IL FUORIUSCITO/Cuba, “l’infortunio” sull’embargo Usa

di Franco Pantarelli

 E' finito l'embargo economico americano contro Cuba? La risposta è evidentemente no, visto che la timida "riduzione" di Barak Obama ha deluso tutti quelli che si aspettavano davvero la fine della gabbia ridicola in cui il più potente Paese del mondo si è infilato cinquanta anni fa e non è mai riuscito a venirne fuori. Ma per un giornale italiano fra i più importanti, La Stampa di Torino, l'embargo americano contro Cuba era finito addirittura nel Duemila. Il giornale dette con grande rilievo l'articolo che annunciava l'evento, ma restò solo: nessun altro giornale, né in Italia né nel resto del mondo, pubblicò quella notizia. Uno "scoop" esclusivo? No, un'incredibile leggerezza dell'autore dell'articolo, Augusto Minzolini, oggi direttore del TG1, cioè la fonte di informazione più potente che ci sia in Italia.

Il giornale si trovò in una posizione molto imbarazzante e io posso testimoniarlo in prima persona perché a quel tempo - prima di tornare in Italia e poi scapparne per la vergogna di ciò che lo Stivale è diventato - lavoravo proprio per La Stampa. La politica editoriale prevedeva un uomo a Washington (Andrea de Robilant), uno a New York (io) e un "battitore libero" che aveva il compito di trovare storie interessanti e raccontarle "in punta di penna", cioè scritte con un'arte di cui solo pochi, fra i giornalisti, sono capaci. E infatti a inaugurare la figura del "battitore libero" era stato chiamato Vittorio Zucconi, grande conoscitore degli Stati Uniti e uno dei giornalisti più brillanti della piazza italiana. Dopo qualche tempo, però, Zucconi aveva preferito La Repubblica e a sostituirlo era stato mandato Gabriele Romagnoli, anche lui molto bravo, molto colto e molto curioso nei confronti dei tanti, multicolori aspetti della vita americana. Anche Romagnoli dopo qualche tempo se n'era andato e al suo posto era arrivato Paolo Guzzanti. Lui dell'America sapeva poco e poco sembrava gli interessasse, ma la sua scrittura era agile, efficace e trovava con abilità il modo di introdurre anche argomenti che poco riguardavano la realtà americana.

Finita la fase Guzanti, ecco arrivare Minzolini, che rispetto ai suoi predecessori era certamente un "peso leggero". Delle ragioni per cui era noto non c'era la qualità della prosa, né la profondità del ragionamento. A Roma la sua caratteristica più conosciuta era l'abilità di "strappare" agli esponenti politici frasi avventate che poi, una volta uscite sulla Stampa, facevano "dibattito" per un giorno. Le sue erano delle piccole "esclusive" vagamente pettegole, che però suscitavano l'invidia dei colleghi degli altri giornali incaricati di riferire sulle vicende del "palazzo della politica" e che raramente riuscivano a infilare nei loro resoconti qualche dichiarazione politica capace di fare un po' di sensazione.

Lui, infatti, in quell'attività era bravissimo e chissà che non sia stato proprio il successo avuto in quel campo a ficcargli in testa l'idea che il buon giornalismo è quello delle "esclusive" a buon mercato, tanto da fargli perdere il senso delle proporzioni e indurlo a mettere sullo stesso piano una frase buttata là senza pensare da qualche squallido politicastro romano e una decisione di politica estera americana "epocale" come quella di porre fine all'embago contro Cuba: una roba che - se vera - avrebbe comportato come minimo migliaia di manifestanti per le strade di Miami, una mobilitazione senza precedenti del Congresso e riunioni di fuoco nell'Ufficio Ovale del presidente con i suoi generali.

La direzione del TG1, Minzolini, deve averla presa come una sorta di manna dal cielo e la sua gratitudine verso Silvio Belusconi, che lo ha voluto in quell'incarico, deve essere infinita. Ma forse si diverte meno. Come cronista politico, tanto si beava del brivido delle "esclusive" e dell'invidia dei colleghi che inciampò ingenuamente nell'infortunio dell'embargo a Cuba. Adesso invece il suo compito è di "adeguare" il racconto degli avvenimenti della gornata agli interessi del suo benefattore. Il che vuol dire che le notizie, invece di darle con gioia perfino fanciullesca, le deve nascondere. Oltre tutto, fra i suoi compiti c'è anche quello di fare gli "editoriali". Ma siccome non ne ha la stoffa, si limita a ripetere quello che dice Berlusconi. E i colleghi che una volta lo invidiavano, oggi lo compiangono.