LETTERATURA/INTERVISTA/Una scrittrice in esilio a New York

di Liliana Rosano

Camilla Trinchieri, scrittrice figlia di padre italiano e madre americana, si definisce un'italiana in esilio in America. Reduce dal tour che l'ha portata in giro per l'Italia a promuovere il suo ultimo romanzo "Cercando Alice" (pubblicato da Marcos y Marcos), ci accoglie nella sua terrazza di Manhattan dove vive tra i suoi fiori, i quadri che dipinge e i libri che ama leggere.
Dopo il "Prezzo del silenzio" un romanzo giallo, Camilla Trinchieri torna alla scrittura con un libro che mette insieme elementi del giallo, un forte senso della storia (il fascismo, la Seconda guerra mondiale) e una inevitabile impronta autobiografica.

Un romanzo prevalentemente a due voci, quella di Alice e Susan,  dove le protagoniste sono eroine di tutti i giorni che fanno i conti con il proprio passato e con il proprio presente di figlie, madri e mogli.
Susan, sposata e in attesa del primo figlio nel Massachussetts, torna con la memoria al '44, l'anno in cui fuggì dall'Italia fascista superando il confine svizzero insieme alla mamma Alice e alla sorella Claire.
Attraverso il filo della memoria, la scrittrice compie un viaggio dentro l'anima, ne ripercorre gli interrogativi più intimi e ad essi dà riposta. Ne nasce un ritratto delicato e intenso, una scrittura matura che dà voce ai personaggi con intensità e spessore psicologico.
Un libro appassionato e appassionante, dove molte donne riconosceranno elementi chiave dell'esistenza al femminile: il rapporto con la madre, con la maternità e quello con il tradimento.

Camilla, perchè hai definito questo libro un "mother book"?
«Con il personaggio di Alice mi sono creata una madre a cui io voglio bene. Una madre che non ho mai avuto. Nello stesso tempo però era un modo per dire a mia madre, quella vera, il mio affetto, la mia comprensione per il suo modo di essere, legato alla sua malattia. Con questo libro sono diventata scrittrice perché avevo dentro una storia, la mia, da raccontare. Quella della mia infanzia, negli anni del fascismo. Trascorsa in giro per il mondo da figlia di diplomatico, insieme ad una madre tradita che poi si è ammalata».
Questo è un libro molto al femminile. Dove sono gli uomini in questa storia?
«Gli uomini ci sono eccome! Di certo non sono fortissimi come le donne. Se pensiamo al personaggio di Marco, il suo è un ruolo che cambia il destino di molte cose.
Il libro resta però legato all'universo della donna, come linguaggio e forza emotiva».

Che rapporto hai con la scrittura?
«La scrittura è cibo e vita. E' bello svegliarsi alle tre di notte, e dare un corpo ai personaggi che hai in testa. Ho iniziato a scrivere a 12 anni: storie macabre che suscitavano molte perplessità in chi le leggeva. Poi la mia parentesi a Roma, dove ho vissuto per 17 anni lavorando al doppiaggio con Fellini, Visconti, Lina Werthmuller. Al mio rientro a New York, a 38 anni, sento il bisogno di scrivere, incoraggiata da un amico e dalla cartomante di Fellini, che mi disse che in America avrei trovato la mia vena creativa.  Così, dopo il master in scrittura creativa alla Columbia University, ho fatto della mia passione il lavoro di tutti i giorni. "Cercando Alice"  ha una "gestazione" lunga più di 10 anni. Ho iniziato a scrivere questo libro nel 1986. Poi molti anni a ricercare gli elementi storici che racconto, gli anni del fascismo. Un libro che non mi ha mai abbandonato lungo tutta la mia vita».

C'è uno scrittore che più di altri influenza il tuo modo di scrivere?
«Sicuramente Henry James , per il suo modo di non svelare tutti i dettagli ma di lasciare al lettore la scoperta».

Hai trascorso la tua vita in giro per il mondo, con una lunga parentesi in Italia e ora hai invece deciso di stabilirti a New York. Come vivi il rapporto con le due culture, quella italiana e quella americana?
«Io mi sento italiana anche se sono divisa a metà tra l'Italia e New York. Ho scelto di ritornare in America perché la mia vita privata in Italia è andata in frantumi. Qui ho conosciuto mio marito e dal 1997 sono diventata cittadina americana. In Italia torno spesso, non solo per insegnare a Firenze scrittura creativa in una scuola americana, ma perché considero Roma una città che mi appartiene. Non riesco a dimenticare i colori e la sua luce».

Camilla oltre alla scrittura ama dipingere. Il prossimo lavoro sarà una mostra o un altro libro?

«Sarà un libro e sarà un giallo. Un giallo classico ma ...non del tutto.
Lascio che sia il lettore a dare la soluzione al mistero».