LIBRI/Ritorno ad Itaca

di Franco Borrelli

Chi ha fatto sognare l'"Odissea" e sudare, a volte, qualche camicia. Dovevamo studiarla per forza, e tradurla anche dal greco, altrimenti erano brutti voti a scuola, ma il suo fascino era innegabile, e non si poteva non amarla. Quante volte ci siamo trovati anche noi su quel mare in tempesta? Quante volte abbiamo sognato e desiderato Nausicaa, Venere, Elena e Circe, o di cedere al canto delle sirene? Quante volte abbiamo imbracciato anche noi l'arco per colpire quei vili Proci e riavere intatta la fedele Penelope? Quante volte abbiamo tremato dinanzi a "prodigi della natura" come Polifemo nell'antro buio della coscienza ove s'annida(va) il male? Quante volte ci siamo lanciati immaginariamente contro i mostri a difesa di innocenze e semplicità violate?

Un'avventura davvero mozzafiato l'"Odissea", uno scorrere di memorie, fantasie e attese in cui ci siamo specchiati, di correnti che trascinano e sbattono la vita. Una parabola epica dell'essere, ricca di personaggi d'intenso colore e di passioni primordiali. Perché, suggerisce Luciano De Crescenzo, non rileggerla allora, di tanto in tanto?
Corriamo così tanto, oggi, e, grazie a internet e e-mail, c'illudiamo d'avere il mondo in tasca o, meglio, a portata di tasto; e ci creiamo costantemente fatui miti, alla ricerca sempre di gesta ed eroi che diano un po' di sale ai nostri giorni. Cinema, politica, cronaca: tutto viene e passa senza lasciare alcunché. Eppure tutto è stato già scritto, tutto è stato già detto. Basterebbe tornare perciò ad Omero, rileggere le gesta dell'indimenticabile Ulisse e ci si accorgerebbe che tutto, eroi dive ninfe come li si sogna oggi son figli di quel grande genio cieco che riusciva a vedere negli animi meglio di mille psicologi messi insieme.

Parola e garanzia di De Crescenzo che, in "Ulisse era un fico" (Mondadori), ci prende per mano e ci guida in quel mondo misterioso e d'attese da cui sono iniziate tutte le fantasie (e le realtà) del mondo. La fissazione di Narciso, il tragico amore di Orfeo per la sua Euridice, la passione di Amore e Psiche, le imprese umanissime e al tempo stesso fuori dal normale di Teseo, Paride, Ettore, e Achille sono più vicine al nostro essere di quanto si possa pensare. Su tutti, poi, quel "Nessuno" che non finisce mai di affascinare, quel misto di vizi e virtù, quei viaggi e quei mostri e meraviglie incontrati fuori (e dentro) di sé, nonché le malìe della bella Circe e la forza, persuadente fino alla perdizione totale e alla morte, delle Sirene. Non occcorre fare molti sforzi per rendersi conto di quanto quelle gesta (anche quelle di dèi tipo Afrodite, Giove, Era, Dioniso, etc.) fossero e siano tuttora sanguigne e terrigne.

La mitologia, come sottolinea De Crescenzo, è "la capostipite di tutte le telenovelas, la madre di tutti i romanzi d'avventura, il prototipo di tutti i serial". Colpi di scena a non finire, sorprese (ora piacevoli ora terrificanti), amori, passioni sincere, tradimenti, vendette, fedeltà, attese, sfide, trucchi ingegnosi, gelosie: tutto quel che siamo (o crediamo di essere) è già in questi versi che De Crescenzo ci invita a (ri)leggere. Davvero nulla di nuovo sotto il sole, perché queste storie di migliaia di anni fa hanno, con le dovute leggere modifiche, molto a che fare con la cronaca dei nostri tempi e con i modi con i quali ci rapportiamo gli uni con gli altri.

A De Crescenzo poi non fa difetto affatto quella voglia naturale del saper ben raccontare, e, nel far questo, di condire il tutto con quell'umorismo tipicamente partenopeo che fa sorridere anche nei momenti di maggior dramma, o addirittura tragedia. Non è la prima volta (ricordate "Elena, Elena amore mio", la sua "Storia della filosofia greca" o "Socrate e compagnia bella", tanto per citare solo tre delle sue tante affascinanti opere) che lo scrittore napoletano ci riporta con gusto, e in maniera assai coinvolgente, in un tempo che solo apparentemente non sembra essere il nostro. Con quegli eroi, con quelle divinità, con quelle donne mitologiche molto si ha da spartire ancor oggi. Sono tutti, divinità ed esseri comuni, gente come noi. Vizi e virtù loro sono i nostri, paure e impulsi eroici loro sono anche i nostri, basta cambiare qualche particolare e tutti si ha qualche tratto caratteriale o qualche pensiero che è stato loro.

Su tutti, Ulisse, personaggio e protagonista di mille vite, di mille avventure, vivo più che mai tra di noi, attuale (senza ricorre a un certo Joyce) in tutta la sua umanità e nella sua spasmodica ansia di conoscenza. Non è forse scattata da lui la molla che spinge la scienza alle scoperte e alle ricerche costanti in questo e negli altri mondi dell'Universo? E non è forse sua, e nostra, quella voglia di legarsi, di cedere sì ma di non cedere proprio del tutto alle lusinghe canore delle "sirene", quel desiderio di tornare e quella voglia di sciogliersi, senza legarsi più a nessuno e a niente, tipica di un certo modo nostrano di vivere "leggero"?

Riandare perciò ad Ulisse, tornare con coscienza dentro di sé, cercare modi più umani di vivere con gli altri, non dovrebbe perciò sembrare né un peccato e neppure un segno di debolezza morale, anzi.