quando iniziai a studiare Fotografia e Arti Visive a Londra negli anno '70. Per me l'Arte è sempre stata un valore assoluto - e come tale mai discusso - ed io vi ho avuto accesso attraverso un linguaggio ed una pratica in quegli anni poco consueta nel mondo dell'Arte".

Essere artista è la tua professione o è il tuo modo di essere?

"Entrambe le cose: sei ciò che fai e fare l'artista è un modo speciale di essere pienamente sé stessi. Al tempo stesso è un lavoro con regole precise, una prassi irrinunciabile e dinamiche paragonabili a quelle d'altre discipline".

"Voyager" è il titolo della tua seconda personale che apre le porte al pubblico newyorkese il 31 Gennaio nella galleria di Robert Man a Chelsea: qual è la ragione di questo titolo evocativo e quale il file-rouge della mostra?

"Ho concepito questa mostra come un viaggio, reale e metaforico, attraverso le spazio della galleria e attraverso 14 lavori a parete, ordinati in 7 stazioni. Il primo rappresenta una nitida illusione, per procede poi attraverso successivi gradi di scomparsa del soggetto, fino ad uno stadio finale di parziale riapparizione".

Un elemento costante dei tuo lavori è la relazione della Luce con lo Spazio. Come si incarna questa dialettica nei tuoi lavori più recenti?

"Ogni fotografia è, prima di tutto, immagine della Luce riflessa da superfici sensibili e resa visibile ed esperibile dalla superficie fotografica. L'incontro col soggetto avviene nello spazio della vita e dell'esperienza: uno spazio reale e finito, col quale mi confronto e cui rispondo. La Luce è il soggetto delle mie opere, ed anche lo strumento con cui declino il rapporto Spazio - Tempo".

Il binomio Tempo e Memoria è l'altro denominatore comune delle tue creazioni. Come si riflette in questa tua personale?

"Il tempo è una dimensione fondamentale della vita e del mio lavoro. Lo coniugo alle idee di esperienza, di incontro, di accadimento. Lo penso come un'entità vitale, resa visibile attraverso l'immagine. Di nuovo: Tempo, Spazio e Luce sono i tre fondamenti, compresenti e in un rapporto d'intimità, talvolta segreto, sempre cruciale all'esistenza dell'immagine".

Nella tua esperienza artistica sei famoso per aver esplorato diversi media e linguaggi espressivi: dalla fotografia alle installazioni pubbliche di grande respiro. Il tuo è un "viaggio" artistico costituito di molte "tappe"... Ci puoi elencare i momenti più importanti che ti hanno portato ai risultati odierni e in quale direzione vedi la tua evoluzione futura?

"A metà degli anni '80 sentii l'esigenza di portare il mio lavoro nello spazio, non più solo di rappresentarlo. Iniziai lavori dedicati a luoghi specifici, a circostanze e a situazioni in cui ero chiamato ad operare e in cui il pubblico non fosse più solo l'osservatore frontale delle immagini, ma partecipe o addirittura parte di esso. Ho così cominciato ad utilizzare diversi media, indipendentemente o associati tra loro: la proiezione di luce, il suono, la voce umana, il video. Ho lavorato sulle mura d'antichi paesi, ex-manicomi, musei, giardini pubblici, ex-edifici industriali, ex-bunker della Seconda Guerra Mondiale, caveau di banche, logge, ville, affissioni stradali, scuole, conventi, sale da concerto.... Ogni luogo ha uno spirito, un'attesa, il bisogno di essere interpretato, simbolizzato, rivisto e pensato...

E' di grande stimolo ed ispirazione poi il rapporto di committenza: l'essere "chiamato" in un luogo, studiarlo, ascoltarlo, prelevarne elementi fisici e virtuali, lavorarli e riportarli in presenza, creare nuove relazioni e nuove dinamiche, in un rapporto di reciproca e intima accoglienza. Il futuro si disegna attraverso le tappe di un misterioso, affascinante e difficile viaggio, cui sono chiamato in tempi ed in modi che non decido io. Per me è importante sentire che il lavoro è necessario, che ciò che faccio non l'ho ‘inventato' nel chiuso nel mio studio, ma che è ritornato nel Mondo".

Quanto della tua italianità pensi si rifletta direttamente nelle tue opere? E poi, cosa rappresenta per te New York sul piano artistico e umano?

"Guarda, è una domanda cui mi è sempre difficile rispondere. Io non credo che il mio lavoro sia particolarmente "Italiano", forse perché mi sono formato in area Anglosassone, forse perché i luoghi e le circostanze del mio lavoro ne condizionano molto la natura, anche se le costanti sono certamente il rapporto col Tempo, l'idea di Limite, di Soglia, l'accesso all'Invisibile attraverso le finite forme del Visibile. Io sono Italiano, ma al tempo stesso non sono riconoscibilmente Italiano nel mio lavoro, meno che mai in quello fotografico. Non ho mai sposato le grandi onde, talvolta le mode del paesaggio, della fotografia sociale o documentativa o della ritrattistica, ma ho sempre avuto una visione fortemente soggettiva e metaforica della realtà espressa attraverso la Fotografia.

New York è una città molto importante per ogni artista, è la città di tutti gli incroci e di tutti gli attraversamenti, oltre che il centro del mercato. Allo stesso tempo penso che non sia più il centro della produzione artistica internazionale, che si è polverizzata, decentrata, localizzata in una moltitudine di centri globalmente interconnessi".

La componente umana ed emotiva è costantemente presente nelle tue opere ed è palese anche in "Voyager". Nel processo creativo quanto e - soprattutto - quale parte della tua esperienza personale confluisce nei tuoi lavori?

"Il mio lavoro è totalmente condizionato dalla mia esperienza personale: né è una sorta di emanazione e di simbolo. L'accadimento, la vita quotidiana, il caso, la coincidenza, l'esperienza, tutto può confluire, riflettersi, rappresentarsi, venire in superficie e trascendere attraverso il lavoro. A volte penso che le cose non vadano cercate, ma trovate. Come hanno notato qui a New York il mio lavoro è ‘conceptual ad perceptual'. Ecco: queste due componenti sono per me fondamentali e compresenti. Il mio forte atteggiamento analitico nasce sempre a posteriori, dopo essere stato un rabdomante dell'esperibile e del sensibile".