Analisi

La moratoria sulla pena di morte. 18 dicembre giornata storica

di Valerio Bosco

18 dicembre 2007. Una data che rimarrà nella storia della difesa dei diritti umani. Un giorno che segna l'inizio dell'impegno delle Nazioni Unite nella campagna internazionale contro la pena di morte. Appena il mese scorso, il 15 novembre, la terza commissione dell'Assemblea Generale aveva approvato, con una maggioranza di 99 voti a favore e 52 contrari e 33 astensioni il primo passaggio della proposta di moratoria contro la pena di morte. Lo scorso martedì, in una sessione plenaria dell'Assemblea del Palazzo di Vetro c'è stata la conferma di un successo straordinario che ha visto l'Italia giocare un ruolo essenziale, a fianco di tante diplomazie europee ed extraeuropee. A celebrare la vittoria c'era anche il Ministro degli Esteri Massimo D'Alema.

Con un totale di 104 voti in favore, 54 contrari e 29 astensioni, la risoluzione per la moratoria- un testo non vincolante ma dall'alto valore etico e politico- ha superato la simbolica quota dei 100. Per diversi anni, sin dalla fine degli anni '90, la moratoria era stata approvata solo a Ginevra, sede della commissione per i diritti umani. L'idea di riaprire la questione a New York era emersa, più recentemente, solo nel 2003: c'era una richiesta del Parlamento europeo, ed un mandato preciso per la Presidenza dell'Unione Europea, allora guidata dall'Italia. Furono le divisioni tra gli europei - tra abolizionisti e moderati, convinti della necessità di optare per un approccio graduale fondato sulla moratoria - ma soprattutto i timori dell'Italia di Silvio Berlusconi e della Gran Bretagna di Tony Blair - sostenitori della guerra in Iraq e desiderosi di non turbare i rapporti con l'Amministrazione Bush - a bloccare l'iniziativa sul nascere. Il successo di queste settimane, oltrechè all'azione della nostra diplomazia, va indubbiamente ascritto alla generosa e instancabile campagna dei radicali di Marco Pannella e dell'Associazione Nessuno Tocchi Caino.

Sono loro che hanno introdotto l'idea di una moratoria ONU contro la pena di morte al Parlamento italiano nel corso dell'estate 2006. Sempre loro l'hanno rilanciata in quello europeo, incitando l'intera Unione Europea a presentare un testo di risoluzione all'Assemblea Generale. Ancora loro hanno infine convinto l'UE ad assumere un profilo meno esposto nella direzione dell'iniziativa: per ottenere successo, la moratoria doveva essere presentata come una "cross-regional initiative", una campagna condotta da Paesi rappresentanti diverse regioni del mondo. Brasile, Nuova Zelanda, Filippine, Gabon, TimorLeste. Una strategia necessaria per evitare che la proposta di moratoria venisse denunciata come un tentativo degli europei di imporre i loro valori "occidentali" al resto del mondo. A riconoscere l'importanza del voto di martedi scorso è stato anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite: "l'approvazione del testo da parte dell'AG rappresenta - secondo Ban Ki-Moon - un grande passo avanti per l'intera Comunità Internazionale". La massima autorità del Palazzo di Vetro si è detta "particolarmente incoraggiata dal sostegno espresso dai Paesi di diverse regioni del mondo ed ha notato come il voto di New York sembri "confermare un trend inernazionale verso l'abolizione della pena di morte". Sulla base della risoluzione sarà proprio Ban Ki Moon a presentare il prossimo anno un rapporto sullo stato della pena di morte del mondo, questione che ormai farà istituzionalmente parte dei lavori delle prossime Assemblee Generali dell'ONU.

Una circostanza di fronte alla quale si sono dovuti arrendere Singapore, Egitto, Iran, Nigeria, Paesi leader del fronte anti-abolizionista, costretti ad abbandonare la linea ostruzionista adottata durante lo scorso mese di novembre, caratterizzata dalla presentazione di una dozzina emendamenti killer- pensati per indeoblire il testo della risoluzione - e dalla provocatoria richiesta di trasformare il documento in discussione in un generico appello alla "difesa della vita". Pur ribadendo il loro voto contrario, anche Cina e Stati Uniti si sono dovuti piegare ad un trend internazionale di ripensamento sull'utilità e opportunità dell'uso della pena capitale.

Ottenuta questa prima vittoria storica è però bene guardare avanti. Nell'agenda umanitaria internazionale c'è ora la grande occasione per rilanciare con maggior forza un nuovo impegno contro la pena di morte. Un impegno che dovrebbe passare per una coerente difesa della democrazia e dello stato di diritto. La questione pena di morte è infatti un tema che, in primo luogo, riguarda la democrazia ed i valori umanitari su cui essa si fonda. Circa il 98% del totale mon­diale delle persone condannate è infatti attribuibile ai Paesi dittato­riali o a regimi autoritari come Cina, Iran, Pakistan. Sostenere senza reticenze quei gruppi e quelle realtà che, in questi Paesi, si battono per la promozione della democrazia sarebbe un primo passo importante. Un rilancio dell'iniziativa dovrebbe però concentrarsi, in particolare, su due delicate regioni del mondo, il Medio Oriente e l'Africa, aree che raccolgono la stragrande maggioranza di Paesi che praticano la pena capitale. Nel Medio Oriente la situazione sembra particolarmanente grave: la pena di morte continua ad essere elemento costitutivo degli ordinamenti nazionali e tutti i Paesi della regione hanno votato in massa contro la moratoria. 

Diverso il discorso dell'Africa, il continente che registra il maggior nume­ro di Paesi abolizionisti di fatto: sui 33 Stati membri dell'Onu che non praticano esecuzioni capitali da oltre 10 anni, 22 sono infatti africani. In molti di questi Paesi, la situazione è matura per introdurre moratorie legali o abolizioni defi­nitive in un contesto di democra­tizzazione e di lotta all'impunità. Cercare di rompere l'impermeabilità del Medio Oriente e di allargare il fronte abolizionista in Africa: possono essere questi i nuovi orizzonti di una lunga battaglia appena cominciata.

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L'Italia presiede lo scontro sul Kosovo all'Onu

uello dello scorso mercoledì 19 dicembre è stato forse uno dei momenti più delicati della presidenza italiana del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. È stato Massimo D'Alema a presiedere una riunione a porte chiuse in cui si discuteva il futuro del Kosovo, ormai giunto ad un drammatico bivio. Dopo settimane di negoziati, serbi e kosovari non sono riusciti a trovare alcuna formula di compromesso. La diplomazia sembra non poter offrire alcuna alternativa di mezzo alle due inconciliabili posizioni: autonomia della regione nella repubblica federale serba o piena indipendenza (creazione di un secondo stato albanese). Mentre l'Italia e  l'Europa, sostenuti dagli Stati Uniti, hanno ribadito la propria determinazione all'invio di un operazione di politica estera e difesa chiamata a garantire una graduale transizione del Kosovo verso l'indipendenza, la Serbia, presente a New York con il suo combattivo Presidente Vojislav Kostunica, ha duramente attaccato, con il pieno sostegno della Russia, l'intenzione europea di violare le regole fondamentali del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite relative alla conservazione dell'integrità territoriale e della sovranità degli Stati. Kostunica ha definito illegale il progetto europeo di una missione di pace in Kosovo senza una specifica autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e con l'obiettivo di favorire la scissione di uno Stato membro dell'ONU. A nulla sembrano servire, per ora, i riferimenti fatti dall'Italia e dall'UE alla prospettiva di una integrazione economica e politica della Serbia e di un nuovo Kosovo indipendente e sovrano nella dimensione euro-atlantica. Belgrado vede nel Kosovo una parte importante della propria identità nazionale. Una parte che non sembra disposta a sacrificare nemmeno in cambio di una stabilizzazione della sua economia o del rafforzamento dei suoi legami economici e politici con l'Europa occidentale. I kosovari non sembrano del resto disposti ad aspettare e minacciano una dichiarazione unilaterale di indipendenza le cui conseguenze, visto i toni a tratti esasperati del Presidente serbo, rischiano di essere imprevedibili. L'Italia e l'Europa sono chiamate ad una prova delicatissima, di grande responsabilità: evitare il rischio di una degenerazione della crisi verso la violenza e favorire la nascita di un Kosovo indipendente e democratico capace di garantire la piena inclusione politica delle minoranze serbe in un regime di cooperazione e amicizia con Belgrado e nel quadro di una piena integrazione delle due realtà nel sistema economico e politico dell'Europa e della comunità atlantica.