Visti da New York

Politica “fitusa”

di Stefano Vaccara

Torno da una lunga permanenza in Italia, precisamente in Sicilia. Nell’ultimo appuntamento di “Visti da New York”, il 18 luglio, vi preannunciavo che avrei teso le orecchie e stimolato alla discussione sullo stato dell’Italia parenti, amici o semplici “paesani” che si incrociano durante la “passiata”, per poi farvi rapporto. In parte l’ho fatto, anche se in circostanze speciali.
Ho perso mio padre che sofferente nel corpo ma sereno nello spirito si è staccato dalla vita mentre era circondato dai suoi figli, nipoti, fratelli, cugini, legatissimi amici d’infanzia. A casa, nella sua città di Mazara del Vallo, dove sono nati anche i suoi figli, Luigi Vaccara è morto il 12 agosto.  Fino a pochi giorni prima papà, ex dirigente industriale nel campo della pesca con esperienze in mezzo mondo, spargeva a chi gli stava accanto il suo indomabile spirito critico, la sua indipendenza di pensiero spruzzata di sarcasmo che continueranno a influenzare anche questi pensieri liberi che ho il privilegio di pubblicare nel giornale degli italiani d’America.

Così ricordo una delle ultime prime pagine dei giornali italiani che mostravo a mio padre, mentre in ospedale mi chiedeva, ormai stanco, di riportarlo a casa. C’erano quei titoli sull’ “appartamento di Montercarlo” ereditato da AN e finito in gestione al fratellino in Ferrari di Elisabetta Tulliani, la compagna di Gianfranco Fini. A mio padre è bastato dare un’occhiata, solo titoli e sommari. Poi, con la smorfia di chi non smette di sorprendersi, ha detto: “Quel cornuto di Berlusconi imita Andreotti, un dossier pronto per chiunque tenti di metterlo da parte. Ma i soldi non possono comprargli anche la furbizia, il Divo è unico....” E poi la sua sentenza storica: “Ricorda Stefano che in centocinquanta anni nessuno è mai potuto andare fino in fondo nel tentare di cambiare questo paese perché tutti sono stati ricattabili in Italia...”

In questi giorni di agosto nella città del Satiro danzante, dove dei cinquantamila abitanti un quarto sono tunisini, e dove i rintocchi di campane delle stupende chiese arabo-normanne e barocco-spagnole si miscelano ai suoni del richiamo per la preghiera islamica, le presunte “svolte” dell’attualità politica italiana non destano più passioni. C’era una distanza ormai abissale tra i problemi e le aspettative degli abitanti di questa cittadina sulla punta sud occidentale della Sicilia, e le discussioni che arrovellavano i politici nei palazzi di Roma. Eppure, tastare il polso agli abitanti di un centro come Mazara, apparentemente periferica ma da tempo, anzi da sempre, città dentro il futuro della globalità multiculturale e multietnica, potrebbe servire a misurare il livello del distacco che esiste tra i cittadini italiani e chi li governa.

Delle discussioni, di solito accese e interminabili, tra uno dei cugini di mio padre, bollato come “sinistroide super antiberlusconiano”, lui ingegnere che ha lavorato in tutta l’Africa e Medio Oriente, e mia zia, casalinga berlusconiana della prima ora devota a san Silvio, questa estate nessuna traccia. Così come dal fratello di mio padre, rappresentante farmaucetico da poco in pensione, sempre pronto a criticare qualunque cosa faccia il governo di destra con argomenti supportati da numeri e precise statistiche, niente, silenzio. Persino da quel simpaticone amico bolognese verace, trapiantato a Mazara per amore, con il quale si dibatteva di politica all’infinito magari gustando i ricci appena presi da Peppino, ecco che anche da lui solo poche frasi di disgusto per passare ad argomenti non così nauseanti.

Così da tutti coloro che nelle estati precedenti accendevano discussioni sull’Italia che va o si ferma, sul perché Berlusconi ci salverà o ci affonderà, su Bossi che ci spezzerà o libererà, su chi avrà l’appoggio della Chiesa... niente, mutismo assoluto. Così anche nella bellissime piazze e stradine di Mazara rinfrescate dal sindaco Cristaldi per rilanciare il turismo doc, oregliando ai tavoli dei caffé affollati, non sentivamo pronunciare mai Berlusconi, Fini e compagnia brutta. Di tutto si discuteva con la solita passione in un angolo della Sicilia con più di tremila anni di storia civica, tranne di ciò che avrebbero deciso di fare coloro che a Roma si illudono di tenere in mano le sorti della loro vita. E sulla mafia? Dello stato di Cosa Nostra, almeno si parla? È veramente alle corde, come dice Maroni? A qualcuno bastava accennare al boss Matteo Messina Denaro e di come comandasse ancora, dopo vent’anni di latitanza, proprio da questo angolo della Sicilia...

Di questo rifiuto a seguire ciò che avviene nei Palazzi romani, di questo malore da “intossicazione” per una politica andata a male, come “pisci fitusu” ormai invendibile sul mercato traballante della democrazia, bisognerebbe preoccuparsi. Berlusconi, Fini, Bossi, Bersani, Casini... questa estate non riuscivano ad accendere discussioni nemmeno per sparlarne, ignorati mentre appaiono anni luce distanti dai problemi quotidiani della vita.

Già, questa estate, dal punto della Sicilia più vicino all’Africa, la classe politica italiana puzzava come pisci fituso, pesce marcio da buttare.