LIBRI/Bambini assassini

di Franco Borrelli

Un crescendo di sangue e di efferati omicidi, protagonisti adolescenti dai tredici anni in su, teatro Gela, in Sicilia, tra la metà degli anni '80 e quella degli anni '90. Ragazzi "on the road" senza futuro, cresciuti in ambienti di degrado e di violenza, assurti ad angeli di vita o di morte (più la seconda) per definire territori, potere e controllo di traffici illeciti, droga e armi su tutto. E, come se non bastasse, con una guerra dichiarata e senza risparmi di colpi, da parte della Stidda ("la stella", forse dal simbolo che si segnavano fra pollice e indice gli affiliati) contro le famiglie mafiose che controllavano il territorio in predicato. «Baby killer», di Giuseppe Ardica, è proprio quel che semplicemente lascia intuire subito il titolo: bambini assassini, pastorelli omicidi, senza scrupoli, senza pietà, ubbidienti in tutto e per tutto agli ordini dei capi, più spietati dei grandi, presumibilmente innocenti e quindi anche insospettabili.

"Nessuno si aspetta che un picciriddo che gli va incontro può impugnare una calibro trentotto e sparargli un proiettile in testa". È la giustificazione e la spiegazione di un ‘caruso' pentito, figlio di boss, divenuto collaboratore di giustizia, al magistrato che gli chiedeva perché mai gli stiddari arruolassero teenager.
Come spiega l'autore, la Stidda era considerata un ventennio fa, dagli esperti di criminalità organizzata, la Quinta Mafia. "Gli stiddari - chiarisce Ardica, giornalista e scrittore ennese residente a Roma - erano giovani, feroci e pronti a tutto. Forse perché non avevano niente da perdere. In qualche caso, vivevano ai margini delle cosche mafiose... In molti paesi siciliani, soprattutto nelle province di Agrigento e Caltanissetta, i boss mafiosi e numerosi affiliati a Cosa Nostra, cadono a decine sotto i colpi delle pistole degli stiddari".

In palio la gestione e il controllo miliardario degli appalti, dei traffici di armi e di droga, nonché delle estorsioni e delle connessioni con la politica. Vogliono, gli stiddari, in tutto e per tutto, sostituirsi a Cosa Nostra, e "per farlo, hanno bisogno - prosegue Ardica - di forze fresche, di un esercito che agisca senza troppi tentennamenti. Così la Stidda, per moltiplicare i suoi affiliati, comincia a reclutare i ragazzini".

Calcoli freddi e spietati che non risparmiano niente e nessuno, e che per ferocia ed efferatezza superano qualsiasi terribile fantasia cinematografica. Nella "Gomorra" Gela è pertanto inferno e Far West, con i proiettili sparati bruciapelo a dettar legge e con le torture più crudeli. Bambini contro bambini, assai spesso, in un crescendo di ammazzamenti, in una carneficina freddamente calcolata che si attua per le strade, nei bar e nei negozi della cittadina siciliana; il tutto, inutile dirlo, nel segno della più ferrea omertà di chi, pur vedendo, non vede affatto niente.
La "Storia dei ragazzi d'onore di Gela", come recita il sottotitolo del volume appena pubblicato dalla veneziana Marsilio, si svolge così come un vero e proprio romanzo del terrore giallo, che lascia esterrefatti perché i fatti qui narrati - con nomi e riferimenti appositamente, e per ovvi motivi, contraffatti - non sono solo accaduti per davvero, ma sono stati commessi, ripetiamo, da bambini o da imberbi teenager. Un inferno di cui, grazie ai pentiti - che, protetti ora dalle istituzioni statali, residenti "altrove", con un lavoro normale e, in molti casi, con una famiglia come tante -, si è potuto conoscere a fondo capillarità e struttura; un'organizzazione criminale dalle ramificazioni internazionali che, forse, non esiste più.

Poco di suo aggiunge Giuseppe Ardica, se non una scrittura semplice e coinvolgente, e una parola scarna, aderente a fatti, personaggi e realtà che definire sconvolgenti è certo troppo poco. Sono gli stessi ragazzini-assassini che raccontano qui le loro "gesta", le mattanze alle quali han preso parte, forti ora della nuova identità e della quasi certezza di vivere ormai una vita come tante altre, fatta di lavoro, di quotidianità comuni e di piccole cose, come se l'inferno di cui sono stati protagonisti e responsabili fosse stato sepolto nel fondo della coscienza. Ma "il loro non dormir di notte" è tuttavia confessione di sensi di colpa che nessuna riabilitazione potrà mai cancellare nei loro animi e nei cuori di coloro che ne sono stati drammaticamente e tragicamente segnati per sempre.