Analisi

ONU E LA PENA DI MORTE. Moratoria sul filo del traguardo

di Valerio Bosco

Lo scorso giovedì 15 novembre, dopo tre mesi di consultazioni, settimane di negoziati intensi, tre giorni di votazione su una quindicina di emendamenti killer, la proposta di moratoria sulle esecuzioni capitali è stata finalmente approvata dalla terza commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un risultato storico. Toccherà ora all'Assemblea Generale riunita in sessione plenaria riapprovare il testo nel corso del prossimo mese di dicembre.
Da ormai più di un decennio uno degli aspetti centrali della politica estera italiana alle Nazioni Unite, la battaglia contro la pena di morte è stata rilanciata sin dal 2006 dall'intensa campagna dei radicali italiani, da anni fortemente impegnati su questo tema. Fatta propria dal governo di centro-sinistra, la campagna contro la pena di morte è diventata prima un'iniziativa europea - appoggiata sia dal Parlamento di Bruxelles che dal Consiglio dell'UE - e poi una "cross-regional iniziative". Solo un'alleanza internazionale eterogenea composta da Paesi rappresentanti di diverse aree geografiche poteva riuscire ad imporre una sonora sconfitta al fronte anti-abolizionista guidato da Singapore, Egitto e da un folto gruppo di Paesi caraibici. Un fronte che ha cercato, senza riuscirci, di presentare comunque l'iniziativa contro la pena di morte come un tentativo degli europei di imporre la propria visione umanitaria a Paesi legati a culture, modelli di società e di organizzazione dell'amministrazione giudiziaria diverse da quelli occidentali.
Egitto e Singapore, sostenuti da altre delegazioni particolarmente agguerrite come Barbados, Iran, Botswana hanno ripetutamente sottolineato il carattere neo-imperialista della proposta di moratoria, criticando la determinazione con cui le  ex-potenze coloniali europee starebbero cercando di condizionare o limitare la sovranità dei Paesi per lungo tempo sottomessi al dominio occidentale. Quella del fronte antiabolizionista è stata una lotta disperata. Condotta con i mezzi più spregiudicati. Dopo la bocciatura di più di una dozzina di emendamenti tesi a snaturare il testo di risoluzione, l'Egitto ha cercato di rompere il fronte pro-moratoria facendo leva sui sentimenti cristiani e cattolici di molti Paesi e suggerendo un provocatorio stravolgimento del testo discussione. L'idea era quella di trasformare la risoluzione in un documento "sulla protezione del diritto alla vita" sin dal suo concepimento, strumentalizzando cioè politicamente e cinicamente il tema dell'aborto.  Una trappola che più di far venire a galla una presunta incoerenza di molti Paesi del fronte pro-moratoria - quelli che riconoscono la libera scelta della donna in tema di interruzione della gravidanza e contrastano la pena di morte - ha fatto invece venire alla mente quelle realtà in cui la lapidazione delle donne "infedeli", magari in "dolce attesa", testimonia una cultura della morte che non conosce alcun tipo di pietà o compassione.
A celebrare il successo del fronte pro-moratoria c'era anche il sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti. Con un discorso pensato per rasserenare il clima all'interno del Palazzo di Vetro - i 52 voti contrari alla moratoria e le 33 astensioni testimoniano una profonda divisione nella membership dell'ONU - l'ambasciatore italiano Marcello Spatafora ha sottolineato i sentimenti umanitari che hanno ispirato l'azione italiana ed ha auspicato una rilancio della cooperazione tra gli Stati - formula che esprime il senso stesso delle Nazioni Unite - sulla base di un nuova cultura della compassione e della pietà che è sembrata manifestarsi con il voto per la moratoria.
Come detto, quello dello scorso giovedì 15 novembre è pero solo il primo passo verso l'affermazione di un diritto universale che neghi allo Stato il diritto di uccidere in nome della legge. Sarà infatti decisivo il voto di dicembre dell'Assemblea Generale. La vera battaglia è dunque appena cominciata. Nonostante negli Stati Uniti sembri confermarsi un nuovo trend ispirato ad una maggiore prudenza al ricorso alla pena di morte - una circostanza confermata dall'ultima decisione delle Corte Suprema di sospendere l'esecuzioni di Mark Dean Schwab in Florida - la moratoria non spingerà né Egitto, né Singapore, né Iran a rinunciare all'istituto della pena capitale, perno essenziale delle rispettive politiche nazionali di contrasto alla criminalità.
La storica approvazione della moratoria da parte delle Nazioni Unite dovrebbe piuttosto costituire un'occasione per rilanciare, su più vasta scala, il dibattito internazionale sull'inutilità e l'inumanità della pena capitale. Sarà essenziale continuare a presentare l'iniziativa come una cross-regional campaign, modificare possibilmente il profilo dell'esposizione europea sul tema e sostenere piuttosto l'impegno di quei Paesi che nelle rispettive aree geografiche possono svolgere una preziosa opera di testimonianza contro la pena di morte. E' il caso del Rwanda in Africa e di Marocco ed Algeria nel mondo arabo. Il Paese che appena un decennio fa è stato sconvolto da un drammatico genocidio ha deciso infatti di costruire la propria rinascita civile e politica sulla rinuncia alla vendetta e all'assassinio di Stato e, assieme a realtà come Senegal e Gabon, potrebbe contribuire ad allargare ulteriormente il sostegno del continente africano alla moratoria. Alle due nazioni del Maghreb potrebbe invece spettare il difficile compito di rilanciare il dibattito in un Medio Oriente che, con la sola eccezione di Israele, nutre un attaccamento profondo all'istituto della pena capitale. In vista del voto di dicembre, nuovi consensi per la moratoria andranno chiaramente cercati tra le 33 astensioni registratesi lo scorso 15 novembre. Anche solo qualche voto in più allargherà ulteriormente la coalizione dei favorevoli e consentirà di tenere viva quella che appare oggi una delle più belle pagine scritte ultimamente dalle Nazioni Unite in tema di diritti umani. Una pagina che sarà anche ricordata, con orgoglio, come un successo dell'Italia e della sua diplomazia.