MUSICA /Un jazz “classico”

di Mary Giuffré

Il Village Vanguard apre le porte ad un italiano. Per la prima volta nella storia dello storico locale del Village dove si sono esibiti i più grandi jazzisti di tutti i tempi,  gestito dalla turbolenta signora Gordon, si ascolta il jazz suonato dalle flessibili e veloci dita del pianista romano Enrico Pieranunzi (nelle foto).  Pieranunzi e due grandi artisti americani, Marc Johnson e Paul Motian, hanno riempito con i loro suoni diretti e carichi di frizzante energia, cinque serate del calendario del Village Vanguard.  

Italianità pura mischiata a jazz d'alto livello. Ecco le caretteristiche del mix suonato al Vanguard, locale in cui Pieranunzi ha portato la "Dolce vita" di Fellini e un improvviso finale classico a sorpresa, sfoderando un repertorio che ha lasciato gli spettatori, abituati al black jazz, senza parole.
Silenzio in sala alla fine dell'inaspettata performance classica, interpretata da solista dal  pianista italiano, seguita da applausi e urla di entusiasmo.
Sarà forse il caso che il Village Vanguard riveda il suo calendario? Credo che l'anziana signora Gordon, una lady di ferro, abituata a trattare con artisti di ogni calibro, che spesso si lasciano andare ad atteggiamenti da divi, non si lascerà sfuggire una prossima occasione. Sorridente ed entusiasta è entrata in sala per festeggiare Pieranunzi insieme con il pubblico.

Il pianista romano, definito uno degli eredi di Bill Evans, approderà nei prossimi mesi al Birdland per la presentazione di un nuovo disco con mix latino, in uscita con l'etichetta Cam.
Durante la serata nel locale del Village è stato inciso un live, "Village Vanguard concert".

Il jazz è tipico delle popolazioni di colore, ma la storia parla chiaro. Il merito va ancora una volta, come in molti settori, ad un italoamericano di origini siciliane, Nick La Rocca, fu proprio lui che nel lontano 1917 a New Orleans incise il primo disco della storia del jazz e lo fece con la Dixieland Jass Band, in seguito a varie valutazioni linguistiche il termine "jass" fu sostituito con l'attuale "jazz".

Pieranunzi, lei oltre ad essere un musicista jazz, conosce bene la storia di questa musica: quanto sono stati importanti gli italoamericani nel jazz?
«Tanto. Abbiamo avuto Nick La Rocca, Eddie Lang pseudonimo di Salvatore  Massaro, Joe Venuti. Tutti italoamericani che sono stati importanti per il jazz internazionale. Eddie Lang fu l'inventore della chitarra jazz. Venuti emigrò in America a 12 anni e lui raccontava che agli inizi, negli Stati Uniti, suonava il jazz non sapendo che si trattasse di questo tipo di musica e lo faceva usando la mazurca e la polka, imparate al Paese d'origine. Sono stati in molti ad utilizzare questo sistema, anche molti siciliani che prima di emigrare suonavano nelle bande e quindi conoscevano questa musica. Sono eventi popolari che si sono mischiati con il jazz».

Quali differenze nota nel suonare con jazzisti europei e americani?
«Ho notato che le qualità dei jazzisti americani sono la concentrazione e il tempo, inteso come il senso del ritmo che è davvero potente negli americani».

È difficile suonare con gli americani?
«È stimolante. In fondo ognuno è responsabile di quello che suona. Loro ti lasciano solo, mentre suoni, ti osservano, ma si fidano del tuo lavoro. Questo ti costringe ad essere più creativo».

Lei ha una formazione classica, anche se suo padre era un jazzista, come si amalgama la musica classica con il jazz?
«Nella mia formazione ho avuto una doppia vita. A cinque anni suonavo musica classica con una maestra, mentre a casa, con mio padre, suonavo il jazz e il blues americano con la chitarra. Già a sette anni, imitavo i 78 giri americani. La musica classica mi è stata molto utile per la composizione. È uno strano mix, anche se forse ad un certo punto, quando iniziai a formarmi con il bop, genere molto intenso, la mia formazione classica e controllata, mi creò qualche conflitto che ho risolto col tempo. È stato un processo lungo e difficile, ma ci sono riuscito. È stata decisiva l'improvvisazione che attuavo fin da bambino e mi ha aiutato nella composizione»

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Quanto la vita personale influisce nelle sue composizioni?
«Tutto deriva dalla mia vita personale».

L'Italia può star stretta ad un musicista jazz?
«Sì, perché l'Italia è il Paese del bel canto, il mondo del pop che è importantissimo in Italia, è dominante. Quindi essere jazzista in Italia è complicato».

Quanto ha influito il pianista Bill Evans nella sua formazione?
«Tanto. È stato un grande punto di riferimento. Ma di lui, oltre alla musica, mi colpiva la sua figura artistica. Siamo un po' tutti figli di Bill Evans».


A volte, questa, può essere un'eredità pesante?

«Sì. Infatti ad un certo punto mi sono stancato di questa etichetta da cugino di Bill Evans ed ho cercato la mia strada, ho cercato di trovare la mia originalità ed unicità».