Libera

Navigare nel tempo

di Elisabetta de Dominis

"Vremeplov - mi spiega Tomi - è una bella parola croata che significa navigare nel tempo. Senti le tue radici? Rilassati e ascolta." Siamo seduti sotto il grande leccio in mezzo alla piazzetta su cui si affaccia casa Dominis, casa mia. Lo contrassegna lo stemma conficcato su quelle pietre bianche che hanno quasi mille anni, ma io non ci ho mai abitato: mio padre aveva solo diciassette anni quando fu costretto a fuggire dalla Dalmazia con la sua famiglia.  L'altro lato della casa, costruita sulla roccia che finisce nel mare, ha un giardino delimitato da un muretto e, al di sopra, un terrazzino. Un uomo, seduto con i piedi sulla balaustra, sta bevendo birra da una bottiglia. E' il posto più bello del mondo e lui lo possiede. Con volgarità.

Sono tornata. Era da anni che volevo farlo e, in verità, qualche puntatina in Arbe, l'isola più settentrionale della Dalmazia, l'avevo fatta, ma con una titubanza contrastata dall'insofferenza. Non ero mai davvero tornata nella terra delle mie origini, perché il mio spirito non era tornato. L'avevo lasciato di là in Italia, oltre confine, da straniera.  
Se penso però alla città in cui vivo, Gorizia, non sento di farne parte e neppure sento di appartenere alla città in cui sono nata, Trieste. Ho nostalgia solo della casa della mia infanzia, la sogno talvolta, perché era colma di affetti che non ci sono più e a cui non posso tornare. Mi è sempre piaciuto fare la nomade e adesso mi rendo conto che lo sono. Eppure se sono qui, in Arbe (così dicevano i miei, non ad Arbe), è per trovare infine le mie radici. E riportare i miei cari, il loro spirito, nel luogo dove avrebbero voluto vivere e morire. Quanto a me, non so ancora se sono le radici quelle che sento, ma so che questa terra profumata di salsedine e clorofilla è mia, questo mare trasparente mio, la luce dorata che illumina tutto la riconosco come mia, e non porto via niente a nessuno perché quelli che ci vivono hanno già tutto questo.

Eppure c'è chi ha paura del mio arrivo o, quantomeno, prova disagio. Lo percepisco da certi sguardi. C'è qualcuno che teme io sia venuta a reclamare le mie proprietà. Io sono venuta per conoscere me stessa, per capire meglio la mia famiglia e poterne raccontare la storia. Ma sono qui anche con una proposta per rimettere le cose a posto: farà bene alle anime dei vivi e a quelle dei morti. Altrimenti, nei cuori non ci sarà pace.
Cammino per le calli di questa splendida cittadina veneziana, fondata dai liburni e fortificata dall'imperatore romano Ottaviano Augusto, e continuo a chiedermi perché ho lasciato passare tutti questi anni prima di venire in Arbe. Ma le cose accadono quando veramente le desideri: allora si presenta l'occasione e tutti i tasselli si incastrano come per magia. O forse la magia la fa qualcuno che si prende cura di te. Fatto sta che Tomi Dasovic', un caro amico croato, mi ha presentato Nena Komarica, che dirige l'ufficio del turismo croato nell'Empire State Building, la quale mi ha messo in contatto con Nereo Valencic', americano nato a Fiume proprietario del sontuoso ristorante Terrace in the Sky di New York (400 West, 19th Street), che nel 2007 ha finito di ristrutturare sull'isola di Arbe un albergo austriaco del 1924 sulle rive, all'ingresso del porto: oggi si chiama Arbiana Hotel.

Sono stata accolta da regina in una raffinata suite con mobili stile ottocento e tappezzerie di seta blu e giallo dorato, ma la vista dalla terrazza toglie il respiro: è una cartolina con il parco di San Marino (nato in quest'isola) delimitato dalle mura medioevali, il mare costellato da isolotti e il campanile romanico di Santa Maria, il più alto dei quattro, che svetta per 26 metri. L'albergo è il più elegante dell'isola e vanta il 25 per cento di clientela americana, grazie all'ottimo management, contattabile sul sito www.arbianahotel.com, che costruisce pacchetti su misura comprensivi di volo aereo. Tanto che su internet i clienti lo hanno posizionato al primo posto nell'ampio golfo del Quarnero e al terzo in tutta la Croazia. L'albergo è davvero esclusivo perché conta solo 28 camere, ogni dettaglio è curato e il cliente si sente coccolato sotto lo sguardo attento di Nereo. Si cena in un delizioso giardino sotto mirti e lecci, mentre capita che poco distante dei marinai intonino nostalgiche melodie. Arbiana Hotel è aperto tutto l'anno e d'inverno si possono frequentare corsi di cucina mediterranea.
Ma quest'anno c'è un motivo in più per venire in Arbe: l'Unesco celebra il 2010 come l'anno di Marcantonio de Dominis, arcivescovo di Spalato e scienziato, vissuto tra '500 e '600, che scompose l'iride, spiegò il fenomeno dell'arcobaleno, l'influsso della luna sulle maree e i suoi studi sul cannocchiale (insegnava in 5 università italiane), riconosciuti da Newton, furono trascritti 10 anni dopo da Galileo che si guardò bene dal citarlo. Ma a trent'anni abbandonò la scienza per dedicarsi al suo sogno: unire le religioni cattoliche, superando i dogmi e introducendo il divorzio, per fare l'Europa. Perseguitato dal Papato, fuggì a Londra dove divenne decano di Windsor: lì scrisse "De Repubblica Ecclesiastica", dieci volumi di denuncia della corruzione del Papato. Divenne Papa un suo amico che lo esortò a ritornare, ma dopo un anno questi morì. Marcantonio venne rinchiuso a Castel Sant'Angelo e torturato affinché abiurasse. Morì prima della fine del processo la cui sentenza lo dichiarò eretico: le sue spoglie furono esumate e bruciate al rogo con tutti i suoi scritti in Campo dei Fiori.

Ora nel palazzo di Marcantonio si vendono gelati. E' l'ultimo giorno, ho appuntamento con il sindaco, entro in Comune e attraverso il palazzo de Dominis, che qui chiamano ducale perché il conte governava la città a nome del doge di Venezia. Ma il sindaco è, dopo quattro giorni, ancora indisposto... e mi riceve la vicesindaco Rosanda Krstinic'-Guscic'  con  due esponenti della giunta. Mi chiedono perché sono lì. "Per raccontare" rispondo. La città di Arbe vuole fare un museo e mi chiede di dargli copia dell'albero genealogico e dei libri di Marcantonio.

"Le cose appartengono a chi le desidera di più - esordisco, ricordando l'insegnamento di un'amica che ha vissuto generosamente. - Sono disposta a fare molto di più: una donazione alla città purché mi venga restituita parte dei beni, la casa sulla roccia innanzitutto, riguardo ai quali, come sapete, c'è una causa in corso".  La vicesindaco dice che dobbiamo rincontrarci e discutere per trovare una soluzione.
Prima di ripartire salgo all'antico monastero di Sant'Andrea delle monache di clausura. Suono e si affaccia madre Giuseppina Bacchia: quando sente che sono la discendente di Luchina de Dominis, che nel 1530 andò in convento con un'icona miracolosa, mi invita all'interno a vederla. Apprendo che si trovano in ristrettezze: benché il governo croato abbia disposto la restituzione dei beni alla Chiesa, ad Arbe l'applicazione della norma è tuttora disattesa. Il tribunale di Arbe non emette sentenza sul ricorso della vendita del loro monastero e di numerosi terreni, portati in dote dalle monache nei secoli.  Sebbene i croati siano molto religiosi e professino un radicato senso della giustizia, l'Europa di Marcantonio sembra ancora lontana.

Erano le 5 del pomeriggio del 7 settembre 1943: nonna Betsi, intenta a fare un solitario sul tavolo del giardino, s'interruppe e agitò il campanellino d'argento chiedendo alla cameriera di servire il tè. Maria andò in cucina, prese il vassoio e dispose le tazzine, mentre la cuoca adagiava nel mezzo la torta arbesana appena sfornata commentando: "Poveri Dominis, così ricchi e così malati: ogni pomeriggio devono bere acqua calda".  
Ma suonò il telefono e Maria non portò mai più quel tè nel piccolo giardino ombreggiato da una grande palma che si affacciava dalla scogliera a picco sul mare di Arbe.  La nonna era andata a rispondere al telefono, ritornando stravolta: "Ajme meni, Ivan! - invocò in croato verso mio nonno - Mia sorella dice di partire immediatamente per Zagabria, perché domani sbarcheranno i partigiani di Tito e le nostre vite saranno in pericolo".

La mattina dopo, l'8 settembre, il nonno chiamò Franjo Pende, il suo fittavolo e gli firmò una procura a gestire i terreni fino al suo ritorno. Poi corse al campo di concentramento di Arbe, dove erano stati internati molti ebrei, suoi vicini di casa a Zagabria, e delle 28 mila lire che aveva consegnò a uno di loro 13 mila lire, trattenendone 15 per sé. "La guerra è finita e loro non hanno più niente, mentre noi torniamo a casa" spiegò alla moglie.
Mio padre, i suoi genitori e i tre fratelli, con i soli vestiti estivi che avevano addosso, si imbarcarono la sera stessa sull'ultimo traghetto diretto a Fiume dove rimasero ospiti dei cugini Galzigna per un mese. La città era un inferno: titini e tedeschi si ammazzavano per le vie e la strada per Zagabria era interrotta. Nel frattempo dall'isola giungevano notizie terrificanti: i suoceri dei Galzigna e dei Nimira erano stati impiccati in piazza, decine di arbesani benestanti gettati a mare con una pietra al collo, la nostra casa e le chiese saccheggiate e sfregiate. Mio nonno decise di portare i ragazzi a visitare Venezia finché si sarebbero calmate le acque. Ma non c'erano mezzi. Comprò un carretto con un cavallo per trasportare mia nonna che era incinta. Percorsero a piedi la strada fino a Trieste, poi presero un treno. Nessuno di loro rivide più i nonni (miei bisnonni) e la zia, che erano stati relegati in un piccolo appartamento della loro grande casa invernale di Zagabria, nazionalizzata e occupata da otto famiglie. Tutte le proprietà sull'isola erano state confiscate dal nuovo governo comunista e mio nonno Ivan dichiarato ‘nemico del popolo' perché italiano, ma in verità perché era un proprietario terriero. Se fosse ritornato in Jugoslavia, sarebbe stato arrestato e deportato.

Più della perdita delle terre mio nonno ha sofferto dell'onta di essere stato chiamato ‘nemico del popolo'. Non ha mai capito perché, lui che i soldi li regalava e lasciava ai suoi contadini la gestione del commercio di vino e olio.
La Dalmazia, con un litorale di duemila chilometri e duemila isole, è stata per secoli ambita terra di conquista, ma delle numerose dominazioni i dalmati hanno saputo fare la loro ricchezza sviluppando una cultura cosmopolita: a casa nostra si parlava indistintamente l'italiano, il croato, il tedesco (retaggio dell'impero austriaco) e il francese nei salotti (che testimoniava la cultura). Tuttavia mia zia aveva un po' di difficoltà con l'italiano e pregò sua nonna di insegnarglielo, ma questa le consigliò di leggersi ‘I Promessi Sposi'. Piuttosto confusa, chiese a sua madre: "Ma noi cosa siamo?" Nonna Betsi le rispose: "Noi siamo europei".