Analisi

Guglielmo Epifani alla NYU

di Gina Di Meo

Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, è sbarcato a New York per un giro di incontri con i sindacati americani e per un pit stop alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della NYU durante il quale, sollecitato dall'inviato del Corriere della Sera, Massimo Gaggi, ha cercato di dare risposte alla domanda-provocazione "C'è ancora bisogno del sindacato oggi?".
Come ha introdotto Stefano Albertini, direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò, Guglielmo Epifani, nato a Roma nel 1950, è laureato in filosofia. Dal 1994 al 2002 è stato vice di Sergio Cofferati e subito dopo le sue dimissioni è diventato segretario generale del sindacato più importante d'Italia.
In particolare, come ha puntualizzato Gaggi - «In un sistema avanzato di servizi sofisticati come quello attuale, basato più sulla conoscenza personale, diventa difficile una regolamentazione con meccanismi contrattuali regolari. Quale rappresentazione può avere ancora il sindacato italiano?».
Epifani si è subito soffermato sulle difficoltà di fare un sindacato internazionale perché la contrattazione si è sviluppata solo a livello nazionale e non internazionale, «eppure - ha sottolineato - è necessario perché la reciprocità delle condizioni è fondamentale per la crescita economica. Le cose diventano ancora più complicate quando si ha a che fare con aziende che operano a livello mondiale perché la dimensione nazionale viene tralasciata, le regole si allentano e diventa sempre più difficile introdurre una regolamentazione».
Il discorso si è poi spostato su uno degli strumenti più usati di lotta sindacale, ossia lo sciopero, tornato di moda in questi tempi - come ha detto Gaggi - e usato anche di recente negli Stati Uniti, vedi lo sciopero generale dei lavoratori della General Motors, il primo in 37 anni, e quello che solo fino a pochi giorni fa ha quasi messo in ginocchio Hollywood e Broadway, con la mobilitazione degli scrittori e degli stagehands. Con una differenza, che mentre in America gli scioperi, che sono rari, portano a qualcosa, in Italia, soprattutto negli ultimi tempi, sono diventati politici.
Secondo Epifani, «In Italia, in realtà, le ore di sciopero sono diminuite perché la globalizzazione opera una competizione al ribasso ed indebolisce il potere del sindacato e poi le aziende minacciano anche di delocalizzare la produzione se non si accettano certe condizioni. Il problema è il rapporto tra il conflitto ed il risultato. Prendiamo ad esempio il settore dei trasporti, uno dei più tormentati. In Italia c'è il caos perché manca un'idea di governo nel sistema dei trasporti e non si riesce a risolvere nulla e lo sciopero dovrebbe servire appunto ad andare in direzione opposta. Oppure la questione del rinnovo dei contratti, sono anni che non vengono rinnovati ed il potere d'acquisto dei lavoratori tende a scendere sempre di più».
Noi abbiamo ascoltato attentamente tutti i passaggi affrontati dal segretario generale, come anche quello in cui si è fatto promotore di una proposta di legge per aumentare il reddito salariale intervenendo sulla pressione fiscale, oppure dove ha detto che non possono solo crescere le esportazioni, ma contemporaneamente deve esserci anche un aumento della domanda interna, o ancora sulla necessità di ridurre i costi di produzione e che in Italia non si investe nella ricerca, che manca il lavoro di qualità. Alla fine però, il dubbio è rimasto: Servono davvero gli scioperi e serve ancora un sindacato così strutturato oggi?
Chi scrive ha sotto gli occhi due situazioni, quella italiana e quella americana. Dopo una iniziale resistenza nei confronti del sistema americano, per certi versi al limite di qualsiasi garanzia, ha pensato che forse certe mancanze a volte possono tradursi in maggiore efficienza e più possibilità di lavoro. Dall'altra parte, invece, legge quotidianamente di ciò che non va in Italia, di scioperi in difesa dei lavoratori e di un eccessivo assistenzialismo, che altro non ha portato se non ad un deleterio immobilismo, che non ci rende più competitivi e che ci fa apparire retrogradi, sopratutto per quanto riguarda nuove possibilità di lavoro. Ho chiesto ad Epifani, visto che ha toccato l'argomento trasporti, se certe volte invece di uno sciopero non sia meglio una linea dura, ed ho citato i casi Alitalia e Ferrovie Italiane. Mi ha risposto con un semplice: "A volte sì, ma non sempre" che sinceramente non mi ha soddisfatta.
Caro Epifani, accettando che per il sistema privato ci vuole una dose di intervento sindacale, ma per il pubblico? Dove mettiamo l'assenteismo, il nepotismo, il clientelismo e tutti gli -ismi vari che non fanno funzionare il sistema italiano? Lei ha anche ammesso che in Italia c'è un appiattimento delle professioni, che il merito è poco premiato, che si fa carriera per anzianità o per relazioni e dove succede questo? Nel pubblico impiego.
Se l'assenza di garanzie fa sì che non ci si adagi su una poltrona, anzi si è costretti a fare tanto esercizio per rendere sempre di più, in Italia, invece, su quella poltrona si diventa obesi. E allora viene da chiedersi: vale veramente la pena avere un sindacato che ti assiste e protegge in un settore già di per sé intoccabile? Non sarebbe meglio ridimensionarsi e indirizzare le proprie energie per nuove forme di lotta, che non tutelino ulteriormente il tutelato, ma che vadano in difesa di chi magari scappa dall'Italia perché non ne può più?