LETTERATURA \ PERSONAGGI/La violenza dei dettagli

di Anna Gorrieri

Per una serie di coincidenze poco favorevoli sembrava non ci dovessimo incontrare, gli orari e i tempi non coincidevano e i mezzi tecnologici di comunicazione sembravano in sciopero. Ma una sana imprevedibilità e temerarietà italiana unita ad un pizzico di fortuna alla fine ha ribaltato la situazione ed eccomi là, seduta al Caffè Metropolitan di New York con un'ora e più di ritardo, Paolo Giordano (nella foto in alto) che entra e mi dice: "Eri tu che mi stavi cercando vero?" "Non ci speravo più, ma sono venuta sperando di incontrarti". Ed eccoci là a parlare del suo libro «La solitudine dei numeri primi» (Mondadori), che ha vinto nel 2008 il Premio Campiello Opera Prima, e a seguire molti altri e che quasi da subito ha valicato i confini dell'Italia; un romanzo che partendo da due storie di "cronaca" si sviluppa in una descrizione lucida, dettagliata ma allo stesso tempo accorata e profondamente emozionante di due vite che si sfiorano, ma le cui patologie non faranno mai veramente toccare e fondere. I traumi che defraudano l'amore.

Ho letto il tuo libro appena è uscito e ne sono rimasta colpita, soprattutto per quanto sei "entrato" nei personaggi; puoi dirmi come hai fatto questo percorso, se la tua vita da matematico in qualche modo ti ha aiutato, se sei molto analitico di natura...

«Io non ho nessun tipo di formazione psicologica però credo che lo strumento principe per ogni scrittore, almeno per me, sia l'empatia: proprio lasciarsi guidare assolutamente dall'empatia. E poi sì sono una persona molto analitica, tendo ad essere analitico un po' in tutto, un modo anche un po' per rendere le cose più facili, schematizzare, incasellare e in realtà mi trovo molto più in difficoltà a gestire la scrittura sulle cose esteriori che sull'intimità e la personalità dei personaggi che è la cosa che mi interessa di più. Anche da lettore infatti mi interesso di letteratura vagamente psicologica, e quindi non saprei dirti come esattamente faccio questo... in più però ho un tipo di superempatia che provo verso questo tipo di persone, ce l'avevo da ragazzino e poi l'ho mantenuta e la uso nella scrittura».

Ho notato in te un altro dono particolare, la cura del dettaglio, paragonabile a quella dei pittori iperrealisti...
«Questo viene anche un po' dalla fisica, dalla matematica, la cura del dettaglio, anche l'ossessione del dettaglio. Quando riesci ad essere estremamente preciso su qualcosa, però devi essere estremamente preciso, se rimani su una precisione di facciata è la cosa peggiore, perché ammazza l'emotività e diventa solo cavilloso, invece se riesci ad essere estremamente preciso sugli oggetti, sui gesti, allora quello scatena una serie di connotazioni che anche gli oggetti hanno, che i dettagli hanno. C'è un'unica micro dichiarazione di poetica che faccio nel libro, a un certo punto parlo di Viola, l'amica di Alice, e dico che lei sa che nella precisione del dettaglio c'è tutta la violenza e si scatena tutta la potenza di una storia, e io penso che sia così».

Richiama un po' il meccanismo che si sta applicando anche al cinema, quello di andare al dettaglio sempre di più, quasi con la lente di ingrandimento, perché più il dettaglio è preciso e più l'emotività è sollecitata.
«Certo che nel cinema è più rischioso, nel senso che nel cinema lo fai sul visuale, col dettaglio vedi tutto e rischi di diventare didascalico. In un libro è un lavoro che diventa potenzialmente molto evocativo».

Come sei arrivato dalla fisica alla scrittura e quanto secondo te il sapere è connesso?
«Secondo me è connesso perché sono entrambe indagini, però il campo è diverso, il linguaggio dell'indagine è molto diverso, una è dal dentro al fuori e una è dal fuori al dentro. Io penso che la connessione primaria per me sia stata un certo tipo di soddisfazione che c'è nella creazione con la scrittura e che cercavo anche nella matematica... quel grande senso di pace che ottieni quando hai finito un conto o quando hai fatto una semplificazione matematica o quando hai finito una pagina che ti sembrava piuttosto rovinata e quel senso di pace è veramente quello che ancora mi appaga di più nell'atto. Poi ovviamente lo raggiungi in modi diversi, la scrittura è molto più ambigua in questo senso, molto meno precisa, però è anche qualcosa che quando la leggi la seconda volta ti fa scoprire un non so ché di diverso».

Come arrivi a sapere che la pagina ti ha dato pace, che è a posto?
«Non mi dà quasi mai pace però arriva a un punto in cui tu sei estremamente incatenato e quindi mi rendo conto che se cambio un pezzo mi crolla troppa roba e allora quello di solito è il punto, il momento in cui tutto si tiene in piedi».

E' una specie di alchimia...
«Sì, di miniatura, di modellismo...»


Quanto ci hai messo a scrivere questo libro?

«In realtà questo poco, ci ho messo nove mesi, però lavorando abbastanza saltuariamente perché ero all'università».


Adesso ti dedichi totalmente alla scrittura?

«E ci metto molto più tempo, è normale no? Ho tutto il tempo per scrivere e mi sembra di non averne mai abbastanza».

A cosa stai lavorando adesso?
«Sto lavorando ad un nuovo romanzo sempre di natura psicologica, questa volta però mi rapporto più con l'età adulta per cui è un rapporto più difficile ovviamente, più complesso, più mischiato, devo fare un salto più in avanti, però penso che sia giusto per me farlo».


Come ti vengono i soggetti dei tuoi libri?

«Per accumulazione, comincio ad accumulare dettagli, pezzi di cose di cui vorrei scrivere e poi pian piano nella testa combino finché viene fuori qualcosa che mi sembra abbastanza coerente, abbastanza pesante per cominciare a scrivere. Per esempio l'idea di questo nuovo romanzo l'ho tenuta in testa per quasi due anni prima di scrivere la prima riga. Quello prima no, è stato tutto abbastanza diverso, sono partito da tanti dettagli e cominciando a scrivere, li ho messi insieme».


Per quanto riguarda il finale del tuo libro. È stato dettato un po' da un filo logico che ha seguito il profilo psicologico dei personaggi?

«La coerenza, nel senso che ogni volta che ho cercato di forzare la mano verso un lieto fine tout court mi rendevo conto che era disonesto, anche perché il dolore dei personaggi era talmente ormai in loro, che se uno glielo estirpava, li ammazzava, in un certo senso».

Se avessi tolto quella grande sofferenza sarebbe stato come togliere l'identità in qualche maniera...
«Loro erano veramente diventati anche il loro dolore, per cui ho dovuto rispettare questo».

Hai conosciuto persone con questo tipo di problema nella tua vita?
«Di ragazze sì, di ragazzi no, quello è tutto frutto .... in realtà io non avevo neanche idea che ad esempio il fatto di tagliarsi fosse così "di moda", l'ho saputo poi dopo la pubblicazione del libro che è un fenomeno veramente crescente, però per me era una cosa talmente bizzarra che... E' un po' inquietante. Adesso poi c'è questo fenomeno dell'anoressia anche per i ragazzi, è un aspetto un po' trascurato però c'è».

C'è un po' una uniformazione dei sessi e una trasmigrazione dei problemi.
«Sì direi di sì».

Come organizzi la tua scrittura?
«Mi piacerebbe tanto riuscire a organizzarla meglio».


Dicevo nel senso se hai uno schema, cominci prima dalla fine, dall'inizio.

«Dipende da cosa devo scrivere, di solito, se racconti, articoli, ho un soggetto e poi lo svolgo in un plot e poi comincio a scrivere e so che ho una misura più o meno. Su un romanzo è tutto molto più caotico,per cui ho dei cardini e cerco di rimbalzare da uno all'altro con le liane».

Ma lo vedi come un progetto già nella tua mente con uno schema oppure...
«Non tanto, in realtà, più che costruire io cerco di preservare la libertà della scrittura, se uno non si fa un po' sorprendere mentre scrive, diventa di una noia mortale».

Moravia diceva che lui si metteva alla scrivania alla mattina alle nove e poi faceva le sue sei, sette ore di scrittura.
«Per me quello è il modo giusto. Io in questo momento non riesco a farlo perché sto viaggiando tanto. Per me l'unico modo è chiudermi in una stanza e scrivere».


Vuoi aggiungere qualcosa sul tuo libro o su di te che non ti ho chiesto?

«No, aggiungi tu».


Aggiungerò che il tuo è un libro molto intelligente, che tu sei una persona molto piacevole.

«Benissimo!»

...e che sono molto contenta di avere messo un pizzico della mia italianità stamattina e di aver detto: "Vado lo stesso, sono sicura che ci incontreremo".
«Hai fatto bene!»

 E allora aggiungo che «La solitudine dei numeri primi» è un romanzo che getta luce sui difficili problemi dell'anoressia e delle nevrosi autolesioniste, capace di entrare nella mente dei personaggi ed esprimerci i loro pensieri e le loro difficoltà, cosa altrimenti difficile in quanto la loro difese li portano a nascondere e a tacere più che ad esprimere, e ci offre degli spunti per entrare in contatto con persone simili usando approcci nuovi, se lo vogliamo. E infine non posso che aggiungere che Paolo Giordano è una persona simpaticissima, piacevole , cortese e che sta meritando il successo che riscuote.