MUSICA LIRICA \ PERSONAGGI/Libretti e belle donne

di Mario Fedrigo

Giacomo Puccini era una contraddizione vivente. Naturalmente qui parliamo dell'uomo, non dell'artista. Era pigro e geniale, strafottente e timido, goliardo e primitivo, nevrotico. Amava stare in compagnia e, allo stesso tempo, sentiva il bisogno della solitudine: le brume del suo lago, le scorribande tra i falaschi, i colpi di fucile, le imprecazioni e le bestemmie sue della sua gente. Sensibile e cinico, estroverso e angosciato, fumatore accanito e lavoratore fantasioso, ma discontinuo, amava e soffriva con una passione senza pudori, ma spudoratamente bugiardo, fanfarone e infedele.

Studiando il personaggio si deve riconoscere, come peraltro lo riconosce tutto il mondo, che è stato un grandissimo, immenso musicista, il vero autentico erede di Verdi, ma anche un sommo puttaniere, uno che riconosce ogni lasciata è persa, uno che il sesso ce l'aveva stampato in testa e dal sesso fu dominato interamente per tutta la sua esistenza.

Su di lui si raccontano aneddoti boccacceschi, fin da quand'era ragazzo e frequentava già, nonostante avesse solo quindici anni, i bordelli di Lucca. E poi amori ad ogni latitudine, di ogni età, razza, religione. Amplessi, o simili, consumati in treno, negli alberghi, nelle pinete e nei tuguri, sulle spiagge di Viareggio, nella campagna di Forte dei Marmi, nei camerini teatrali. «Sono - dirà di se stesso con spietata sincerità - nevrotico, isterico, linfatico, degenerato, malfattoide, erotico, musico-poetico».

Le donne hanno contrassegnato tutta la sua esistenza, insieme alle sigarette. Rimase orfano del padre Michele, a soli cinque anni, con un fratello più grande e ben cinque sorelle: le donne dovevano apparirgli un'ossessione. In questo gineceo, che si completava con una serie infinita di cugine e zie, scorre l'infanzia di Giacomo e segnerà il suo destino, insieme al pianoforte, che suonava non bene, fin dai quattordici anni nelle chiese e nei locali pubblici di villeggiature, per comprarsi le sigarette e per andare nelle case di tolleranza.
Rispetto ai vari Catalani, Leoncavallo, Mascagni, Giordano, Puccini aveva un istintivo senso teatrale e grandi capacità di seduzione, in particolare sul pubblico femminile, sia con armonie e melodie sentimentali sia con il suo fascino personale di uomo contraddittorio. Da un lato si definiva "bestia, birbante, maschilista, uomo da bettola e da bordello", dall'altro signore elegante, raffinato, amante della modernità e dell'avventura. Si definiva anche "un potente cacciatore di uccelli selvatici, libretti d'opera e belle donne" e, da vero Don Giovanni, vantava un lungo elenco di "prede". Ho provato a redigere un catalogo così come ha fatto Leporello, servitore di Don Giovanni, che trascrisse le conquiste amorose del suo padrone per dirlo a donna Elvira, nobile dama di Burgos abbandonata da Don Giovanni.

Per chi non lo conoscesse o l'avesse dimenticato, riporto il catalogo mozartiano:
"Madamina! Il catalogo è questo
Delle belle che amò il padron mio:
Un catalogo egli è che ho fatto io;
Osservate, leggete con me.
In Italia seicento e quaranta,
In Almagna duecento e trent'una,
Cento in Francia, in Turchia novant'una,
Ma in Ispagna son già mille e tre..."

Il totale di tutte queste donzelle è 2065, non male! Il catalogo pucciniano, invece, è assai più modesto. Quelle ufficiali sono soltanto nove, ma, ovviamente, non sono tutte:
1) Cesira Ferrani (Torino, 8 maggio 1863 - Pollone (Biella), 4 maggio 1943), prima interprete di Manon 1893. Lei 30 anni, Puccini 37.
2) Hariclea Darclée (Br ila - Romania, 10 giugno 1860 - Bucarest, 12 gennaio 1939) , prima interprete di Tosca 1900. Lei 40 anni, Puccini 42.
3) Corinna o Cori, Maria Anna Coriasco (1882-1961), insegnante torinese aveva 18 anni e Puccini 42.  Conosciuta il 19 gennaio 1900.
4) Sybil Schiff in Seligman 26 anni conosciuta nel 1904. Puccini 46.
5) Bianca Lendvai maggio del 1906 a Budapest. Puccini 48 anni.
6) Josephine von Stengel (1876-1926): dal luglio 1911 a tutto il 1920. Lei 35 anni, Puccini 53.
7) Lina Rosso (1888 - 1975) nata a Venezia pittrice dal 1917 al 1919. Lei 29 anni, Puccini 59.
8) Rose Ader soprano bavarese dal 1921 al '23. Lei 31 anni, Puccini 62.
9) Giulia Manfredi (29 marzo 1889 - 20 marzo 1976). La relazione cominciò nel 1908 e durò sempre. Lei 19 anni, Puccini 50. 31 anni di differenza e da Giulia ebbe un figlio.

Puccini, però, non era Don Giovanni, doveva rendere i conti alla compagna prima, poi moglie, che era fuggita con lui e gli aveva dato un figlio. Una donna, l'Elvira, determinata e volitiva. Bella, giunonica che fece impazzire Giacomo, ma col tempo si era incupita e trascurava il suo aspetto, mentre il Maestro, bello e famoso, guardava altrove. Di qui litigi e scenate apocalittiche. L'ambiente domestico era diventato insopportabile. La situazione si calmerà soltanto nell'ultimo anno di vita del Maestro.

Corinna
Elvira a Giacomo - da Milano, 25 marzo 1909. Lamentando l'egoismo del marito nei giorni concitati del marzo 1909 (suicidio di Doria) Elvira gli fa notare che: «Io non feci così quando si trattò della querela della Torinese, e benché in quel momento fosse stato scusabile in me un certo risentimento verso di te, per tutte le ingiurie fattemi da te subire durante i 3 anni della tua relazione con quella donna, pure io fui buona e mi offrii di venire a Milano e far tacitare questa cosa per la quale tu avresti arrischiato la carcere. Mi ricordo benissimo ancora al ricevere della famosa lettera come diventasti pusillanime al pensiero di una condanna e come tu parlassi di fuggire in Svizzera".

Giulia Manfredi
Giacomo a Giulia. Dal tenore di alcune cartoline e lettere che le inviò il maestro, è lecito pensare che fu anche compagna di un altro genere di avventure: «Dunque a presto cara Giulia e ti rivedrò tanto volentieri - vorrei dire tante cose ma non mi fido per lettera. Te lo puoi figurare» (13 giugno 1920). «Quanto vorrei scriverti ma non oso farlo perché leggono le lettere e poi anche perché mi secca a parlar di cose che tengo volentieri (o malvolentieri) dentro di me» (10 marzo 1921).

Sybil Seligman
Il 4 novembre 1905 da Milano Puccini le scrisse: «Parto stanotte per Torre del Lago, dopo essere stato alcuni giorni qui e a Bologna. Questi giorni non sono stati così felici come quelli che io passai a Londra, giorni che per me saranno sempre indimenticabili! Così io ricordo ogni cosa: la dolcezza del tuo carattere, le passeggiate nel parco, la melodia della tua voce e la tua tua bellezza raggiante...». «Io, lo sapete, ho il grave torto di essere troppo sensibile e soffro anche perché nessuno mi capisce» (aprile 1906).
Nei momenti più difficili del «caso Doria» Puccini scrisse parecchie lettere a Sybil Seligman, l'amica e confidente inglese, per cercare conforto alla sua profonda amarezza. Nell'ottobre 1908, quando gli attacchi di Elvira contro Doria si erano fatti più insistenti, le disse: «Vivere a Torre è diventato assolutamente insopportabile; vi sto solo dicendo il vero quando dico che spesso ho accarezzato la mia pistola! E tutti (compreso voi) dicono che io sono l'uomo più felice del mondo!»

Puccini pensò qualche volta anche di togliersi la vita? Lo confermò in un'altra lettera all'amica inglese, lettera che scrisse nel dicembre dello stesso anno: «È una vita orribile e spaventosa. Abbastanza per portare al suicidio!... Quanto all'affare Doria, la persecuzione di Elvira continua irriducibile; è andata anche dal prete per convincerlo di parlare a sua madre e sta facendo ogni cosa per farla scacciare dal paese...».
E dopo l'avvenuto avvelenamento di Doria: «È la fine della mia famiglia, la fine di Torre del Lago, la fine di tutto. Non so quel che farò; sono veramente stanco della vita che è divenuta un intollerabile peso...». Dopo la morte di Doria confidò ancora all'amica inglese: «Elvira partì per Milano il giorno dell'avvelenamento... in ogni caso non potrà più tornare a Torre: la lincerebbero. Ho passato i giorni più tragici della mia vita».«Rimango fermo nel mio proposito di separazione... Non posso più lavorare! Sono abbattuto e scoraggiato! Le mie notti sono orribili. Ho gli incubi e mi lamento nel sonno. Ho sempre davanti agli occhi quella povera ragazza...»

Josephine von Stengel
Puccini chiese anche qualche amichevole copertura a Schnabl: «Io verso il 10 o 15 maggio ho idea di venire un paio di giorni da te [a Monte del Lago] in incognito con chi tu sai - questa volta verrò se non ti secca. Perciò scrivimi un rigo qui cose indifferenti ma che io capisca il tuo sì o il no» (a Schnabl, 21 aprile 1914). Puccini era pronto a mille sotterfugi e a cercare la complicità degli amici: «Aspetto da te [Riccardo Schnabl] un bell'invito da mostrare - che sia convincente» (1912). L'invito era per una battuta di caccia (... ma non solo) nei dintorni della bella villa che Schnabl possedeva a Monte del Lago, sul Trasimeno, vicino a Perugia. Puccini confidava molto nelle coperture degli amici per evitare la gelosa Elvira. E se gli incontri si concretizzavano, Puccini poteva dire: «Fui un po' felice per poche ore ...».

Novembre 1915: «Ti prego d'un favore - io fra giorni voglio vederla e fingerò la gita costì [in Umbria]. Tu mi scrivi che mi aspetti, quando poi partirò, io ti telegraferò e ti scriverò perché tu telegrafi a mia M. (Elvira, evidentemente, ndr) che forse sarà a Milano o a Firenze... tu dirai: Arrivato bene. Scrivo baci te e Tonio, Puccini. Ben inteso che ti accluderò la lettera da spedire, così rimango là tre giorni, capisci tre giorni di delizie... ne ho tanto bisogno...».

La scusa era sempre quella di una battuta di caccia, ma Puccini, invece di andare in Umbria, era intenzionato a dirigersi a Lugano per stare tre giorni con Josephine. Nel marzo 1915 i due stavano progettando di divorziare e di vivere insieme a Viareggio. La baronessa inviò una lunga lettera al suo amore «Mucci», in cui riferiva i particolari delle sue pratiche di divorzio per rimanere tutta la vita accanto a Giacomo: «Ieri andai all'avvocato... Quando lui sentiva che sono divorziata per te... mi ha detto che è un ammiratore della tua musica e che tu sei il più grande compositore del mondo. E così lui mostrava un interesse grande per me e ha detto che farà molto facile la cosa per stare con te in Italia... Io ripenso a tutto e non posso dimenticare la tua bella casa e noi duettino al camino mentre suonava la Butterfly... Ho già immensa nostalgia e vedo tanto come mi manchi quando sono via anche per poco tempo. La tua cara bocca e gli buoni occhi vorrei avere qui. Ma nell'anima profonda ti ho e per sempre. Ti bacio con tanto amore e ti stringo a me, mio, mio, immensamente amato e adorato Mucci!...».

Rose Ader
24 aprile 1921: «Mia dolce Rosa - mia sola unica donna che io ami al mondo! Ti penso con grande tenerezza soffrendo il soffribile per averti così lontana... Ho perduto tutta la pace per te e non me ne dolgo - vivo però in continua nervosità, maledicendo a volte la vita! Come è possibile vivere così? Quando nell'anima è entrata un'altra anima? L'anima è molto ma non è tutto! Manchi te colle tue forme, con il tuo sorriso, con la tua bella, bellissima persona, col fascino dei tuoi occhi! Come ti sospiro! Come ti amo o mia cara adorata creatura... Avessi te vicina come sarei felice - ma questo è impossibile! Benedico Iddio che mi ha dato te e maledico la mia sorte che mi proibisce di esserti vicino... Oh mia Rosa ho il cuore così pieno d'amore per te che mi pare voglia uscire dal petto, tanto palpita quando col pensiero ti rivedo come ti ho veduta... e quando risento come un'eco in me, la tua dolcissima voce cantare Suor Angelica! Addio mio dolce tormento prenditi tutti i baci del tuo per sempre Giacomo».

18 maggio 1921: «Mia Rosa adorata [...] penso come sarei felice se ti avessi vicina! Ma io sono molto sfortunato in amore! Come vorrei vederti! Non posso scordare le poche ore di Venezia e mi turbinano nella mente tutti i particolari di quei brevi istanti... mia adorata».
A Schnabl: «Io verrei volentieri a Monaco e a Salzburg con te, ma bisogna lavorare mia moglie... Mia moglie si inalbera e mi intralcia, ma se viene un richiamo da te io spero di riuscire. Attendo tua lettera, tu magnifica la gita, e parla anche di Rondine da combinare. Insomma rimetto alla tua fantasia la spronatura a farmi riuscire a uscir di qui».

Marzo 1922 - Puccini si sentiva «prigioniero» del suo matrimonio: «Buon per te [Schnabl] che sei libero e padrone di far quello che vuoi!... A volte mi dico: hai lavorato assai o mio Giacomo, smetti e gotiti, ma ho il matrimonio che mi inchiavarda, Dio pocodibuono!»