A modo mio

Un amore di città

di Luigi Troiani

Grazie al lavoro fatto da Generalitat (ente regionale) e Ayuntament (Comune), Valencia può oggi competere, in termini di capacità di ospitalità, con ben più quotate e lodate città della Spagna, inclusa la vicina Barcellona. Valencia ha portato a termine il processo di emancipazione dall'ingombrante capitale della Catalogna, con la quale condivide lingua e gran parte della propria storia. Gli enti locali hanno sviluppato la città indebitandosi fino al collo (Valencia risulta la più indebitata città spagnola), attraverso una serie di investimenti strategici che ne faranno la fortuna nel prossimo decennio, e che già documentano ottimi risultati. Si pensi al ritorno di immagine offerto dalla Coppa America, la gara velica qui giocata la scorsa estate. E al grande afflusso di pubblico generato dal complesso degli avveniristici edifici che formano la Città delle arti e delle Scienze, e che includono l'Oceanografico, specializzato nella vita marina. La mano pesante dell'architetto valenciano Santiago Calatrava ha lasciato un segno che vuole restare nel tempo.

            La parte innovativa della città si somma, senza sforzo apparente, alla tradizionale area storica, dove trionfano edifici classici come il palazzo comunale, la Cattedrale, le torri medievali, la "Lonja de las Setas"; senza dimenticare un museo cittadino che è il secondo in Spagna per qualità di offerta pittorica. Il visitatore può passeggiare e rilassarsi nel canalone di verde attrezzato che per decine di chilometri attraversa tutt'intero il territorio cittadino. Alla metà dello scorso secolo era ancora un fiume nervoso e assassino; dopo l'ultima esondazione killer è stato deviato su più miti percorsi e intubato sotto città. Valencia è una gamma di opportunità le più varie, che consentono di spaziare tra antico e contemporaneo, con interessanti puntate verso il folklore civile e religioso (las fallas e la mascletá in marzo, il rito dell'Offerta alla Virgen de los Desamparados).

            Di fronte al Mercato monumentale mi è stata raccontata una storia, che ha il sapore del tempo andato e la dice lunga sulla ricchezza che da sempre circola nella città. C'è, sulla chiesa di San Giovanni un  grande uccello (pardal in valenciano), e un enorme pappagallo (cotorra in valenciano) sulla facciata del mercato. Dice la tradizione che in quel punto arrivava di tanto in tanto povera gente dalla campagna. Al figlioletto tenuto per mano si diceva: "Guarda che belli la cotorra del Mercat i el pardalot de San Joan". Il bimbo innocente alzava gli occhi, e si perdeva nella contemplazione di quella bellezza fiammeggiante. Quando si risvegliava dallo stupore, scoppiava in pianto disperato. Il padre, pressato dalla povertà, era scomparso, augurando per il bimbo un futuro migliore in qualche famiglia borghese di Valencia, magari a corto di figli. Questa e altre storie hanno echeggiato i racconti e i romanzi di Vicente Blasco Ibañez, gloria cittadina di cui si ricorda soprattutto l'opera sui quattro cavalieri dell'Apocalisse. 

            Per una storia antica, una contemporanea, protagonista la candida beluga argentina Yulka, che nuota e fa piroette, al di là del vetro dell'Oceanografico. Un anno e mezzo fa ha partorito una piccola beluga dal colore grigio scuro, persa purtroppo dopo meno di un mese dalla nascita. I veterinari hanno dato colpa dell'accaduto alla giovane età della madre (appena 8 anni) e alla lunghezza delle doglie e del parto (quasi dieci ore). Passato il lutto, Kairo, il maschio della beluga, si mostra intenzionato a riprovarci, e tenta gli approcci del caso. Yulka sta alla larga, preferisce cospargere di baci i suoi istruttori e gli ammiratori che le accarezzano il bel musino di là dal vetro.