STORIA/Uno sbarco da beffa?

di Giuseppe Quatriglio

Sul ruolo della mafia nella preparazione dello sbarco alleato in Sicilia nel 1943, e sullo sbarco stesso, tra gli storici ci sono state convinzioni contrastanti. Si espresse chiaramente Francesco Renda nella sua «Storia della Sicilia dalle origini ai nostri giorni» pubblicata da Sellerio nel 2003. Lo storico considerò "una fola, avente tuttavia la forza di un mito, che a facilitare lo sbarco alleato, e quindi l'avanzare della Settima Armata americana, sia stata la mafia...". Altro discorso è quello che riguarda ciò che avvenne in America negli anni precedenti il 1943.

Fatti definitivi vennero fissati nel rapporto stilato da William B. Herlands, capo della commissione investigativa dello stato di New York. Questi era riuscito a ottenere prove inconfutabili sui servizi resi da Lucky Luciano alla Marina militare americana nel periodo precedente all'invasione alleata della Sicilia.  La conoscenza di queste carte, tenute a lungo segrete, consentì nel 1977 al giornalista inglese Rodney Campbell di pubblicare un libro, che apparve l'anno successivo presso Mondadori con il titolo «Operazione Lucky  Luciano».

Lucky Luciano, il cui vero nome, fino a diciannove anni, era Salvatore Lucania, nacque a Lercara Friddi, in provincia di Palermo, nel 1897. Raggiunse l'America con la famiglia, in una delle prime ondate migratorie dall'Italia, quando aveva nove anni. Nella tumultuosa Manhattan di quel tempo fece parte di gang giovanili dedicandosi dapprima allo spaccio di droga. Successivamente, con la fama del duro, dopo una detenzione di alcuni mesi, salì rapidamente la scala del crimine fino a gestire, soprattutto durante e dopo il Proibizionismo, un impero illegale con vertiginosi profitti. Si trovava in una prigione di massima sicurezza dal 1936 per sfruttamento della prostituzione per scontare una pena "da trenta a quarant'anni", secondo la formula adottata dai giudici.

Per la prima volta nel Rapporto Herlands venivano, dunque,  rivelati i termini, peraltro circoscritti ma enfatizzati dalla criminalità americana, della collaborazione di Luciano con il Naval Intelligence Office che consistette soprattutto in un  suo intervento inteso a impedire azioni di disturbo nel porto di New York. Tuttavia, contrariamente a quanto si ipotizzò in un primo tempo, l'affondamento in un molo di New York del super transatlantico francese Normandie, che gli americani stavano trasformando in nave per il trasporto di truppe, non fu opera di Luciano e nemmeno dell'underworld americano, anche se il famoso detenuto sarebbe stato lieto se gli avessero attribuito la responsabilità di una impresa criminale tanto  spettacolare. Naturalmente per far capire che aveva sempre lui il controllo dello scalo marittimo.

Un incendio ne provocò la perdita. E fu un evento disastroso per la  marina militare dato che, a motivo della sua alta velocità, la gigantesca nave di ottanta mila tonnellate, ribattezzata Lafayette, avrebbe potuto sfuggire ai sottomarini tedeschi che colavano a picco numerose navi alleate nell'Atlantico.  
Lucky Luciano fu interpellato in quanto gli americani  sospettarono l'esistenza di infiltrazioni di spie e di sabotatori nel porto di New York in un momento in cui lo scalo della metropoli era perennemente affollato di navi militari. Pertanto venne deciso di  contattare il gangster più famoso, Luciano appunto, che dal carcere era in grado di controllare le forze criminali di New York.

In seguito alla  sua collaborazione, Lucky - fortunato così come faceva capire il nome che si era scelto - poté lasciare la prigione, nella quale marciva da anni, ottenendo il trasferimento in un penitenziario  in cui le condizioni erano migliori e, successivamente, la libertà sulla parola e la conseguente estradizione in Italia.
Salvatore Lupo nel suo recente libro «Quando la mafia trovò l'America», pubblicato da Einaudi nel 2008, conferma: "Si creò un contatto diretto con Luciano... l'accordo si risolse in una sorta di militarizzazione spuria della forza lavoro, intesa soprattutto a evitare scioperi e agitazioni da parte di elementi non sotto controllo".
Riprende l'argomento, a 67 anni dai fatti, Pasquale Marchese, che non è uno storico ma un bibliofilo. Non aggiunge molto a quanto risaputo, tuttavia l'autore offre un'ampia documentazione, frutto di ricerche in libri italiani e stranieri, rapporti, interviste, relazioni ufficiali e inchieste governative. Il suo costituisce un materiale utile a specialisti e studiosi della Seconda Guerra Mondiale.  Marchese ha, dunque, compiuto un buon lavoro di indagine bibliografica.

Il suo libro, appena pubblicato da Coppola Editore, si intitola «La  beffa di Lucky Luciano - Lo sbarco alleato in Sicilia» (pagine 175, euro 18). Si sofferma sul ruolo del criminale ebreo russo Meier Lansky definito "un gangster,  genio di ogni attività truffaldina". Fu a fianco di Lucky Luciano in ogni impresa e, anche quando Luciano si trovava in carcere, aveva la possibilità di incontrarlo, entro le mura della prigione e di concordare importanti decisioni.

Fu lui a programmare la liberazione dell'amico, l'espulsione dagli Stati Uniti e la conseguente deportazione in Italia. Una vicenda che suona come una beffa, afferma Marchese in una riflessione finale.