ATTUALITÀ/Le insidie della politica

di Paola Milli

Armando Spataro, magistrato tarantino in servizio a Milano dal lontano '76, ha attraversato le stagioni più cruente del terrorismo, della criminalità organizzata, del traffico internazionale di stupefacenti, non trascurando la lotta alla mafia siciliana e calabrese, in particolare la 'ndrangheta trapiantata in Lombardia, nell'ambito della Direzione Distrettuale Antimafia. Procuratore aggiunto a Milano, è attualmente a capo del Dipartimento Terrorismo ed Eversione, in particolare terrorismo di matrice islamica. Ha appena ricevuto il premio Capalbio 2010 per la sezione Politica e Istituzioni, con il libro «Ne valeva la pena», edito da Laterza, un'analisi lucida e attenta che, ripercorrendo il caso del sequestro, ad opera di agenti della Cia e dei servizi italiani,  a Milano dell'imam Abu Omar, avvenuto il 17 Febbraio 2003, pone in luce i tanti pericoli e le insidie che politica e informazione possono tendere ai delicati equilibri democratici.

Sul caso Abu Omar, chi davvero ha perso la faccia, la credibilità?
«Questo, per la verità, dovrebbero dirlo i commentatori, io credo che la giustizia italiana sia uscita dinanzi  alla prima Repubblica mondiale, agli organismi politici internazionali, arricchita e, in qualche modo, ammirata anche perché, per la prima volta al mondo, come si sa,  esponenti della Cia sono stati condannati per un reato contrario ai diritti fondamentali delle persone. I governi italiani, con il loro segreto di stato, hanno impedito che i giudici giudicassero della responsabilità degli italiani. Di fronte al Parlamento europeo, il governo Prodi fu l'unico governo a non inviare alcun rappresentante a rispondere all'audizione d'inchiesta che lì si stava svolgendo.
L'amarezza per quanto avvenuto ha determinato una strana diseguaglianza alla fine, la condanna di oltre venti agenti della Cia e non l'assoluzione, ma l'impossibilità di giudicare gli esponenti dei servizi segreti italiani che, secondo i giudici italiani che se ne erano occupati, erano corresponsabili del sequestro.

Come è potuto accadere che a  due pubblici ministeri siano state attribuite condotte di gravi reati da un presidente di un governo di centro sinistra, che aveva nel suo programma la difesa della legalità, prima di tutto?
Io non parlo di magistrati eroi perché non credo al magistrato eroe neppure quando viene ucciso, il magistrato ha, come stella polare, il suo dovere fino in fondo.  Il magistrato non è un moralizzatore della società, lavora su dati connessi, se trova le prove procederà, se non le trova si ferma, anche se il suo convincimento è di responsabilità, in un caso specifico. Allo stesso modo è difficile da capire perché due governi di diverso segno politico, abbiano entrambi fatto valere il segreto di stato su notizie, peraltro, già conosciute. Io ho fatto appello, ci sarà un secondo grado, si vedrà se questa decisione è riformabile o meno».

Il ruolo della stampa italiana, in questo caso, secondo lei, fu corretto?
«La stampa italiana, a mio avviso, ad un certo punto, ha trascurato l'attenzione che questo caso richiedeva, mentre molto partecipe fu il ruolo di quella americana e internazionale. La stampa italiana ha, di fatto, abbandonato questo caso come se, in qualche modo, si fosse adeguata all'aspirazione al segreto di stato e questo, francamente, non mi è parso edificante. Ci sono state delle eccezioni, ma sono state davvero esigue numericamente, un paio di giornalisti, non di più, hanno seguito l'intero processo, riferendone correttamente in cronaca».

Ritiene possibile che in Italia, in futuro si possa far valere ancora il segreto di stato?
«Io, in qualità di pubblico ministero, ho fatto appello, ritenendo che il segreto non potesse coprire certe fonti di prova su questo caso, richiedendo la condanna anche degli italiani. Vedremo, il dibattimento d'appello inizia tra poco, ad ottobre. Sono preoccupato perché il segreto di stato potrebbe essere esteso se il parlamento, se il governo accettassero anche l'opinione di una commissione, creata nel 2008, che ha studiato gli elementi del segreto di stato, proponendone un allargamento.
Ora il segreto di stato, se ha una ragione d'essere perché esistono certamente gli interessi della Repubblica che devono essere tutelati anche con il segreto, quando diventa una causa d'impunità, quando serve a qualcuno per poter dire "non posso essere giudicato", allora, a mio avviso, è incompatibile con la democrazia».

Cosa pensa della posizione dei finiani che si riservano di decidere, in merito al processo breve, sulla base della consistenza finanziaria stanziata per sostenere concretamente l'applicazione della legge?
«Dico che questa storia delle risorse, delle energie da destinare, avrebbe dovuto precedere da molto tempo persino lo studio di una modifica legislativa, quindi il fatto che il Ministro Alfano la proponga solo adesso mi sorprende; quando sta per essere approvato, secondo gli uffici del governo, questo disegno di legge, si dice che dobbiamo incrementare le risorse. Questo è il primo passo che doveva essere fatto; del resto il processo breve è una soluzione impresentabile, incompatibile  con lo stato di diritto, un'aberrazione giuridica inammissibile in qualsiasi ordinamento, non esiste la morte del processo per il decorso del tempo».  

Le lungaggini processuali sono dovute soprattutto a carenza di organico?
«Sono dovute a carenze strutturali, tanto che abbiamo chiesto da tempo, ovviamente, energie economiche e di personale. Pensi che i processi in gran parte, anziché alle sedici, chiudono alle quattordici perché non è possibile pagare gli straordinari al personale. Però occorre anche semplificare la procedura, intervenire sulle notifiche che devono diventare elettroniche, le impugnazioni devono essere riviste, dunque ci sono dei settori d'intervento, ma fra questi non c'è quello di far morire i processi».


Il caso del Procuratore di Reggio Calabria, alla cui abitazione è stato devastato l'ingresso perché senza protezione, pone un problema annoso, ma di non impossibile soluzione: "Perché non si proteggono abbastanza i magistrati in prima fila, nella lotta alla criminalità mafiosa e organizzata"?

«Questo è un argomento insieme tecnico e politico, tecnico perché c'è una commissione presso ogni prefettura che dovrebbe esaminare i casi soggetti alla protezione, talvolta questo viene fatto burocraticamente. Nel caso di Reggio Calabria non saprei dirle in concreto, ma non credo si possa sostenere che questi episodi siano prova di una volontà di esporre il magistrato a rischi, questo non lo credo perché forse si tratta di reati e non altro».

Cosa si aspetta dalla politica come cittadino che crede nei princìpi della Costituzione?
«Faccio mia una massima tradotta dal latino: "La cosa pubblica cresce con coraggio, con l'azione, non con le decisioni che i pavidi chiamano caute". Questo mi aspetto dalla politica».