LIBRI/Fra pietre e colori

di Franco Borrelli

Fenarete, levatrice di professione, l'aveva insegnato il suo metodo al figlio Socrate (almeno così diceva il filosofo, scherzando); no, non quello di aiutare i bimbi a venire alla luce, ma l'altro, metaforico, del lasciar che sia l'interlocutore a dischiudersi pian piano al vero, parola per parola, pensiero per pensiero. Pazienza, soprattutto, ma anche curiosità culturale, nonché abilità nell'indurre l'altro ad aprirsi e a svelare i segreti della sua ispirazione e della sua attività. E' questo, innanzitutto, che colpisce a leggere le interviste che Enrico Giustacchini (nella foto), critico e vicedirettore di "Stile arte" [www.stilearte.it], ha raccolto in «Permette, maestro?», un volume in cui sono stati riuniti gran parte dei suoi colloqui con i protagonisti del nostro tempo: pittori, scultori e architetti che hanno segnato il corso dell'ultimo scorcio del XX secolo e fissato le direzioni per il XXI.

Ne è venuta fuori una galleria variegata, per tendenze e filosofie e rese, che si può ammirare/leggere quadro per quadro, o come un unicum perché lo spirito e il mistero della creazione li accomunano tutti questi uomini e donne che dell'arte han fatto (o "subìto"?) la loro missione esistenziale. Da Biasi a Botero, da Buren a Chia, da Galliani a Guccione, dalla Horn a Longaretti, dalla Ono a Oppenheim, da Pomodoro a Rauschenberg, da Rotella a Wesselmann (solo per citarne solo alcuni) è tutto un dischiudere intellettuale e impeccabile il perché si concepisca l'opera e come essa venga poi realizzata lavorando sulla pietra, con i colori o concependo le costruzioni che li hanno resi famosi.

"Tra le molte interviste... - ha affermato l'Autore - si è deciso di privilegiare quelle a figure il cui ruolo e la cui importanza nelle vicende artistiche del nostro tempo risultano generalmente e indiscutibilmente riconosciuti".
Ma l'arte è solo una "scusa" per parlare dell'artista e del suo destino-condanna; essa è anche, infatti, una chiave per entrare nell'umanità degli stessi, conoscere i loro sentimenti e le loro emozioni; pur se tutto ciò, poi, non entra a far parte dell'opera in sé, che si conserva libera sempre e che a chi l'ammira dà naturalmente e magicamente la libertà dell'interpretazione: in essa, infatti, ognuno può vedere quel che sente/vuole, in quanto ad atmosfere, sogni, passioni, etc.

"Un timbro particolarmente felice - fa notare nella sua prefazione Maria Teresa Benedetti - ha il colloquio con Arnaldo Pomodoro, che ci parla di un'infanzia mitica e difficile, vissuta da un bambino dai capelli rossi e le efelidi sul viso, che ha conservato per sempre la memoria dei luoghi bellissimi e amati, capaci di nutrire una creatività legata a radici profonde".
Non solo, quindi, l'arte "anche" per l'arte, ma la persona per l'arte, l'arte per la persona, in un concatenarsi di sensazioni e reazioni, di consuetudini e illuminazioni, di entusiasmi e attese, di paure anche e di tensioni, in un andare da geografia a geografia, da tempi a scuole, in una dichiarazione d'appartenenza all'umanità e d'amore verso tutto ciò che può e deve, alla fine, cosiderarsi arte: musica, letteratura, cinema, teatro, oltre che tele, sculture e palazzi. L'artista qui, grazie alle attenzioni e agli stimoli di Giustacchini, si rivela "in primis" uomo fra gli uomini, diventando così protagonista di un racconto appassionante e coinvolgente, a svelare un mistero che si chiarisce pian piano ma che poi, per vie sue segrete, torna a celarsi dietro i veli del dubbio e della ragione, conservando il segreto cioè di come nasca e prenda poi forma un'opera d'arte, a qualsiasi genere essa appartenga.

Un colloquiare, dunque, questo di Giustacchini con i suoi interlocutori, che sa farsi anche poesia e che, rispondendo naturalmente a leggi inspiegabili, sa pianamente farsi rivelatore e chiedere partecipazione - anche d'intenti e d'affetti - a chi leggendo partecipa alla pena del creare così (parafrasando un certo Pirandello). Non solo e non tanto, quindi, questo è un "volume d'arte", quanto piuttosto un manifesto d'umanità e di passioni, di ricordi e di amori, che fa dell'artista un uomo speciale fra gli uomini, un esempio, insomma, di virtù (e anche di nèi) da imitare e da tesorizzare.