Analisi

ANALISI/SCANDALO IMMONDIZIA. Amministratori da spazzatura

di Valerio Bosco

ll dramma nell'immondizia del napoletano e nell'intera regione campana è ormai da due settimane la notizia che apre gran parte dei giornali e delle televisioni italiane. Ma non solo. È apparsa purtroppo anche tra i titoli della CNN e di Fox News, come nelle pagine dei giornali di tutti gli USA. Napoli e la Campania, dunque, al centro di una vergogna nazionale e internazionale che è sotto gli occhi di tutti. Tra le più lucide riflessioni critiche formulate nelle ultime ore è stata sicuramente quella che ha visto nell'impotenza dello Stato e nella "jacquerie della mondezza" la morte della seconda repubblica e la più forte testimonianza della crisi irreversibile della "nuova" classe politica. La reazione violenta di parte della popolazione locale, gli incendi dei cassonetti sono il sintomo di una disperazione che associa malessere per l'assenza delle istituzioni pubbliche e ribellione alle regole del vivere civile.
Va dato indubbiamente merito a quei giornalisti che, come Sebastiano Messina, sulle pagine de la Repubblica, hanno fatto un elenco minuzioso e circostanziato di tutte le personalità di centro-sinistra e centro-destra, delle associazioni, della Chiesa e degli amministratori locali - dei più diversi orientamenti politici - che hanno contributo, in vario modo, ad aggravare il problema dei rifiuti manifestando un'ostilità irriducibile e irrazionale alla costruzione dei termovalorizzatori - in particolare quello previsto ad Acerra - necessari allo smaltimento dell'immondizia.
Governo centrale e amministrazioni locali sono però oggi i principali responsabili. A livello nazionale, negli ultimi giorni, la nomina del discusso Gianni De Gennaro non può che suscitare nuove perplessità sull'incapacità e l'inerzia dell'attuale esecutivo di centro-sinistra. Pensare di affidare la soluzione di un problema che è economico, sociale e ecologico a chi rischia di vedere il fenomeno rifiuti solo in chiave di ordine pubblico - usando questa sola lente il capo della polizia si è gia reso protagonista di una gestione disastrosa del G8 di Genova - sembra solo l'ultimo di una lunga catena di errori. Una catena che sembra però non finire mai se solo si continua ad ascoltare le insensatezze che il ministro per l'ambiente Pecoraio Scanio e i suoi compagni verdi continuano a pronunciare. Qualche sera fa, di fronte ad un eccitato Bruno Vespa - contento come non mai mettere in croce il governo di centro-sinistra - il ministro ha saputo solo balbettare ed invocare il feticcio degli ecologisti italiani. Quella raccolta differenziata dei rifiuti, indubbiamente chiave di una gestione strategica e di lungo periodo del problema, ma di fatto irrilevante di fronte all'urgenza immediata di promuovere uno smaltimento accelerato dell'immondizia già accatastatasi nelle strade e nelle vie della Campania. È in Pecoraro Scanio, nei suoi molteplici e ideologici no (alle discariche, agli inceneritori, al ponte dello stretto, all'alta velocità...) che emerge tutta la pochezza del movimento ecologista italiano, la sua assenza di creatività, la sua tendenza a seguire acriticamente la protesta antagonista dell'estrema sinistra.
Per quanto si possa cercare giustamente di individuare le responsabilità principali della crisi del napoletano nel sistema politico nazionale e nel governo oggi in carica, un'analisi della situazione dell'emergenza rifiuti non può che passare attraverso un esame critico degli errori e delle mancanze di cui si sono rese protagoniste le due amministrazioni locali più direttamente coinvolte nel dramma di questi giorni. Parliamo della Regione Campania e del comune di Napoli. E di colpe identificabili, più in generale, nell'assenza di una cultura di governo moderna e autenticamente riformatrice. Parliamo di Antonio Bassolino, il governatore della Regione e l'attuale sindaco di Napoli Maria Rosa Russo Jervolino. Con più dignità della Jervolino - la quale è sembrata scaricare molte responsabilità sul governo centrale - Bassolino, l'uomo simbolo dell'ultimo quindicennio della sinistra in Campania, ha raccontato, in maniera peraltro convincente, di essersi scontrato con un muro di opposizione formato da eco-fondamentalisti, vescovi e associazioni locali. Nonostante ciò, l'evidente incapacità della Regione Campania di fronteggiare l'emergenza segna il meritato epilogo di una delle più deludenti, inefficienti e parassitarie gestione delle amministrazioni locali nella storia del centro-sinistra e della sinistra italiana. Roba da far dimenticare le storiche e gloriose amministrazioni rosse delle pur diversissime realtà dell'Emilia Romagna.
Bassolino e la sua classe politica sono giunte al potere nel 1993 quando l'ex dirigente del PCI veniva eletto sindaco di Napoli: la rielezione del 1997 e la decisione dell'anno successivo di far parte come ministro del Lavoro, per un breve periodo, del governo presieduto da Massimo D'Alema (il primo guidato da un ex-comunista), furono seguite dalla sua elezione nel 2000 come primo governatore della Regione Campania. L'ex sinistra di lotta bassoliniana, diventata clan e sinistra di governo, "si è fatta irretire dalla quotidianità dell'amministrazione, dall'occupazione delle posizioni di potere, dalle gare di appalto e dall'acquisto di immobili". Questo era quello che Giorgia Bocca, appena due anni fa, denunciava nel suo bello e scioccante libro "Napoli siamo noi". Il clan dei bassoliniani si è di fatto ubriacato di fronte alle tante occasioni di accesso ai fondi europei di finanziamento allo sviluppo, ha moltiplicato e duplicato contratti di consulenza e lavoro per organizzare il consenso. Ha coltivato, con uguale e maggiore spregiudicatezza di altre classi dirigenti delle nuove (troppo!) potenti Regioni italiane, un'incostituzionale e folle ambizione di politica estera. Un disegno chiaramente testimoniato dalla lussuosa sede newyorchese della regione Campania (si faccia una passeggiata sulla Quinta Avenue a New York) e da un livello di spese di rappresentanza all'estero addirittura superiore a quelle della Repubblica federale tedesca.
Per anni, mentre l'immondizia cresceva ai margini delle strade, la sinistra bassoliniana si è specchiata nella fantasiosa idea del rinascimento napoletano, in una politica di marketing e comunicazione, annunci e promesse. Come quella minima, rimasta ancora irrealizzata, di accelerare la riconversione dell'area di Bagnoli. Quindici anni e più al potere, un'inconsueta continuità alla guida delle principali amministrazioni locali, sono un tempo ragionevolmente sufficiente per "aggredire" e cercare di mutare anche una realtà difficile come quella di Napoli e del napoletano. Non era forse ragionevole chiedere a Bassolino e ai suoi uomini di eliminare il potere della camorra. Il minimo era però ottenere la promozione di uno stile e di una cultura di governo che non accettasse una normalità fatta di neo-clientelismo, illegalità diffusa e di emergenze sociali ed ecologiche.