Musica leggera \ Jovanotti, un “ragazzo fortunato” allo Stern Grove di San Francisco

di Carmela Trerotola

Il ritmo coinvolgente de L'ombelico del mondo che si diffonde nello splendido anfiteatro naturale del Sigmund Stern Grove Park sembra rispecchiare in pieno l'anima cosmopolita e multiculturale di una città come San Francisco, «dove si incontrano facce strane di una bellezza un po' disarmante, pelle di ebano di un padre indigeno e occhi smeraldo come diamante, facce meticce di razze nuove come il millennio che si sta alzando». L'occasione è unica: Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti (nella foto), che si esibisce per la prima volta nella città californiana in occasione della 73esima edizione dello Stern Grove Festival, una rassegna di concerti gratuiti proposta in una location assolutamente originale. Il cantante toscano trasforma magicamente un pomeriggio estivo dall'atmosfera rilassata e amichevole, una sorta di picnic nel verde dove i volontari della manifestazione distribuiscono vino ai tavoli e i bambini corrono fra gli alberi, in un concerto elettrizzante e caotico.

Lorenzo "Jova" Cherubini infervora gli spiriti americani e non delude i numerosi italiani giunti allo Stern Grove offrendo una sequenza di pezzi storici presenti nel suo ultimo lavoro "Oyeah" un doppio CD realizzato in esclusiva per il mercato d'oltreoceano, una raccolta dei suoi grandi successi di sempre, come "Piove" e "Penso positivo" arricchita da alcuni brani inediti. Il pubblico statunitense risponde benissimo con una presenza massiccia e un'atmosfera irripetibile, scaldata, prima dell'entrata in scena del cantante italiano, da Liliana Saumet e il gruppo colombiano Bomba Estéreo. Jova mostra sul palco il suo lato di performer unico, offrendo uno spettacolo intenso ed emozionante. Superati i quarant'anni, lo spirito è sempre lo stesso, vivace ed energetico, sempre solare e disponibile nei confronti dei suoi ammiratori ai quali, a termine dello spettacolo, non nega un sorriso, una parola, un autografo.

La stessa disponibilità dimostrata nel corso dell'intervista tenuta prima dell'esibizione presso il Trocadero Clubhouse con Luciano Chessa, collaboratore dell'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco, partner nella realizzazione dell'evento. Con spirito e allegria è lo stesso Lorenzo Cherubini a ripercorre passo dopo passo vent'anni di carriera dagli esordi alla fine degli anni Ottanta a Radio Deejay, sotto l'egida di Claudio Cecchetto. Nel ricordare i suoi primi passi legati ai suoni dell'hip hop statunitense, un genere decisamente poco conosciuto nell'Italia dell'epoca, Jova con l'entusiasmo di un bambino, parla dell'esperienza californiana come una sorta di raggiungimento di quell'American Dream, agognato dal ragazzo di Cortona.

Si sofferma sull'incantevole borgo in provincia di Arezzo dove attualmente vive, sulla sua famiglia e sua moglie, sugli aspetti più semplici e apparentemente banali dei suoi viaggi per il mondo che hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua crescita personale e professionale. Jovanotti discorre con entusiasmo della sua grande passione, la musica, e della sua voglia di fare e di conoscere, menzionando le importanti collaborazioni internazionali con artisti del calibro di Sergio Mendes,  Ben Harper e  Michael Franti. Non vi è nelle sue parole l'ostentazione che si potrebbe immaginare in un personaggio celebre, che negli ultimi anni ha legato il proprio nome a un notevole impegno politico e sociale.

Promotore della cancellazione del debito pubblico con i Paesi del Terzo Mondo, attento al tema della difesa dell'ambiente e alla condizione dei meno fortunati (basti pensare a progetti discografici come  "Artisti Uniti per l'Abruzzo" o "Artisti Uniti per gli Zapatisti del Chapas", a brani come "Il mio nome è mai più" o "Cancella il debito") Jova prende le distanze dall'immagine di un Lorenzo engagé. Con encomiabile modestia, afferma che fare pubblicità per un prodotto meno conosciuto come  quello dei diritti umani equivale a fare pubblicità a un paio di scarpe di marca, si tratta di una scelta. Spinto dalle argute domande di Chessa, spiega al pubblico in sala, letteralmente incantato dalla sua voce,  che il ruolo dell'artista è solo quello di  fare arte e che spetta all'essere umano "scegliere".

Con il suo sguardo pulito, Lorenzo Cherubini infonde una certa fiducia nella vita e coinvolge ognuno di noi nell'aiuto del prossimo, mantenendo desta l'attenzione al potere della parola, fondamentale nel suo processo creativo. Mostra lo stesso entusiasmo nei confronti dei processi di comunicazione nell'era digitale, al modo in cui il sistema di informazione e di diffusione delle idee stia cambiando, e un atteggiamento positivo anche in merito alle conseguenze che ciò comporta sul mercato musicale. Con la pacatezza che da sempre contraddistingue i suoi toni si dichiara fiducioso nel futuro della musica italiana, figlia di "genitori scomodi", i capolavori dell'opera classica.

A proposito della profonda ricerca musicale da lui perseguita e nata dal confronto con sonorità prese in prestito dalle tradizioni musicali di tutto il mondo, viene ribadita infine l'importante influenza della musica leggera del Bel Paese. Quando dal pubblico una voce femminile dall'accento italoamericano che dopo una serie di complimenti, molto emozionata, gli chiede se abbia intenzione di riadattare un classico come Volare, con gentilezza ribatte di aver preferito brani come Signorina Buonasera di Fred Buscaglione o Parlami d'amore Mariù.

E proprio sul palco, accontentando inaspettatamente l'amabile signora, intona un verso della canzone resa celebre circa settanta anni fa da Vittorio de Sica e un brivido percuote ogni italiano, che in quel momento si sente un po' un "ragazzo fortunato".