Analisi

POLITICA ESTERA. Cds: rischi e opportunità per l'Italia

di Valerio Bosco

E' cominciato formalmente ieri, 1 dicembre, il mese di Presidenza italiana del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La nuova presidenza segue di dieci anni l'ultima doppia esperienza della nostra diplomazia alla guida del Consiglio. Nel corso del biennio 1995-1996, l'Italia diresse l'organo principale delle Nazioni Unite in due momenti di grandi rilevanza: nel settembre 1995, in occasione delle celebrazioni del cinquantesimo anniversario dell'Organizzazione e nel dicembre 1996, al momento della prima elezione di Kofi Annan a segretario generale dell'ONU. Nel corso dei prossimi giorni sarà lo stesso ministro degli Esteri Massimo D'Alema, a New York per sostenere il passaggio della moratoria contro la pena di morte all'Assemblea Generale, a dirigere probabilmente qualche seduta del Consiglio.
La presidenza del CdS offre un'occasione preziosa per accrescere la visibilità della nostra politica estera. Un occasione tuttavia « limitata » che dovrà inevitabilmente piegarsi ad una realistica valutazione della pratica tradizionale del CdS. Sono infatti i cinque membri permanenti del Consiglio dotati del diritto di veto - Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna - a condizionare pesantemente i lavori del CdS, la scelte dei temi da trattare e, ovviamente, il linguaggio concreto delle risoluzioni e dei documenti da approvare. Spesso i testi di alcune risoluzioni sono addirittura presentati dalla cinque potenze senza alcuna preeliminare consultazione con i membri non permanenti. Nondimeno, aldilà di queste difficoltà, la diplomazia italiana dovrebbe essere comunque in grado di lasciare la propria impronta su alcuni temi sottoposti all'agenda del Consiglio. Temi peraltro tradizionalmente sensibili per la nostra politica estera.

Il dossier più caldo è senza dubbio quello relativo al nucleare iraniano: tra i maggiori partner commerciali dell'Iran, l'Italia assume, malauguratamente, la sua presidenza di turno nei giorni forse decisivi del dibattito internazionale sulla necessità di imprimere un nuovo giro di vite sulle sanzioni decretate dal CdS contro Teheran. Il rapporto presentato la settimana scorsa a Vienna dal capo dell'Agenzia Internazionale per l'energia atomica, l'egiziano ElBaradei, ha nuovamente indicato i negoziati con Teheran come l'unica soluzione per risolvere la disputa sul nucleare. Una considerazione che appare tuttavia contraddire la scarsa cooperazione mostrata dal regime iraniano e che deve fare i conti con la determinazione di Francia, Gran Bretagna e di Stati Uniti in favore di una risoluzione tesa ad accrescere, con nuove sanzioni, la pressione sul governo iraniano. Mentre Cina e Russia sembrano ancora piuttosto perplessi sull'utilità di nuove sanzioni, compito dell'Italia sarà quello di evitare una rottura dell'unità del Consiglio e, in particolare, di bilanciare la sua maggiore prudenza sulla questione iraniana - legata ai nostri interessi economici - con l'obiettivo di neutralizzare quello che, in definitiva, è il vero scopo del regime di Teheran : provocare una profonda divisione sul tema sia nella Comunità internazionale che in quella atlantica.
E' infatti alla luce di questo disegno che andrebbe letta la lettera spedita dal governo iraniano a diverse cancellerie dei Paesi membri dell'ONU per invocare un sostegno morale e diplomatico contro l'adozione di nuove sanzioni suscettibili, secondo Teheran, di rafforzare esclusivamente « la volontà del popolo iraniano di accrescere la propria indipendenza nel campo della tecnologia e della ricerca scientifica e nucleare ».
Altro tema delicato sarà inoltre quello del Libano, Paese in cui l'Italia, con i suoi quasi tremila uomini, guida al momento una delle più importanti missioni di pace dell'ONU. La transizione politica libanese, al momento bloccata dalle difficoltà nella scelta del successore del Presidente Emile Lahoud, rende assai fragile lo stesso contesto di sicurezza in cui i nostri soldati sono chiamati ad operare. Nel corso del mese di dicembre il CdS esaminerà i tempi della costituzione del Tribunale speciale che giudicherà i responsabili degli ultimi anni di violenza a Beirut e nel resto del Paese. Un passaggio fondamentale, questo, per l'avvio di un processo di riconciliazione costantemente minacciato dalla ripresa di un clima di violenza e di guerra civile.
Particolarmente delicata è certamente anche la questione del Kosovo, giunta ormai da mesi ad un drammatico bivio politico e diplomatico. Mentre i democratici kosovari sono impazienti di dichiarare l'indipendenza, il primo ministro serbo Vojislav Kostunica ha ripetutamente dichiarato il mantenimento dello status quo - ovvero la conservazione del Kosovo come provincia autonoma della Serbia - come elemento centrale della politica nazionale serba. In qualità di presidente di turno, l'Italia potrebbe influenzare in maniera importante il dibattito sullo stato dei negoziati tra Pristina e Belgrado ed aprire gradualmente la strada ad un pronunciamento del Consiglio che consenta all'Unione Europea di rilanciare il suo ruolo nella soluzione della controversa, magari con lo schieramento di una forza UE in sostituzione di quella della NATO.
Su due questioni africane, Sudan e Somalia, il Consiglio dovrebbe condurre nuove consultazioni : il governo italiano ha una straordinaria opportunità di tenere desta l'attenzione internazionale (e nazionale!) su queste due tragedie. In particolare, le ultime notizie provenienti dal Darfur indicano un persistente ostruzionismo del governo sudanese al dispiegamento di una forza di pace che possa efficacemente proteggere le popolazioni civili vittime dei massacri condotti dai Janjaweed con l'aperta complicità delle autorità di Karthoum.

Al di là dei singoli temi in agenda, la presidenza del Consiglio è comunque un'occasione importante per onorare quel principio di responsabilità che deriva dall'enorme mole di consensi ricevuta dall'Italia in occasione della vittoriosa elezione per la carica di membro non permanente svoltasi nell'autunno del 2006. Quello che tanti Paesi chiedono, in presenza o meno di un accordo sull'allargamento della membership del Consiglio di Sicurezza, è una riforma dei metodi di lavoro del CdS, della sua trasparenza e dell'efficacia delle sue deliberazioni. Un Consiglio « più aperto all'esterno », più trasparente, accrescerebbe il grado di cooperazione di tutti gli Stati Membri chiamati ad eseguire le sue risoluzioni. Una qualche iniziativa su questo tema consentirebbe anzitutto di onorare l'impegno italiano a rappresentare, con la sua elezione, l'intera membership esclusa da un Consiglio ancora ristretto ai suoi soli 15 membri. Ma si tratterebbe altresì di un servizio prezioso per uno dei nostri principali obiettivi di politica estera : quello di promuovere una riforma condivisa della composizione del Consiglio che escluda la creazione di nuove « potenze permanenti » - questa l'ambizione nazionale di Germania, Brasile, India e Giappone - e che accresca piuttosto le possibilità di tutti gli Stati Membri di prendere parte ai lavori di un organo che tende spesso a finalizzare le sue decisioni in « riunioni blindate », ristrette alle sole grandi potenze e addirittura al di fuori del Palazzo di Vetro.