LIBRI/L’emigrazione a tavola

di Manuela Cavalieri

Ogni emigrante racchiude in sé un dramma". Lo scriveva Gramsci nei «Quaderni del carcere». È difficile non convenire con questa asserzione. Non è mai stato semplice partire, lasciarsi alle spalle il passato, dire addio alla terra, al sangue, insomma emigrare. Determinati a non voltarsi più indietro, almeno fino a quando il mare non avrà inghiottito nel suo orizzonte ogni malinconia. È questa la storia ordinaria, eppure eccezionale, di donne ed uomini che a cavallo tra il XIX e il XX secolo attraversarono l'Atlantico, sorretti solo dal proprio coraggio.

Jane Ziegelman ha narrato l'epos di cinque famiglie di migranti europei, giunti nel nuovo continente in «97 Orchard» (pp. 253, Smithsonian/HarperCollins, New York, 2010, $ 25.99).
La letteratura dedicata all'immigrazione negli Stati Uniti è senza dubbio assai ricca. Una bibliografia sterminata, che nel corso degli anni ha permesso una sempre più accurata disamina sociologica, politica e culturale del fenomeno. Questo volume si caratterizza per un affascinante taglio interpretativo. La Ziegelman, difatti, prende le mosse analizzando un aspetto tutt'altro che secondario, ovvero la capacità di tramandare ed al contempo reinventare le tradizioni gastronomiche della terra madre, adattandole alle esigenze della vita nella nazione d'adozione. Il cibo, dunque, diviene volano di storia ed identità, ma anche efficacissimo mezzo di comunicazione e contaminazione.

Il libro, edito lo scorso giugno da HarperCollins, racconta la storia di cinque gruppi familiari provenienti dall'Italia, dall'Irlanda, dalla Germania (un gruppo cristiano, l'altro ebreo) e dalla Russia. Esso narra le tradizioni, le abitudini, le storie di queste famiglie attraverso i loro costumi gastronomici e le ricette dei piatti tipici delle loro nazioni di provenienza. L'ambientazione è il Lower East Side di New York che tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del secolo scorso fu un variegato mosaico di civiltà, lingue e, certo, sapori.  In esso trovarono ospitalità anche i Glockner, i Moore, i Gumpertzes, i Rogarshevskys e, dal Belpaese, i Baldizzi.

Ed ecco nelle strade nel sud di Manhattan il profumo delizioso dei croccanti, degli zucchini soffritti, della frittata saporita e finanche del baccalà di Natale. Secondo la studiosa le specialità culinarie restano una delle più forti ragioni identitarie di un gruppo etnico. Nel corso degli anni di permanenza definitiva in una nuova nazione si assiste, in molti casi, all'abbandono graduale della lingua dei padri, al distanziamento dallo spirito religioso, alla modifica inesorabile delle abitudini avite. Eppure le generazioni contemporanee continuano a ricordare con dolcezza infinita ed una buona dose di nostalgia, i profumi della cucina delle nonne o delle anziane madri. In «97 Orchard» l'autrice raccoglie questi ricordi e soprattutto ci regala un'attenta collazione delle antiche ricette. Un percorso storiografico molto interessante, attraverso il quale è possibile capire in che modo spaghetti, hamburger e bagel, da piatti etici quali erano, hanno di diritto conquistato un posto nell'albo d'oro dell'American Food.