CINEMA/Siciliana e ribelle

di Laura Caparrotti

Anni Ottanta. In un piccolo paesino della Sicilia vive Rita Atria, figlia di un piccolo boss di quartiere, ammazzato davanti ai suoi occhi quando lei è ancora bambina. Rita cresce accanto al fratello Nicola che segue le orme del padre, diventa anche lui un piccolo boss e anche lui, come il padre, un giorno del 1991, viene ammazzato dalla stessa persona che ha ucciso il padre. La moglie di Nicola, Piera Aiello, diventa immediatamente una collaboratrice di giustizia, mentre Rita rimane sola nel paesino. Rita però ha una grande forza con sé: i suoi diari. Da sempre ha scritto tutto quello che succedeva in paese, quello che vedeva lei stessa e quello che le raccontava il fratello, nei minimi dettagli.

Per denunciare coloro che le hanno finito la famiglia e finalmente vendicarsi di queste morti, Rita decide di portare i suoi diari da un giudice, molto impegnato contro la Mafia: Paolo Borsellino, che diventa quasi un padre per lei. Rita è ora una collaboratrice della giustizia, vive a Roma e al suo paese tutti l'hanno ripudiata. Il suo faro è il giudice Borsellino, colui che le dà speranza di un futuro diverso. Ma Borsellino viene ammazzato il 19 luglio 1992 e per Rita la luce si spegne. A nulla vale che grazie alla sua testimonianza ha fatto arrestare molti mafiosi. Con la morte di Borsellino, muore anche la speranza di Rita che si butta dal settimo piano dell'ultima casa a Roma assegnatale in quanto collaboratrice di giustizia.

Marco Amenta, appassionato regista siciliano, ha studiato per anni le vicende di questa ragazza nel tentativo di riportare alla luce la sua storia. Nel 1997 Marco aveva realizzato un documentario su Rita intitolato "Diario di una siciliana ribelle" e già allora lo avevo intervistato visto che la sua opera era giunta negli Stati Uniti. Pochi anni dopo, Amenta ha deciso di cimentarsi nel racconto cinematografico della vita di questa ragazza ed è così che è nato "La Siciliana Ribelle" al Film Forum fino al 17 agosto.
«Fin da quando ho fatto il documentario, mi sono reso conto che la maggior parte della gente non conosceva questa storia. Proprio grazie al successo del documentario, ho deciso di fare il film, per meglio raccontare la storia di Rita».

Così ci dice Marco Amenta in un pomeriggio estivo newyorkese.
«Secondo me è triste essere rappresentati da personaggi come Riina o Provenzano. In fondo in Sicilia i mafiosi sono solo il 5% della popolazione, dunque perché loro ci devono rappresentare all'estero? Perché questo numero così basso rende la vita difficile a tutti e inquina la società in cui viviamo. Facciamo vedere che non abbiamo paura di loro».  

Il film mostra un piccolo paese in cui la maggior parte delle persone sta con la mafia e vedono lo Stato come un nemico. Credi sia ancora così?
«Purtroppo sì. Molti dei familiari dei collaboratori di giustizia ancora oggi rinnegano i propri cari. Credo però che sia molta paura unita a una certa cultura che viene da lontano. Quello che non c'è quasi più invece è il rispetto nei confronti del mafioso. Negli anni 60 e anche '70, la mafia era vista come un surrogato di giustizia, visto che lo Stato era sentito lontano (e probabilmente lo era). Ora la situazione è diversa, anche se la sostanza non cambia: il muro di omertà esiste sempre».

Il film ha un modulo narrativo molto secco, non sembra lasciare spazio a melodrammi o ad emozioni inutili. Come hai costruito la sceneggiatura?
«Intanto, ricordati che ero intriso di quel mondo. Per il documentario, ho conosciuto molti dei protagonisti, ho visto i posti, ho letto moltissimi documenti, insomma sono entrato nel mondo di Rita completamente. Io ho fatto un percorso simile a quello di Saviano: ero un fotografo di reportage per alcuni giornali locali, ho conosciuto commissari, mafiosi, figli di mafiosi - che mi hanno pure minacciato. Questo ti porta a vedere la realtà in un altro modo, senza romanticismo o melodramma». 

 
E invece, come regista, qual è stato il taglio che hai voluto dare?
«Ho raccontato il film dal punto di vista di Rita. Quando è bambina e suo padre è per lei un Robin Hood, il suo mondo è bello, sano, colorato. La scrittura è soggettiva, seguita da una regia con piani larghi, quasi fissa, con colori saturi: insomma, un mondo da favola. Quando l'incantesimo si rompe e lei va a Roma, riscopriamo piano piano con lei il passato. Tornano alla mente, e sullo schermo, scene che lei aveva bloccato quando era piccola. Per noi come per lei diventa difficile accusare il padre. La pellicola è più sgranata, le inquadrature sono meno solide, i colori più tenui, più scuri. Poi c'è una terza parte in cui è lei a mettere i colori al suo mondo, quando abbandona il nero, quando si trucca e cerca di vivere una vita normale, cosa che è realmente accaduta. Rita è una che si ribella, la sua è in fondo anche una battaglia per liberarsi da quel mondo che la opprime, come persona e come donna».  

Ci dici che quasi tutto quello che hai raccontato sia fedele alla storia di Rita (anche se la nipote di Rita dice il contrario, ndr.), ci parli di qualcosa che tu hai aggiunto e perché lo hai fatto?
«Il bacio della madre quando va al cimitero a distruggere la tomba di Rita. L'episodio è successo realmente, ma io ho aggiunto un bacio della madre alla fotografia di Rita, quasi fosse un ultimo atto di umanità di questa donna. La madre di Rita non può accettare quello che ha fatto la figlia, vorrebbe dire che ha fallito come madre, secondo i suoi princìpi. E fa di tutto per far cambiare idea a Rita. Non ci riesce, però alla fine bacia la foto della figlia, perché in fondo è una madre anche lei».  

Il film sarà al Film Forum fino al 17 Agosto per poi percorrere l'America in lungo e in largo a partire da fine settembre. La considerazione finale riguarda non solo questo film, ma tutti quei prodotti - libri, documentari, spettacoli, saggi - che parlano di mafie o di eventi terribili e importanti per la nostra società. Spesso, com'è accaduto per questo film e come accade quasi quotidianamente a Saviano, ad esempio, si accusano i creatori di tali opere di avere secondi fini, di aver usato notizie di seconda mano, di aver barato, fuorviato e dunque ingannato. C'è chi dice che la denigrazione è una mossa dello Stato, chi dei criminali coinvolti, mentre c'è chi dice che è ingiusta e immotivata.

A pensarci bene niente di tutto questo ha importanza. Se non ci fosse stato questo film in giro per il mondo, persino molti di noi che c'erano quando questa storia avveniva non ne avrebbero memoria, figuriamoci chi non ne ha mai saputo nulla. Questo vale per "Gomorra" e per tante altre opere che hanno il merito di portare alla luce eventi importanti, personaggi dimenticati e affari del nostro paese necessari a capire - dovremmo dire, decifrare - il presente che ci circonda.